Il Gioco degli Specchi

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di Vincenzo Vinciguerra

In una democrazia in cui tutto è falso e falsificato a cominciare dalla pretesa di essere una “democrazia”, a quanto pare non basta una vita per ribaltare le verità ufficiali.
Il gioco degli specchi ormai è un’arte, e il processo per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 lo dimostra.
È un luogo comune da tutti, senza eccezioni, accettato e ribadito: è stato il processo dello Stato italiano contro Vincenzo Vinciguerra, questa è l’immagine riflessa dallo specchio posto dinanzi agli occhi dell’opinione pubblica italiana.
La realtà, quelle che gli specchi non riflettono, è un’altra: è stato il processo di Vincenzo Vinciguerra contro lo Stato italiano.

Non lo dico io.
Lo ha scritto a chiare lettere, con parole inequivocabili, il presidente della Corte di assise, Renato Gavagnin, nelle motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo emessa il 25 luglio 1987:

“L’imputato non ha inteso rendere une confessione che sia riconoscimento di condotte illecite, ma ha inteso assumersi una responsabilità nel quadro di una ricostruzione storica degli avvenimenti che lo vedono tuttora convinto della validità del suo disegno politico, all’interno del quale trovano giustificazione i singoli episodi delittuosi contestatigli.
La sua figura di soldato politico non è mai venuta meno e mantiene intatte la sua potenzialità offensiva nei confronti dello Stato democratico”.

E se qualcuno, vittima della propaganda, ha pensato che il tempo trascorso ha modificato le mie opinioni ed i miei comportamenti, ricordo quanto ho dichiarato, nell’aula della Corte di assise di Brescia, il 30 settembre 2009.

“lo non ho mai fatto trattative, né compromessi e tantomeno scambi con uno Stato che in tutte le sedi giudiziarie, e oggi anche in questa, ho sempre definito delinquente e terrorista”.

Nessuno si è alzato a smentirmi, non i pubblici ministeri, non gli avvocati di parte civile né quelli della difesa.
Non sono smentibile.
Come inizia il processo è agli atti.
Dopo la riforma dei servizi segreti dell’ottobre 1977, questi passano alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio.
Presidente del Consiglio nell’autunno del 1978 è Giulio Andreotti, che ricopriva lo Stesso incarico nella primavere del 1972.
Non è un caso, quindi, che nel mese di novembre del 1978, il direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, affiliato alla loggia P2, provoca la riapertura dell’inchiesta sull’attentato del 31 maggio 1972, indicando alla magistratura veneziana Carlo Cicuttini come autore della telefonata che attirò i carabinieri quella sera nella trappola fatale.
Poco tempo dopo, lo stesso Santovito trasmette alla magistratura veneziana altre note informative, recanti addirittura i nomi e i cognomi dei confidenti che accusano Giorgio Almirante di aver inviato a Carlo Cicuttini, rifugiato in Spagna, la somma di 35 mila dollari per operarsi alle corde vocali.
La ragione che induce il servizio segreto militare, per la prima volta in assoluto nella storia del dopoguerra, è esclusivamente politica.
Il “padrino” di “Democrazia nazionale”, guidata dal senatore Mario Tedeschi, è proprio Giulio Andreotti che spera di poter creare alla destra del Movimento sociale italiano una nuova forza politica che sottragga voti e consensi al partito di Giorgio Almirante.
Il ruolo di Carlo Cicuttini si presta, di conseguenza, ad essere utilizzato per screditare Giorgio Almirante che ha aiutato un latitante missino (Cicuttini era all’epoca segretario del Msi di Manzano del Friuli) accusato di aver concorso ad uccidere tre carabinieri.
Le elezioni politiche anticipate si svolgeranno nel mese di giugno del 1979; quindi occorre fare presto. E che l’obiettivo fosse proprio Giorgio Almirante e, di riflesso, il suo partito lo dimostra il fatto che io riceverò la prima comunicazione giudiziaria a fine dicembre del 1979.
In quella prima fase non sono io l’obiettivo prioritario del Sismi, ma il segretario nazionale del Msi-Dn Giorgio Almirante.
Nel mese di giugno del 1979, alla prova delle elezioni politiche, “Democrazia nazionale” scompare dalla scena politica, ma a questo punto rimane un’istruttoria e un processo da fare.
Un processo, in realtà, che nessuno vuole fare, per primo il comando generale dell’Arma dei carabinieri.
Non e un’ipotesi, perché lo prova il comportamento del generale Giuseppe Santovito.
È prassi consolidata e mai disattesa, fino a quel momento, che il servizio segreto militare non si esponga mai in prima persona in operazioni di polizia giudiziaria che non sono di sua competenza ma che passi ad un Corpo di polizia, di solito l’Arma dei carabinieri, le informazioni in suo possesso e, se possibile, i nomi dei confidenti che potranno assumere la veste di testimoni.
Se, come abbiamo visto, il Sismi scende ufficialmente in campo e si assume in prima persona il compito di far riaprire l’inchiesta indicando il nome di Carlo Cicuttini, è perché questo non è disposto a farlo il vertice dell’Arma dei carabinieri.
