Troppo tardi

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di Vincenzo Vinciguerra

A differenza di tutte le altre associazioni di familiari delle vittime del «terrorismo» e delle stragi, che hanno scelto di vestire virtualmente l’uniforme dei corazzieri e si sono erette a difesa dello Stato, delle istituzioni e della classe politica equiparate anch’esse a vittime dei «terroristi neri» e dei «servizi segreti deviati», quella di Bologna, prima sotto la guida di Torquato Secci poi di Paolo Bolognesi, si è distinta per vis polemica nei confronti dei governi che si sono alternati in questi 37 anni alla guida del Paese.
Non hanno ottenuto nulla, i familiari delle vittime dell’eccidio del 2 agosto 1980. Neanche la soddisfazione di vedere gli autori ancora in carcere.
Li hanno addirittura derisi concedendo la liberazione condizionale a Francesca Mambro dopo 18 anni di carcere effettivo e a Valerio Fioravanti dopo 20 anni, mentre Luigi Ciavardini è da anni in semi-libertà, beneficio che gli consente di vivere in carcere solo la notte per dormire.

Non si sono resi conto, a Bologna, che la campagna mediatica finalizzata a beatificare i «ragazzini» dei Nar è stata promossa e portata avanti da uno schieramento politico e mediatico trasversale che andava dall’estrema destra all’estrema sinistra perché bisognava mettere in dubbio – e lo si fa ancora oggi – la verità giudiziaria per consentire ai responsabili di vivere il carcere in maniera privilegiatissima, di ottenere tutti i benefici di legge e di uscirne quanto prima perché è vero che i due (Fioravanti e Mambro) hanno mandato in galera tutti i loro amici ma la loro attività delatoria non si è spinta fino a rivelare la realtà nella quale hanno operato.
Non extraparlamentari ma missini, figli di Giorgio Almirante e Franco Maria Servello, fratelli minori di Gianfranco Fini e Ignazio Larussa, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini e i loro complici hanno coperto le responsabilità di mandanti e protettori inventandosi il ruolo di «spontaneisti», di «ragazzini» appunto che hanno agito per proprio conto al di fuori di un disegno politico preordinato.
Fosse vero che hanno ammazzato a destra e a manca, rapinato, venduto droga ecc. per il piacere di farlo, dovrebbero essere relegati nella storia criminale del Paese, ma così non è stato.
Essere delinquenti e psicopatici, non avere ideali non esclude che siano stati utilizzati da coloro che un disegno politico lo avevano: lo prova l’attività stragista alla quale hanno preso parte dalla primavera del 1979, a Roma, al 30 luglio 1980, a Milano.
I familiari delle vittime di Bologna vogliono conoscere i nomi dei mandanti?
Non sono nomi scritti nelle carte non ancora desecretate, compaiono in documenti giudiziari ormai pubblici, in libri di storia, in articoli giornalistici.
Solo che i familiari dei martiri di Bologna partono dal presupposto errato dei «fascisti» come autori di una «strage fascista», avrebbero maggiori possibilità di comprendere la verità se parlassero di strage di Stato cancellando la scritta di «strage fascista» dalla lapide apposta all’interno della stazione ferroviaria di Bologna.
Hanno seguito fino a oggi la «pista» sbagliata, quella imposta dal Partito comunista, poi Democratico, che è dal 1969 che depista ogni indagine per coprire le responsabilità politiche e istituzionali deviandole su inesistenti «fascisti».
Sono i democratici di sinistra che si sono impegnati allo spasimo per scagionare Fioravanti e Mambro dall’accusa di aver compiuto la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
I familiari delle vittime non seguono il Tg3 con la sua valanga di menzogne e di infamie reiterate ancora oggi?
Vogliono i nomi dei mandanti?
Comincino, Paolo Bolognesi e gli altri a denunciare pubblicamente i nomi di quanti hanno inventato l’esistenza dello «spontaneismo armato» ed esaltano la figura dei teneri «ragazzini» dei Nar che si esibivano, secondo copione, in oscene effusioni all’interno delle aule dei Tribunali.
I nomi di questi personaggi non sono scritti in carte ancora segrete, sono di dominio pubblico: da Eugenio Scalfari a Bianca Berlinguer, da Gianfranco Fini a Walter Veltroni, da Emma Bonino a Furio Colombo, e così via.
Ai nomi dei mandanti si può giungere anche seguendo la pista dei complici e dei loro burattini.
Vogliono la verità: dicano che il direttore del Sismi, Giuseppe Santovito era alle dipendenze di Giulio Andreotti, non di Licio Gelli; che Francesco Cossiga ha smentito in maniera spudorata su Ustica come su Bologna; che il solo democristiano a collegare la strage di Bologna con quella di Ustica è stato Antonio Bisaglia riportando voci raccolte, nell’immediatezza dell’eccidio, in Veneto, morto annegato a Portofino nel 1984, mentre suo fratello prete morirà sempre annegato nel 1992; che Giorgio Vale è stato ucciso dalla polizia, a Roma, il 5 maggio 1982, mentre suo padre trattava la sua costituzione con Erminio Pennacchini nell’intento di garantirgli la vita.
Ci sono tante cose ancora da dire, tanti collegamenti da fare, tanti tasselli da inserire nel mosaico ancora largamente incompleto della strage di Bologna del 2 agosto 1980 e dello stragismo di Stato italiano.
Siamo certi che Paolo Bolognesi vuole la verità, ma sarebbe più credibile se uscisse da un partito che, insieme a lui, in Parlamento ci ha portato Felice Casson, in ossequio alla politica del doppio gioco che questo partito ha sempre fatto fin da quando si chiamava Partito comunista e lavorava per gli interessi dell’Unione Sovietica.
Da tanti anni, ormai, i democratici di sinistra proteggono gli interessi degli Stati uniti e della Nato.
A Bologna non se ne sono accorti?
Vogliono la verità? La dovranno cercare contro il Partito democratico e tutte le altre forze politiche, nessuna esclusa.
Non pensano di poterlo fare?
Facciano come quelli di Brescia, di Milano, dell’Italicus: indossino l’uniforme dei corazzieri e si limitino a chiedere i risarcimenti.
I soldi, il Partito democratico e tutti gli altri li danno. La verità no, quella non la daranno mai.
La verità bisogna conquistarla senza di loro, contro di loro.

Opera, 3 agosto 2017

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