I Premiati

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di Vincenzo Vinciguerra

A Bologna, sono impegnati a cercare i mandanti della strage del 2 agosto 1980 alla Stazione ferroviaria e, a Roma, una commissione parlamentare d’inchiesta è ancora al lavoro per fare luce sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Dai fatti sono passati, rispettivamente, 37 e 39 anni, e una verità è stata raggiunta, in modo parziale, solo sugli esecutori materiali.
Familiari delle vittime e qualche parlamentare chiedono che a «parlare» siano coloro che sono stati condannati con sentenze passate in giudicato come esecutori materiali perché – è lapalissiano – loro la verità su mandanti e correi rimasti nell’ombra la conoscono.
Nessuno, però, suggerisce cosa sarebbe opportuno fare per indurre i condannati a parlare.
In questi casi, difatti, il solo metodo suscettibile di ottenere un risultato positivo è quello di offrire a persone che stanno scontando una pena che è indeterminata, che cioè potrà non avere mai fine come l’ergastolo la possibilità di ritornare in libertà, dopo aver usufruito di tutti i benefici di legge previsti dall’ordinamento penitenziario vigente.
Ma questo non è possibile farlo, non più.

Per la semplice ragione che tutti coloro che potrebbero dire qualcosa di utile hanno tutti – senza eccezioni – espiato la loro pena e sono oggi in libertà o, come il solo Mario Moretti in semi-libertà.
In altre parole, lo Stato, utilizzando l’amministrazione penitenziaria e i Tribunali di sorveglianza, li ha pagati per tacere con trattamenti privilegiati all’interno delle sue case chiuse, permessi premiali, lavoro esterno, semi-libertà e, infine, la libertà condizionale che, dopo cinque anni, consente di ritenere definitivamente scontata la pena.
Oggi, quindi, chi dovrebbe «parlare» è da anni un libero cittadino che non ha alcun interesse per rimettersi in gioco come testimone per favorire l’accertamento della verità.
Prendiamo a esempio Barbara Balzerani, che sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro ha lo stesso patrimonio conoscitivo di Mario Moretti.
È stata arrestata a Ostia (Roma), il 19 giugno 1985 e ha ottenuto la liberazione condizionale il 18 dicembre 2006 ed è, di conseguenza, libera cittadina dal 18 dicembre 2011.
Perché mai dovrebbe «parlare» nel 2017?
Telegiornali e giornali raccontano che la Balzerani (e con lei tutti gli altri) hanno espiato 26 anni di carcere e, solo dopo, come previsto dalla legge, hanno ottenuto la liberazione condizionale.
È una menzogna.
Premesso che il termine di 26 anni per ottenere la scarcerazione è solo teorico perché i condannati devono fare i conti con il potere discrezionale dei Tribunali di sorveglianza, gli unici a stabilire se un ergastolano è meritevole o meno di ottenere la libertà condizionale, c’è da dire che, tranne casi rari, questa viene concessa solo dopo che la persona ha effettivamente scontato una pena superiore ai 30 anni.
Diciamo «effettivamente» perché quello che i venditori di bufale di giornali e telegiornali non dicono è che la pena scontata può essere aumentata per effetto della cosiddetta «liberazione anticipata», che viene concessa nella misura di tre mesi ogni anno ai detenuti che hanno mantenuta una buona condotta.
Nel caso di Barbara Balzerani la pena effettiva che costei ha scontato è di 21 anni e 6 mesi ai quali i deferentissimi giudici di sorveglianza hanno aggiunto quattro anni e 6 mesi di «liberazione anticipata» raggiungendo in questo modo il limite di 26 anni fissato dalla legge Gozzini per tornare in libertà.
Aggiungiamo, inoltre, che se un cittadino italiano è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di un appartenente alle forze di polizia il conto che gli viene presentato è molto più salato e molto più lontana nel tempo è la concessione di qualche beneficio di legge e incerta la concessione della liberazione condizionale.
Barbara Balzerani è stata condannata all’ergastolo per concorso nell’omicidio dei cinque uomini di scorta di Aldo Moro, la cui vita per lo Stato italiano vale – a quanto pare – molto meno di quella di altri loro colleghi uccisi in altre circostanze e con altre motivazioni.
Per finire, aggiungiamo che per la concessione della liberazione condizionale la legge esige la prova del «sicuro ravvedimento» del condannato e la richiesta di perdono ai familiari degli uccisi.
Sono state rispettate queste condizioni inderogabili nel caso di Barbara Balzerani?
Ne dubitiamo.
Altro esempio viene dalla vicenda processuale di Giovanni Senzani. Personaggio al vertice delle Brigate rosse, responsabile del sequestro e dell’omicidio di Roberto Peci e del sequestro del democristiano Ciro Cirillo nel corso del quale sono uccisi il suo autista e l’agente di scorta.
Senzani saprà molto del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, per via della sua posizione nelle Br, ma sa tutto sul sequestro di Ciro Cirillo, le trattative con la camorra condotte dai servizi segreti, la somma effettivamente pagata per il riscatto e quanto altro è rimasto sempre oscuro.
Giovanni Senzani viene arrestato a Roma il 9 gennaio 1982. Il 7 gennaio 1999 ottiene il primo permesso premio e il 28 gennaio 1999 gli viene concessa la semilibertà.