E le ragioni ci sono. La prima è che in quel periodo e per alcuni anni ancora sono imputati per depistaggio tre ufficiali dell’Arma: il generale Dino Mingarelli, il tenente colonnello Antonino Chirico, il tenente colonnello Domenico Farro.
La seconda è rappresentata dal comportamento mio: cosa farò non lo possono prevedere e, pertanto, non sono in grado di valutare le conseguenze di un processo che potrà avere un esito disastroso per gli apparati di sicurezza dello Stato tutti, nessuno escluso.
Ormai, però, il gioco è iniziato. E i manipolatori occulti si sentono in grado di condurlo a termine con successo. Lo hanno già fatto con il processo di piazza Fontana quando, complice il Pci, hanno inventato la “pista nera” e, contestualmente, hanno depistato le indagini per garantire l’assoluzione a Franco Freda ed ai suoi colleghi di avventura e di servizio.
In apparenza, nel processo di Peteano il gioco è molto più semplice: ci sono solo due imputati, uno latitante in Spagna, e uno in carcere in Italia. L’obiettivo è fare in modo che il processo si concluda con assoluzioni per insufficienza di prove e non è escluso – anzi è probabile – che si svolga a carico del solo imputato latitante perché il carcere, in quegli anni Ottanta, è un mattatoio e tutto può accadere all’imputato detenuto.
Prove contro di me non ce ne sono. Del resto, è giusto ricordarlo, non ce n’erano neanche nel processo per il dirottamento aereo di Ronchi dei legionari dove sono stato condannato a 11 anni di reclusione per “concorso morale”.
Contro Carlo Cicuttini c’è una sola prova: è sua la voce della telefonata che attirò i carabinieri a Peteano.
E questa è una prova che si può cancellare.
Difatti, l’11 agosto 1980, la procura della Repubblica di Venezia spicca un mandato di cattura a carico di Carlo Cicuttini indicato come il “telefonista” di Peteano.
Il 13 ottobre 1980, un funzionario della Questura di Udine trasmette al sostituto procuratore della Repubblica di Udine, Giampaolo Tosel, la bobina contenente la registrazione di una telefonata fatta da Carlo Cicuttini ai familiari.
La procedura è già sospetta perché la bobina deve essere inviata alla procura della Repubblica di Venezia per competenza in quanto titolare delle indagini, non certo ad un magistrato di Udine totalmente estraneo all’inchiesta.
Un errore? Pare di no, perché il sostituto procuratore della Repubblica di Udine Giampaolo Tosel, non provvede a trasmettere la bobina ai suoi colleghi di Venezia come sarebbe stato suo dovere fare, bensì, il 14 ottobre 1980, la invia ai carabinieri di Udine con l’ordine di smagnetizzarla.
Inoltre, “dimentica” di dire ai carabinieri che la voce registrata nella bobina è quella di Carlo Cicuttini.
Il 16 ottobre 1980, il maresciallo dei carabinieri Aldo Mura smagnetizza la bobina e cancella, perfettamente inconsapevole, la prova decisiva a carico di Carlo Cicuttini.
L’episodio viene alla luce nel corso del dibattimento dinanzi alla Corte di assise di Venezia che, ovviamente, trasmette gli atti relativi al giudice istruttore Felice Casson perché compia gli accertamenti del caso e assuma i provvedimenti conseguenti.
Non accade nulla di tutto questo.
Il funzionario della Questura di Udine non sarà mai identificato, mentre la posizione del sostituto procuratore della Repubblica di Udine Giampaolo Tosel sarà vagliata dalla procura della Repubblica di Trento alla quale Felice Casson ha trasmesso gli atti a lui relativi.
In altre parole, su un episodio di gravissima rilevanza Felice Casson non ha svolto indagini e si è limitato a scaricare quella che appariva essere – e lo era – una “patata bollente” ai suoi colleghi di Trento che, da parte loro, non rileveranno alcuna responsabilità penale di Tosel che sarà, pertanto, prosciolto da ogni addebito.
Così è andata, perché per meriti sportivi sconosciuti Giampaolo Tosel, ormai pensionato, sarà nominato giudice sportivo della Lega calcio, carica di cui sarà stato certamente grato a Felice Casson divenuto, a sua volta, senatore del Partito democratico.
Non è il solo caso di cui si renderà protagoniste Felice Casson, perché – e lo abbiamo denunciato nel libro “La strategia del depistaggio” – non fare accertamenti sul segretario del capo della polizia Angelo Vicari che, per conto di quest’ultimo, nel mese di giugno del 1972 telefonerà al prefetto di Gorizia Vincenzo Molinari ordinandogli di sospendere le indagini sull’attentato di Peteano.
A dire il vero, Casson aveva arrestato per reticenza il prefetto che, inizialmente, aveva opposto un diniego su quel nome, ma appena Molinari lo fa accade evidentemente qualcosa perché il nome di quel funzionario negli atti del processo non compare.
Sarà la Corte di assise di Venezia a indiziare di reato il capo della polizia Angelo Vicari, e sarà Felice Casson il 3 gennaio 1989, a proscioglierlo per prescrizione di reato ma la motivazione dell’ordine di interrompere le indagini e il nome del funzionario, che era il segretario personale di Vicari, resteranno sconosciuti per mancanza di indagini.
