La Delusione

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di Vincenzo Vinciguerra

Leggo un articolo di Simona Zecchi del 3 luglio, relativo all’evasione dal carcere di Fossano di Giuseppe Mastini, meglio noto come Johnny lo Zingaro.
La brava ed onesta giornalista elenca con puntiglio gli elementi già esposti nel libro da lei dedicato all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, il solo mai scritto che offre la verità sulla morte dello scrittore, facendo giustizia di tante interessate menzogne.
In quel libro, il ruolo di Giuseppe Mastini appare centrale ed ora Simona Zecchi lo ribadisce sottolineando il ruolo di confidente svolto da Johnny lo Zingaro fuori e dentro il carcere.
Sebbene inespressa, si avverte la delusione di Simona Zecchi dinanzi alla realtà di un mondo giornalistico che ha ignorato quanto da lei dimostrato e provato sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, che ha trattato il caso di Giuseppe Mastini come ordinario limitandosi a ricordare che è stato sospettato di aver partecipato al massacro dello scrittore senza però che a suo carico siano emerse prove per condurlo alla sbarra.
Non è andata così.

Il libro di Simona Zecchi, ed ora il suo articolo, affermano che non sono state fatte indagini serie sull’omicidio di Pasolini sul conto di Pino Pelosi e, di conseguenza, su quello dei suoi complici primo fra tutti Johnny lo Zingaro.
Non è vero, quindi, che non siano state trovate prove a suo carico, è vero che non sono state cercate, che ci sono state interferenze, omissioni, pressioni per circoscrivere le responsabilità al solo Pino Pelosi che ha recitato la parte assegnatagli fino al giorno in cui è morto.
Forse, si è ancora in tempo a ricercare la verità sul ruolo avuto da investigatori, magistrati, uomini legati ai servizi segreti (vedi il giornalista de “Il Tempo” di Roma Franco Salomone), nel depistaggio delle indagini sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini se non altro per comprenderne le reali motivazioni.
Ma nel mondo giornalistico italiano, una Simona Zecchi è un’eccezione, insieme a poche altre, per il resto la definizione di pennivendoli è più che adeguata e forse troppo generosa.
Difatti, dopo che Johnny lo Zingaro è stato riportato in carcere i giornalisti italiani si stanno concentrando sulla fuga da lui compiuta per amore.
Fra qualche giorno ce lo presenteranno come Romeo che insegue la sua Giulietta e si batteranno perché gli venga concessa la grazia presidenziale la cui richiesta è già stata preannunciata.
Pasolini è morto ammazzato, Pelosi è morto per malattia, e la verità non può interessare ad un mondo che si nutre di menzogne e che teme tutte le verità su delitti e depistaggi che negli intendimenti dei suoi abitanti devono restare occultati per sempre.
In un Paese in cui il passato non passa, padroni e servi temono sempre che in tutto o in parte possa irrompere nel presente e condizionare a loro sfavore il futuro.
Questa è la democrazia.
Questo quel mondo democratico dove esiste la libertà di stampa ma non una stampa libera, dove ogni verità se pur detta viene soffocata da una coltre di menzogne e da un manto di indifferenza.
Chiedere alla democrazia italiana di far luce sui propri delitti è fuori luogo, è illusorio attendersi ripensamenti, rimorsi, confessioni.
Per scrivere la verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini ci sono voluti quarant’anni e l’intelligenza e l’onestà di Simona Zecchi. Un lampo nel buio e, poi, l’oscurità ritorna compatta e impenetrabile.
Il destino dei fratelli Pasolini non interessa: Guido ucciso a Porzus dai partigiani garibaldini guidati da “Giacca”, Pier Paolo massacrato a Ostia da malavitosi guidati da figure rimaste oscure, trent’anni più tardi.
Il primo eliminato dai comunisti, il secondo dagli anticomunisti, per Guido conosciamo le motivazioni, per Pier Paolo le ignoriamo ancora oggi.
Del primo non bisogna parlare perché offusca la leggenda della Resistenza, del secondo perché a nessuno conviene la verità, compreso quel Partito comunista, oggi Democratico, al quale Pier Paolo Pasolini aveva dato una sofferta e contrastata adesione senza mai rinnegare il fratello anticomunista.
Sono stati dimenticati entrambi e l’impegno di Simona Zecchi per la verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini è accolta con timore e fastidio anche da quella sinistra che aveva archiviato il suo omicidio come un incidente dovuto alle inclinazioni sessuali dello scrittore.
Simona Zecchi ha dimostrato che così non è stato ma nessuno ne ha seguito l’esempio per completare il mosaico al quale, dopo il lavoro da lei fatto, mancano invero pochi tasselli.
Non interessa.
Ora è meglio battersi per il diritto all’affettività di Johnny lo Zingaro.
Lui è vivo e serve, Pasolini è morto ed è bene che rimanga polvere nella polvere.
È la democrazia.

Opera, 14 agosto 2017

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