Pochi sanno cosa sia la semi-libertà: è un beneficio che consente al detenuto al quale viene concesso di uscire dal carcere, per motivi di lavoro, dalle ore 07.00 alle ore 21.00-22.00, anche nei giorni festivi.
In poche parole, il detenuto è obbligato a risiedere in carcere (meno i 45 giorni annui di permesso premiale) solo nelle ore notturne, così che per lui cessa di essere «galera» e si trasforma in una pensione.
Per ottenere di passare da detenuto a pensionato, Giovanni Senzani impiega 17 anni e 18 giorni.
Il 28 ottobre 2004, finisce per lui anche il carcere virtuale perché gli viene concessa la liberazione condizionale. Dal momento dell’arresto sono passati 22 anni, 10 mesi e 18 giorni.
In silenzio, senza clamori, senza aver mai detto nulla di ciò che sapeva, il criminologo sospettato di essere stato il basista di omicidi e tentati omicidi di magistrati impiegati presso il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria di cui era consulente, torna a essere libero cittadino.
Barbara Balzerani e Giovanni Senzani, a conti fatti, hanno scontato una pena inferiore a quella di comuni cittadini italiani condannati per un solo omicidio volontario aggravato.
Mario Moretti è il capo presunto delle Brigate rosse. Viene arrestato a Pavia il 3 aprile 1981. Nel 1993, inizia ad andare in permesso premio, nel 1995 viene ammesso al lavoro esterno, l’11 novembre 1997 ottiene il beneficio della semi-libertà. Sono passati 16 anni e 7 mesi.
Dal 1990, Moretti è inserito fra i dirigenti della «Lombardia informatica» dove guadagna bene e può gestire la sua esistenza senza patemi di animo.
In semi-libertà ha il vantaggio di non pagare l’affitto, di non pagare le bollette del gas, della luce, dell’acqua, di avere un posto sicuro e garantito per dormire, per il resto si gode la sua libertà e il conto in banca.
Hanno incassato, i personaggi citati, il prezzo dell’omertà e ora dovrebbero avvertire il bisogno di contribuire al ristabilimento di una verità taciuta fino a oggi?
Non è ipotizzabile.
E non lo è per gli stragisti di Bologna, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.
Per la gravità di questo fatto, il loro iter carcerario è ancora più sorprendente di quello percorso dalle Balzerani, dai Moretti e dai Senzani.
Francesca Mambro, difatti, è condannata per concorso in 10 omicidi e per l’eccidio di Bologna del 2 agosto 1980, per un totale di 95 morti.
È arrestata, a Roma, il 5 marzo 1982 e la sua vicenda processuale si conclude il 23 novembre 1995, quando la Corte di cassazione passa in giudicato la condanna all’ergastolo per la strage del 2 agosto 1980.
Nella condizione di «giudicabile», la Mambro non poteva usufruire di benefici di legge, ma una volta «definitiva» il cammino per la libertà può iniziare.
Non deve attendere molto: il 6 giugno 1997, inizia un permesso premio di tre giorni concessole dal Tribunale di sorveglianza di Roma.
Il marito, Valerio Fioravanti, attenderà fino al 1998 e, poi, giungerà anche per lui il sospirato permesso premiale.
Il 12 luglio 1999, Valerio Fioravanti va in semilibertà impiegandosi presso l’associazione radicale «Nessuno tocchi Caino».
Francesca Mambro con il pretesto della maternità otterrà differimento della pena e detenzione domiciliare speciale, fino a quando le concederanno la libertà condizionale, già concessa al marito.
Anche questi due non faranno più di 18 anni di carcere effettivo, il che costituisce un record per due condannati per concorso nella morte di 95 persone.
Alla base di tanta generosità dello Stato non c’è la loro attività deleteria dinanzi alla quale un pentito può essere scambiato per un uomo d’omertà, visto che i due hanno garantito condanne anche all’ergastolo praticamente a tutti coloro che hanno la sventura di conoscerli, quanto la pretesa che siano stati condannati ingiustamente per la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Gli altri morti, quindi, politica, stampa e perfino diversi magistrato li hanno riseppelliti e fatti dimenticare, tanto che la Mambro potrà esibire al Tribunale di sorveglianza attestati di stima da parte di personaggi della politica, della cultura e dell’impegno sociale.
Non ci può essere ravvedimento, tanto meno «sicuro ravvedimento» come pretende la legge, quando ci si proclama innocenti ma il Tribunale di sorveglianza di Roma ci passa sopra e concede a entrambi la liberazione condizionale.
Oggi, i due sono liberi cittadini premiati dai partiti politici, compreso se non primo quello democratico, per aver taciuto sempre su mandanti e organizzatori dei crimini che hanno commesso.
Coloro che oggi affermano di cercare ancora la verità su Moro, su Bologna, su Ustica, su tanti altri «misteri d’Italia» non puntino l’indice accusatorio a destra e a manca, ma facciano autocritica perché hanno avuto il tempo, la possibilità, le prove per denunciare quanto stava accadendo e, invece, hanno taciuto o, peggio ancora, si sono intruppati nei partiti politici che contro la verità hanno fatto il possibile e l’impossibile.
Se nemmeno oggi sono in grado di reagire denunciando le responsabilità politiche e istituzionali, smettano almeno di blaterare di «fascisti» e di «stragi fasciste», e portino finalmente rispetto ai loro morti restando, una volta per tutte e per sempre, in silenzio.

Opera, 10 agosto 2017

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