Felice Casson occulta la scelta di non indagare sul capo della polizia, Angelo Vicari e sul suo segretario, rinviando a giudizio, il 4 agosto 1986, il prefetto Vincenzo Molinari per “reticenza e falsa testimonianza”.
La scena che si svolgerà nell’aula della Corte di assise sarà surreale. Il prefetto Vincenzo Molinari, interrogato dal presidente, dapprima piange ricordando le sue benemerenze e i suoi meriti, poi, alla domanda “Ci vuole dire quel nome?”, scoppia a ridere: “Ma io l’ho detto”.
Il presidente, Renato Gavagnin, legge quella che è la copia del verbale e, quindi, si volta a guardare il pubblico ministero che rimane a testa bassa e senza parole.
Il prefetto Vincenzo Molinari sarà, ovviamente, assolto con formula ampia. Il prefetto Angelo Vicari sarà prosciolto, come abbiamo visto, per prescrizione di reato da Casson, e il nome del suo segretario personale resterà sconosciuto.
Come pilotare un processo?
Si sceglie, per cominciare, un giudice adatto. Nel caso specifico, Felice Casson che ha due anni di esperienza in magistratura, ripeto due anni, il che garantisce che non ha esperienza né competenza professionale.
Gli si affiancano, quindi, persone di provata esperienza. ln questo caso il direttore del Sismi, generale Ninetto Lugaresi, e il vicequestore Giuseppe lmpallomeni, dirigente della Digos di Venezia.
Il primo è un estimatore del generale Arnaldo Ferrara, capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri dal 1° novembre 1967 al 26 luglio 1977, l’ufficiale cioè che sui depistaggi seguiti all’attentato di Peteano sa tutto quello che c’è da sapere.
Il secondo sul sito dei caduti della polizia è descritto in questo modo:

“É stato il successore di Boris Giuliano (ucciso il 21 luglio 1979) alla squadra mobile di Palermo.
Precedentemente era stato allontanato dalla mobile di Firenze per un giro di tangenti, e inopinatamente dal 309° posto nella graduatoria dei vicequestore aggiunti, era passato al 13° posto, fatto che gli consente di prendere il comando della Mobile di Palermo”.

Non è una descrizione positiva, quella fatta del personaggio dai suoi colleghi oggi. Ma c’è da aggiungere che capo della Squadra mobile di Palermo si è occupato delle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), senza riuscire a identificare gli esecutori materiali dal novero dei quali ha escluso Valerio Fioravanti riconosciuto dalla moglie dell’ucciso.
Non basta perché il vicequestore Giuseppe lmpallomeni è affiliato alla loggia P2 con tessera nr. 2213.
È l’uomo giusto per condurre, in nome e per conto di Felice Casson, le indagini su di me e sull’attentato di Peteano di Sagrado.
l depistaggi compiuti dagli ufficiali dei carabinieri e dal procuratore della Repubblica Bruno Pascoli erano venuti alla luce, grazie all’impegno degli avvocati che difendevano i sette cittadini goriziani accusati di aver compiuto l’attentato di Peteano, tanto che il giudice istruttore di Venezia, Paolo Izzo, rinvia a giudizio Dino Mingarelli, Antonino Chirico, Domenico Farro e Bruno Pascoli con le accuse di “falso in soppressione”, “occultamento e distruzione di atti”, “usurpazione di funzione”, “concorso in falso ideologico” e “calunnia”, il 12 giugno 1978.
La procura generale e la procura della Repubblica di Venezia si attivano per ottenere l’assoluzione degli imputati. Nel mese di novembre del 1978, nello stesso mese in cui il generale Giuseppe Santovito fa aprire l’inchiesta a carico di Carlo Cicuttini, un appunto della III brigata dei carabinieri di Padova trasmesso al Comando generale dell’Arma segnala che la scelta dei componenti del collegio che dovrà giudicare gli ufficiali è stata “oculata… Si ha la sensazione, anche a seguito di contatti riservati nell’ambiente, che l’epilogo del processo non dovrebbe dar luogo a spiacevoli sorprese”.
Previsione esatta perché dopo i primi due gradi, il 23 aprile 1981 la Corte di cassazione può chiudere il capitolo sui depistaggi passando in giudicato la sentenza assolutoria a carico degli imputati.
Oltre all’impegno “riservato” dei magistrati veneziani e alla “oculata” scelta dei componenti dei collegi giudicanti, una delle ragioni che hanno facilitato l’assoluzione degli ufficiali dei carabinieri e del procuratore della Repubblica di Gorizia risiedeva nel fatto che gli imputati per l’attentato erano considerati dei “balordi” goriziani.
Questa circostanza escludeva a priori la possibilità che i carabinieri avessero inteso depistare le indagini e avvalorava quella degli errori in buona fede.
Insomma, la “pista gialla” il colonnello Dino Mingarelli non l’aveva inventata per coprire i veri autori dell’attentato incastrando i sette goriziani in totale malafede, consapevole della loro innocenza, ma lo aveva fatto credendo nella loro responsabilità, in buona fede quindi.
