Il Sistema Mafioso

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di Vincenzo Vinciguerra

Hanno appena finito di commemorare Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, e subito si sono chiusi nel silenzio dinanzi ai fatti, che sarebbero considerati sconvolgenti in qualsiasi altro Paese nel mondo, che emergono dalle inchieste giudiziarie sui fatti del 1992-1993.
In diciottesima pagina, senza alcuna evidenza, Il Corriere della sera riporta la notizia che sono stati spiccati altri due mandati di cattura a carico di un boss della ‘ndrangheta e del mafioso palermitano Giuseppe Graviano per l’uccisione di due carabinieri e il ferimento di altri quattro avvenuti fra il 18 e il 1° febbraio 1994 in Calabria.
La motivazione dei tre agguati è la stessa delle stragi del 1992-1993, cioè ottenere dallo Stato la revoca dell’articolo 41 bis che prevede il carcere duro per i mafiosi.

Ma non solo quello, evidentemente, perché le mafie erano state chiamate a dare il loro contributo, con i metodi che sono loro congeniali, al riassetto del panorama politico italiano deciso in ben altre segrete stanze.
La logica è la stessa della strage di Portella della Ginestra e degli attacchi alle sezioni del Pci di Partinico e San Giuseppe Jato nel maggio-giugno del 1947, condotti dagli uomini di Salvatore Giuliano.
Se l’obiettivo era, in quegli anni, il contenimento elettorale del Pci a favore della Democrazia cristiana, è vero che la mafia siciliana non aveva all’epoca i mezzi e gli uomini per agire sull’intero territorio nazionale.
Negli anni Novanta, i mezzi e gli uomini ci sono e, soprattutto, c’è la logica di favorire la nascita e il rafforzamento di un soggetto politico di centro-destra che si ponga come alternativa a quella sinistra che, dopo le mirate indagini di Tangentopoli, era rimasta la sola più o meno credibile.
Ancora oggi si ribadisce in documenti giudiziari che il «soggetto politico» sostenuto dalle mafie era «Forza Italia», creata da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, poi, condannato per concorso esterno in associazione di stampo mafioso.
Eppure, tutto tace.
I politici, compresi quelli del Movimento 5 stelle, non battono ciglio di fronte ad accuse che dovrebbero suggerire di prendere almeno le distanze da un individuo come Berlusconi la cui fedina penale dovrebbe essere motivo di esclusione dalla vita politica di una Nazione che si dice civile e da una classe politica che pretende di lottare contro la corruzione.
Viceversa, sul Corriere della sera si giunge a insinuare che Giuseppe Graviano era forse consapevole di essere intercettato mentre, parlando con un altro detenuto, accusava Berlusconi e Dell’Utri per il ruolo che avrebbero ricoperto nelle operazioni mafiose del 1992-1993, stragi comprese.
Un modo per dire che, forse, Graviano intende calunniare Berlusconi e Dell’Utri, senza però Spiegare quali vantaggi ne ricaverebbe il boss mafioso condannato a più ergastoli dal chiamare in correità i due personaggi.
Anche Salvatore Riina, parlando con un altro detenuto senza sapere di essere intercettato, ha affermato che Silvio Berlusconi finanziava regolarmente la mafia palermitana con la non modica cifra di 500 milioni l’anno.
Anche Riina calunniava?
È uno spettacolo già visto, un copione che si ripete perché la stessa indifferenza sul piano politico e mediatico è stata ostentata per quasi mezzo secolo dinanzi ai rapporti fra gli esponenti della Democrazia cristiana e le mafie.
La giustificazione a posteriori è stata che la Dc rappresentava all’epoca la diga al comunismo e che, di conseguenza, era logico che si servisse di tutte le forze anticomuniste, comprese le mafie.
E «Forza Italia», oggi, cosa rappresenterebbe? Un movimento politico senza il quale si destabilizzerebbe la situazione italiana?
Se si avesse la dignità e il coraggio di prendere, almeno sul piano politico, le distanze da uomini la cui contiguità con la malavita è provata perfino sul piano processuale, il cui agire malavitoso è confermato da sentenze passate in giudicato, i «forzisti» farebbero gara per cambiare camicia e schieramento.
La verità, per quanto amara possa essere, è che tutta la classe politica italiana è malavitosa nel sentire e nell’agire. Così che non trova scandaloso che un individuo pluricondannato per corruzione e altro, legato a doppio filo con un condannato per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, possa ancora presentarsi come l’uomo in grado di assumere, una volta di più, l’incarico di presidente del Consiglio.
In politica, in Italia, la capacità delinquere è garanzia di successo.
Non siamo più una Nazione, ma una «famiglia» in cui contano parenti e amici e amici degli amici, il cui unico scopo è continuare a governare e a «mangiare» insieme in nome di un potere fine a sé stesso.
Buon appetito.

Opera, 29 luglio 2017

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