Quando il generale Giuseppe Santovito, su ordine di Giulio Andreotti, si muove sa bene quel che vale l’ambiente giudiziario veneziano dove, a quel punto, si presenta il problema di riconfermare le sentenze assolutorie degli ufficiali dei carabinieri e del procuratore della Repubblica di Gorizia perché, se è vero che in base alle notizie fornite dal Sismi gli autori dell’attentato di Peteano sono altri, sono friulani, ed è altrettanto vero che la tesi di fondo può anche non cambiare.
È necessario riconfermare la validità della “pista gialla”, inventata nell’estate del 1972 dal colonnello Dino Mingarelli, mantenendo l’attentato in una cornice di malavita comune così che sarà possibile riaffermare anche in questa nuova inchiesta gli “errori” commessi in buona fede dagli investigatori.
È vero che i nuovi imputati non hanno precedenti penali di sorta per reati comuni: Carlo Cicuttini, impiegato alla Camera di commercio di Udine, ha una denuncia per “vilipendio alle Forze armate della Resistenza”, in concorso con me, per un volantino distribuito a Forni di sotto (Carnia) nel 1970.
Oltre a questa denuncia che comporterà una condanna a 6 mesi con la condizionale, io ho una assoluzione per insufficienza di prove per “turbativa di pubblico comizio”, una denuncia per manifestazione non autorizzata a Trieste nel 1965 (a sedici anni) coperta da amnistia, e fermi per motivi di ordine pubblico a Udine e Duino Aurisina.
Dinanzi a questo curriculum, tipico di un militante politico, nessun magistrato avrebbe tentato di stravolgere la realtà inventandosi la matrice malavitosa dell’attentato.
Se la “pista gialla” ha salvato già una volta i carabinieri inquisiti, dovrà essere ribadita anche in questa seconda inchiesta dove al posto di “balordi” goriziani si potranno far apparire “malavitosi” friulani che hanno agito per odio nei confronti dei carabinieri, magari per soldi o per altri sordidi motivi.
A farsi carico dell’operazione di rilancio della “pista gialla” è, con il sostegno della procura della Repubblica, il giudice istruttore Felice Casson.
Casson conosce gli atti del processo a carico degli ufficiali dei carabinieri e del procuratore della Repubblica di Gorizia, perché le loro responsabilità sono emerse già nel 1978, così come tutti gli elementi di prova ai quali, negli anni successivi, lui non aggiungerà nulla di nuovo, ma il 30 dicembre 1982, nel mandato di cattura non si farà scrupolo di contestare per l’attentato i “motivi abietti e futili”, cioè la sua matrice malavitosa.
Per salvare i carabinieri ed escludere la loro volontà di depistare le indagini, riconfermando gli errori di valutazione in buona fede, la “pista gialla” è la sola via percorribile.
Felice Casson non si tira indietro. Perfino dopo la mia assunzione di responsabilità (28 giugno 1984), cercherà di ribadire la matrice malavitosa dell’attentato ma, alla fine, criticato dai suoi colleghi di Brescia, di Bologna, di Roma che sanno perfettamente di avere dinanzi un militante politico, non un delinquente comune, si vedrà costretto a contestare le finalità politiche dell’attentato di Peteano.
È la sua prima sconfitta.
Se la pista non era “gialla” ma “nera”, tutto l’operato dei carabinieri assume un significato diverso nel quale la tesi della buona fede non è più proponibile.
La prima cinta difensiva, costruita da Felice Casson, crolla miseramente.
Ma è solo l’inizio.
C’è un processo da fare. E un solo imputato volontario che, il 20 giugno 1984, ha chiarito le sue intenzioni: assumersi la responsabilità dell’attentato di Peteano, senza chiamate di correità, e dimostrare la responsabilità dello Stato nel terrorismo e nelle stragi.
Bisogna fermarlo.
La prima operazione è fare in modo che le sue dichiarazioni rimangano prive di riscontro.
Felice Casson, coadiuvato dall’affiliato alla loggia P2 Giuseppe Impallomeni, complice se non altro per omissione la procura della Repubblica di Venezia, prende atto delle mie dichiarazioni sull’esplosivo impiegato nell’attentato del 31 maggio 1972 (che faranno scoprire il depistaggio operato dal perito esplosivistico da lui nominato, l’ordinovista Marco Morin) e sul luogo dal quale l’ho prelevato nel mese di luglio del 1970, sul Piancavallo, senza ovviamente fare i nomi delle persone che mi hanno accompagnato.
Il 26 luglio 1990, Giorgio Cecchetti, amico fraterno di Felice Casson scrive su “La Repubblica” che costui “non è mai riuscito ad individuare con esattezza la provenienza dell’esplosivo”.
È una plateale menzogna, perché in realtà Casson non ha mai disposto indagini per trovare il riscontro alle mie dichiarazioni e, se lo ha fatto, il piduista Giuseppe Impallomeni ha solo finto di farle, per concludere che non era stato possibile individuare il luogo da me descritto.
Valida che sia l’una o l’altra ipotesi, un fatto è certo: dopo la pubblicazione degli elenchi dei “gladiatori” o presunti tali, compare fra costoro il nome di un missino di Pordenone, a me perfettamente sconosciuto.
A quel punto, Felice Casson ordina alla Digos di Venezia di fare indagini per verificare le mie dichiarazioni sul luogo dove ho reperito l’esplosivo sul Piancavallo.
La Digos di Venezia, nel giro di pochi giorni, individua il luogo da me descritto, il cantiere della ditta, “L’Avianese” che deteneva l’esplosivo, un testimone, Leone Bravin il cui ricordo coincide perfettamente, in ogni dettaglio, con quanto da me dichiarato il 28 giugno 1984.
Il 13 febbraio 1992, la Digos di Venezia inoltra a Felice Casson il suo rapporto nel quale ovviamente non si affermano i rapporti di conoscenza mia con il missino di Pordenone apparso negli elenchi dei “gladiatori”.
Felice Casson blocca le indagini e, in seguito, accuserà la Digos di Venezia di “negligenza”.
Non era, quindi, difficile seguendo le mie indicazioni, trovare il luogo da dove avevo prelevato l’esplosivo nel mese di luglio del 1970 e verificare le circostanze del prelevamento da me descritte.
Perché questa indagine non è stata fatta nel mese di luglio del 1984?
Felice Casson ha concluso la sua istruttoria il 4 agosto 1986, ha avuto quindi tutto il tempo per disporre questa indagine. E, invece, al processo arriverò avendo, sul punto, solo la mia parola.
E questo era l’obiettivo.
C’è altro di inquietante nei comportamenti di Felice Casson e di quanti si sono occupati delle indagini.
lo abitavo a Udine, quindi qualcuno mi aveva segnalato il luogo dove reperire l’esplosivo e mi ci aveva accompagnato.
Nel corso della prima istruttoria, io cito come testimone Maurilio Tadiotti, residente a Pordenone, amico di Pierluigi Gianmarinaro, ordinovista legato a Carlo Maria Maggi, che difatti lo cita come teste, residente ad Aviano.
Non ho fatto i nomi allora e non li farò oggi.
Cito Tadiotti e Gianmarinaro per i luoghi di residenza che avrebbero dovuto insospettire gli inquirenti, primo Felice Casson, cosa che, viceversa, non avviene per loro fortuna.
Dall’estate del 1984 a quella del 1986, Casson e il piduista Impallomeni non fanno indagini.
Nel febbraio del 1992, la Digos di Venezia le fa, trova i riscontri e Casson blocca le indagini.
Se ne deve dedurre che l’identità dei “basisti” dell’esplosivo a Felice Casson non interessava nel 1984 e ha continuato a non interessare nel 1992.
Perché?
Nei “gialli” di un tempo, quando valeva più l’intelligenza che il sangue e il sesso, l’arma del delitto veniva lasciata sempre in bella vista perché in questo modo sfuggiva all’attenzione degli investigatori.
Nell’istruttoria diretta da Felice Casson e dal piduista Giuseppe lmpallomeni avviene qualcosa del genere, perché una “deviazione” plateale delle indagini è stata compiuta con tanta sfrontatezza che nessuno fino ad oggi l’ha notata.
Il riferimento è al ruolo ricoperto da un certo Mauro Roitero, residente a Monfalcone.
Nel 1983, un funzionario di polizia rinviene negli archivi della Questura di Gorizia alcune lettere, a firma di tale “Antonio Miniussi”, nelle quali si chiede un colloquio con il procuratore della Repubblica di Gorizia Bruno Pascoli e si afferma di conoscere la verità sull’attentato di Peteano. Nella sua ultima lettera, il Miniussi indica in Ivano Boccaccio, le cui foto sono state pubblicate dai giornali dopo la sua tragica morte a Ronchi dei legionari, come il “telefonista” di Peteano.
Nel 1972, la polizia asserisce di non aver potuto identificare la persona che si occultava dietro il nome di Antonio Miniussi. Nel 1983, le indagini consentono di individuarlo in Mauro Roitero, deceduto nel 1976.
Felice Casson si attribuisce il merito della “scoperta” da lui considerata decisiva per definire le responsabilità degli autori dell’attentato del 31 maggio 1972, e Mauro Roitero viene trasformato in un eroico supertestimone che la Questura di Gorizia aveva fatto finta, nel 1972,di non riuscire ad identificare nell’ambito del depistaggio delle indagini di cui, il Casson, rende responsabile il solo questore dell’epoca, ormai moribondo, Domenico De Focatis.
Non pago della pubblicità, Casson fa riesumare la salma perché venga sottoposta a perizia tossicologica in quanto ritiene che si stia ucciso per impedirgli, nel 1976, di dire la verità.
I periti rispondono che a distanza di tanto tempo non è possibile giungere ad alcuna conclusione certa, e Felice Casson informa i giornalisti che il suo sospetto è stato confermato: Roitero è stato avvelenato.
Qualcosa, però, non quadra nella ricostruzione cassoniana benedetta da un rappresentante della loggia P2, perché a leggere le lettere scritte da Mauro Roitero, con il nome di Antonio Miniussi, si nota che c’è la descrizione fisica di una persona che potrebbe coincidere grosso modo con la mia e una menzogna plateale, quella che indica in Ivano Boccaccio il “telefonista”.
Niente altro.
È poco per dire che Mauro Roitero fosse effettivamente a conoscenza della verità.
Una volta individuato Mauro Roitero, perfino un uditore giudiziario o un allievo della scuola di polizia si sarebbe chiesto come faceva costui, residente a Monfalcone, a conoscere la verità su un attentato compiuto sei giorni prima che lui inviasse la prima lettera anonima, il 7 giugno 1972.
Non basta, difatti, dire sapeva, bisogna anche accertare come aveva fatto a sapere in un così breve lasso di tempo quanto avevano fatto persone abitanti a Udine e a lui totalmente sconosciute.
È l’abc della investigazione, quella che permette di verificare la attendibilità di un informatore che, per di più, si era proposto in forma anonima.
Le indagini per accertare le amicizie di Mauro Roitero, i suoi contatti con ambienti politici di estrema destra non solo – e non tanto – a Monfalcone quanto a Udine non sono stato mai fatte.
Quindi come aveva fatto, Mauro Roitero, in sei giorni, a conoscere la verità sull’attentato di Peteano?
Mauro Roitero a Udine non conosceva nessuno, tantomeno persone che mi erano vicine. E nessuno conosceva lui.
Questa è una certezza.
Si deve concludere che Felice Casson e il suo collaboratore piduista abbiano ritenuto che Roitero fosse un veggente, un sensitivo, un collega del mago Otelma che aveva appreso la verità guardando la sua sfera di cristallo.
Non è credibile, ovviamente.
Sarebbe stato sufficiente compiere qualche accertamento serio per appurare il nome della persona che, a Monfalcone, poteva aver imbeccato Mauro Roitero fornendogli la mia descrizione fisica.
Non sarebbe stato difficile.
A Monfalcone sono andato una sola volta e ho parlato con una sola persona all’interno della casa popolare in cui abitava: Antonio Guerin, direttore di “Sentinella d’Italia”, per via dei libri che pubblicava.
Solo lui poteva aveva fornito a Mauro Roitero la mia descrizione fisica e niente altro perché Guerin non aveva visto altre persone, tantomeno Ivano Boccaccio e Carlo Cicuttini.
Le ragioni che hanno indotto Mauro Roitero ed il suo suggeritore sono facilmente dimostrabili: il 6 giugno 1972, è reso pubblico che il ministero degli Interni ha una posto una taglia di 30 milioni (all’epoca una cifra di tutto rispetto) sugli autori dell’attentato.
Il 7 giugno 1972, il giorno dopo, Mauro Roitero manda la prima lettera anonima.
Quando muore Mauro Roitero, il nome di Carlo Cicuttini come quello del “telefonista” è stato ripetutamente segnalato alla procura della Repubblica di Gorizia, alla polizia e ai carabinieri da delatori anonimi.
Roitero di Carlo Cicuttini (come di tutto il resto) non sa niente, tantomeno che è privo di una mano, particolare che uno che “sapeva” avrebbe dovuto segnalare. Roitero lo ignorava.
Chi avrebbe dovuto avvelenare Roitero per impedirgli di dire quello che, a Monfalcone, non aveva mai saputo? Nessuno.
E, difatti, nessuno lo avvelena.
Mauro Roitero muore per infarto mentre si masturba, in ufficio, dinanzi ad una rivista pornografica.
Circostanza questa che induce Felice Casson a rinunciare al tentativo di trasformare Roitero in un testimone eroico ucciso per impedirgli di dire la verità.
Lo dice, a dire il vero, ma poi prudentemente sorvola e non ne parla più.
Una prova inesistente, prima ancora che falsa, quella costituita dalle lettere di Mauro Roitero ma che, a prescindere dalla pubblicità personale che ci ricava Casson (“Ho scoperto” ecc. ecc.), permette di raggiungere un obiettivo molto più importante per lo Stato depistatore: coprire le responsabilità di Questura di Udine.
La scoperte delle lettere Roitero, difatti, sposta l’attenzione sulla Questura di Gorizia e fa dimenticare che una verità ovvia: se quest’ultima ha competenza territoriale perché Peteano si trova in provincia di Gorizia, a fare le indagini sul mio conto è quella di Udine.
È a Udine che si trova la chiave della verità sui depistaggi dell’attentato, e non solo nella sede del Nucleo investigativo dei carabinieri ma in quella dell’ufficio politico della Questura.
Il Movimento sociale italiano si è sempre distinto per numero di informatori, confidenti e delatori (tanto che sarebbe più pertinente definirlo Movimento spioni italiani) e la voce di Carlo Cicuttini è stata riconosciuta da molti missini tanto più che lavorava alla Camera di commercio e il telefono lo usava spesso e volentieri.
Non è possibile sapere oggi in quanti missini si sono presentati, in forma rigorosamente anonima nello stile che gli è congeniale ad accusare Carlo Cicuttini e, ovviamente, me.
ln numero sufficiente per indirizzare le indagini sul mio conto e sul suo.
È certo che a Udine – non a Gorizia – è giunto un funzionario della divisione Affari riservati, come è processualmente provato che è stato il capo della polizia Angelo Vicari, tramite il suo segretario personale, ad impartire al prefetto di Gorizia l’ordine di fermare le indagini.
Se la polizia si ritira dalle indagini è perché è giunta alle sue conclusioni e, a quel punto, lascia mano libera ai carabinieri senza più interferire ponendosi preventivamente al riparo da quelli che potranno essere gli sviluppi successivi della vicenda.
Decisione accorta come i fatti dimostreranno, ma non sufficiente a tenere il ministero degli Interni lontano dalle indagini sui depistaggi se non ci fosse stato l’intervento della magistratura veneziana, in modo specifico di Felice Casson e del suo collaboratore piduista Giuseppe lmpallomeni.
È a Udine che si distrugge – lo abbiamo visto – la bobina contenente la registrazione della voce di Carlo Cicuttini per opera di un funzionario di quella questura e di un sostituto procuratore della Repubblica, è a Udine che si afferma in Questura di aver distrutto tutta la documentazione relativa alla mia attività politica iniziata nel 1962, come mi informerà un trionfante Felice Casson.
E mentre la Questura di Gorizia finisce nella bufera per via delle lettere Roitero, prova quanto mai fasulla e mendace, quella di Udine non sarà sfiorata nemmeno dal sospetto.
La protezione accordata, sul piano giudiziario alla Questura di Udine si estende per ovvie conseguenze alla divisione Affari riservati (ed al suo direttore Umberto Federico D’Amato) , al capo della polizia Angelo Vicari e al ministro degli Interni Mariano Rumor.
Per la storia e per la verità, sarà la Corte di assise di Venezia, presieduta da Renato Gavegnin, a incriminare i funzionari della Questura di Gorizia che mentivano platealmente sulle lettere Roitero, il prefetto Umberto Federico D’Amato, il capo della polizia Angelo Vicari, il capitano Antonio Labruna, il sostituto procuratore della Repubblica di Udine Giampaolo Tosel, il ministro degli Interni Mariano Rumor, il consigliere istruttore Raul Cenisi, Pino Rauti.
Felice Casson, a quel punto, sarà obbligato il 3 gennaio 1989 a rinviare a giudizio i funzionari della Questura di Gorizia e Raul Cenisi, riuscirà a prosciogliere per prescrizione di reato D’Amato e Labruna, rifiutandosi infine di perseguire Tosel mandando gli atti a lui relativi alla procura della Repubblica di Trento, per Rauti e Rumor chiederà l’autorizzazione a procedere del cui esito nulla si saprà mai.
L’immagine riflessa nello specchio di Felice Casson è quella di un giudice che ha “scoperto” tutto, quella reale ci racconta un’altra storia.
Non possiamo concludere questo breve documento che non è la storia del processo di Peteano che sarà scritta in futuro, senza fare una ultima annotazione.
Non esiste nella storia giudiziaria italiana l’esempio di un magistrato che, invece di valorizzare la figura e la testimonianza di un imputato che si è assunta una responsabilità pesantissima senza nulla chiedere, si sia impegnato a sminuirla, banalizzarla, infangarla per togliere valore e credibilità a quanto afferma sul piano storico.
Oggi l’esempio lo abbiamo: quello di Felice Casson.
Lo avevamo già denunciato, citando stralci della sua ordinanza istruttoria del 4 agosto 1986, l’accanimento nei miei confronti. Oggi abbiamo citato, come esempio (ma ce ne sono altri altrettanto significativi), quello dell’accertamento non fatto sul luogo da dove avevo prelevato l’esplosivo, quindi ci limitiamo in queste pagine a chiedere quali erano le recondite ragioni che hanno indotto il Casson a tanto livore nei miei confronti.
Se per Felice Casson non dovevo avere alcuna credibilità la ragione risiedeva nella denuncia che io facevo (e faccio) della responsabilità dello Stato nel terrorismo e nelle stragi.
Un’ipotesi? No, un fatto.
La mia è una testimonianza tanto più temuta quanto più è data senza contropartite e nel rispetto della verità.
Il 6-7 agosto 1984, in coincidenza con una mia deposizione a Bologna quando farò un elenco parziale dei confidenti dei servizi, a Roma, nella sede del Sismi, a Forte Braschi, vengono distrutti 93 documenti su 804 registrati, riferiti agli anni 1956-1960 e annotati nel registro segretissimo, del cui contenuto non viene lasciata nemmeno una traccia.
Altri 15 documenti risulteranno distrutti senza annotazione di data, mentre altri 64 saranno distrutti nel corso del 1985.
ln proposito, i magistrati della procura della Repubblica di Roma, nella loro richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’ammiraglio Fulvio Martini ed altri ufficiali del Sismi del 15 luglio 1996, scriveranno:

“Le distruzioni non sono giustificabili per il decorso di periodi di tempo prestabiliti o per oggetto. ln tutto il periodo antecedente (1960-1984) vi erano stati complessivamente 51 documenti soppressi; nel periodo successivo non ve ne saranno altri… Si sottolinea la coincidenza temporale con il fatto che nel giugno 1984 (e poi per tutto il mese di luglio e fino al 10 agosto) Vincenzo Vinciguerra aveva iniziato a rendere davanti all’Autorità giudiziaria di Venezia e Bologna le dichiarazioni circa coperture asseritamente godute dopo aver commesso la strage di Peteano che avrebbero infine portato alle richieste di esibizione del materiale relativo a Gladio”.

Altri documenti saranno distrutti a seguito delle mie dichiarazioni come sostenuto dagli avvocati di parte civile al processo per la strage di Brescia.
Se i servizi segreti italiani sono obbligati dalla mia azione a mettersi sulla difensiva e a distruggere documenti classificati e segretissimi, Felice Casson va all’offensiva e, il 15 aprile 1987, mentre a Venezia è in corso il processo che mi riguarda, interrogato dalla commissione presieduta da Gerardo Bianco in seduta segreta, dichiara testualmente: “Non credo a una sola parola di quello che dice”.
Da una decina di anni, però, va raccontando in giro di aver scoperto “Gladio” – e non è vero – sulla base delle dichiarazioni da me rese a lui, e non è vero nemmeno questo.
Nel 1993-94, invierà a tutte le procure della Repubblica una nota affermando che stavo depistando le indagini sulla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, a Milano, condotte dal giudice istruttore Antonio Lombardi.
Come sempre sarà platealmente smentito ma nessuno, purtroppo, dei suoi colleghi sentirà il dovere di denunciare al Consiglio superiore della magistratura il suo tentativo, costante e reiterato, di togliere credibilità alle mie dichiarazioni specie se riferite alla responsabilità di elementi di Ordine nuovo nelle stragi italiane.
L’ultima smentita, Felice Casson l’ha ricevuta dalla Corte di assise di appello di Milano che ha valorizzato le mie dichiarazioni sulla strage di Brescia, ricordando che avevo indicato proprio in Ordine nuovo l’area stragista già nel maggio del 1985, e, inoltre, ha pubblicato quasi integralmente l’analisi della strategia della tensione da me consegnata alla Corte di assise di Venezia nell’estate del 1987, definendola “seria” e “valida”, ribadendo il giudizio espresso da una altra Corte di assise di appello di Milano sullo stesso documento.
A quasi trent’anni di distanza, le mie dichiarazioni e le mie analisi esposte alla Corte di assise di Venezia, che le ha integralmente condivise, altre due Corti di assise di appello, a Milano, le ha hanno fatte proprie.
“Non credo a una sola parola di quello che dice”, aveva detto Casson alla Commissione Bianco il 15 aprile 1987, ma oggi sono in tanti a non credere a una sola parola di quello che dice lui.
Nel ricordare che la congiura contro la verità sull’attentato di Peteano e contro chi se ne era fatto portatore, aveva visto impegnati “tutti i poteri dello Stato”, il pubblico ministero Gabriele Ferrari ha opportunamente dimenticato di inserire la magistratura veneziana.
Perché, è ovvio che Felice Casson è stato solo la punta di diamante di un ambiente giudiziario che si era impegnato a proteggere lo Stato ed i suoi apparati, ma mentre gli altri hanno proseguito nella loro carriera in silenzio, solo lui ha cercato di trarre il massimo beneficio da quell’inchiesta per soddisfare le sue ambizioni politiche.
Nemmeno il durissimo giudizio espresso sul suo conto dal procuratore della Repubblica di Venezia al Consiglio superiore della magistratura ha impedito che venisse promosso consigliere di Cassazione, così come non ha influito sulla sua carriera politica.
Dinanzi ai fatti, solo parzialmente esposti in queste pagine, cosa rimane della verità ufficiale, quella che pretende che un intemerato, addirittura, eroico giudice, Felice Casson, ha scoperto la verità sull’attentato di Peteano ed ottenuto la condanna all’ergastolo del sottoscritto?
Nella immagine riflessa dallo specchio si vede la propaganda e, in quella reale, la verità che lo Stato, il regime, non si possono consentire di dire e di far conoscere.
È uno Stato sulla difensiva nei confronti di un uomo solo, orgogliosamente solo.
Gli strumenti a disposizione dello Stato che tutto controlla e di tutto dispone permettono a tanti di vivere nell’illusione di aver raggiunto l’obiettivo degli antichi alchimisti, quello di trasformare il piombo in oro.
Ma, appunto, è solo un’illusione, perché il tempo cancella la vernice dorata con la quale è stato ricoperto il piombo e questo riappare per quello che è.
Del giudice che ha fatto carriera giudiziaria e politica sui mezzi di comunicazione di massa rimane un fallito che per due volte ha tentato senza successo di farsi eleggere sindaco di Venezia, ed uno sherpa senatoriale che deve sperare in una rielezione quanto mai incerta.
Non è molto, anzi è assai poco se un giorno le protezioni politiche e ministeriali di cui continua a godere verranno a mancare.
E se quel giorno arriverà l’immagine di Felice Casson, dell’ordine giudiziario che tutto gli ha consentito, dei servizi segreti di cui è stato consapevole strumento, della politica che lo ha portato al Senato, della stampa che ne ha costruito la figura, apparirà per quella che essa è, non più riflessa nello specchio della propaganda, insieme a quella di questa prostituta burocratica che si ostinano a chiamare Stato.
Nella cella di questa casa chiusa di Opera, dove rimango per mia scelta non per altrui decisione, fra maschi da cortile e femmine da caserma io saprò attendere.

Opera, 22 luglio 2017

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