Giustizia cercasi

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di Vincenzo Vinciguerra

Dovevamo parlare di “mala giustizia” ma, dopo una rapida riflessione, ci siamo resi conto che puntare l’indice accusatorio contro la “mala giustizia” implicava l’esistenza di una “buona giustizia”.
Invece, in questo Paese non si può criticare la “mala giustizia” né lodare la “buona giustizia” per la semplice ragione che la giustizia non esiste.
Non è un’affermazione polemica ma una constatazione che si basa su realtà riscontrate e documentate.
Nel giro di pochi mesi, in una sola sezione di questa casa chiusa di Opera, abbiamo verificato l’esistenza di due casi che provano l’esistenza di un metodo che non è in vigore in un solo Tribunale ma che, a quanto pare, è ormai diffuso in tutti gli uffici giudiziari e in tutte le aule dei Tribunali.

Del primo abbiamo già parlato. Si è verificato a Brescia con la condanna a 15 anni e 8 mesi di un albanese, per concorso in omicidio, che invece è innocente perché a suo favore depongono testimonianze, rapporti dei carabinieri, intercettazioni ambientali.
Ma è stato condannato egualmente perché sono state ignorate testimonianze, rapporti dei carabinieri e intercettazioni ambientali in tutti i gradi di giudizio (con la parziale eccezione della Corte di assise di appello di Brescia) fino alla Corte di cassazione, poi in sede di rinvio a Milano, infine in quella di revisione a Venezia.
Come possa accadere che un errore giudiziario, che poi errore non è perché il dolo è evidente, sia ribadito e riconfermato in più sedi giudiziarie è un interrogativo che è doveroso porsi.
La risposta è semplice: perché dopo la sentenza di primo grado gli atti processuali non vengono esaminati dai giudici dei gradi successivi che si limitano a leggere le motivazioni della prima sentenza avallandole acriticamente.
In pratica, chi è pagato (profumatamente pagato) per giudicare si ritiene in dovere di eliminare qualsiasi prova che possa contrastare con l’opinione che si è fatto sugli imputati e, di conseguenza, con la decisione di pervenire alla loro condanna.
Il secondo caso, questa volta riguardante persone condannate all’ergastolo, si è verificato nel Tribunale di Como ed ha trovato conferma nella Corte di assise di appello di Milano.
Come già a Brescia, anche in questo caso i giudici hanno eliminato una testimonianza fondamentale ed altri elementi, non soltanto indiziari, a favore degli imputati per pervenire in questo modo alla loro condanna.
Anche in questo caso, i giudici della Corte di assise di appello di Milano se sono bellamente infischiati di rileggersi gli atti processuali e hanno confermato la condanna all’ergastolo.
Non sono casi sporadici.
È un metodo mutuato da quello seguito da decine e decine di magistrati che sono stati impegnati nei processi politici degli “anni di piombo”, con la sola differenza che l’eliminazione delle prove e degli elementi indiziari aveva come scopo l’assoluzione degli imputati che rappresentavano o avevano lavorato per lo Stato e dovevano, necessariamente, essere assolti sia pure con formula dubitativa.
In campo comune, non politico, il metodo è adottato per condannare con la certezza che, nei gradi successivi, non ci sarà un solo magistrato che vorrà rimediare all’ “errore”.
È il sistema giudiziario che è marcio alla radice.
Come sempre in questo Paese viviamo circondati da persone che scrivono sui giornali e parlano in televisione di “giustizia giusta”, di difesa della legalità, di rispetto delle regole, di troppi innocenti condannati ingiustamente, di miliardi che lo Stato deve sborsare ogni anno per pagare risarcimenti a cittadini immeritatamente detenuti, ma quando ci si rivolge a costoro per chiedere il loro intervento a favore di persone che sono rimaste vittime della giustizia, si trova dinanzi un muro di dinieghi e di rifiuti.
I giornalisti non trovano la notizia interessante, gli avvocati hanno paura (sì, paura) di denunciare l’operato dei magistrati, i politici se ne disinteressano perché battersi per un principio di giustizia non porta voti.
Per il letamaio giornalistico e politico italiano gli innocenti in Italia sono pochissimi, sempre i soliti noti da Berlusconi a Dell’Utri, da Sofri a Contrada, da Fioravanti a Valpreda.
Per i cittadini comuni non c’è scampo. Se la devono sbrigare per conto loro contro un potere giudiziario che, in questo Paese, è onnipotente perché è lo scudo del potere contro il quale si è sempre infranto ogni anelito di giustizia.
Non c’è un solo magistrato che sia stato chiamato a rispondere per aver condannato degli innocenti perché – dicono – non è provato il dolo, ma è una menzogna perché la verità pretende che altri magistrati hanno concorso nei reati da costui commessi.
Così, se si dovesse procedere costui potrebbe giustamente chiamare in correità tutti quei giudici di appello e di Cassazione che hanno avallato il suo disonesto operato.
Dovrebbero, dinanzi a questa realtà, contestare il reato di associazione per delinquere a carico di gruppi di magistrati dal gip ai consiglieri di Corte di appello e di Cassazione, ma un atto così coraggioso nell’Italia dei conigli non è ipotizzabile.
Non rimane, pertanto, che insistere nella ricerca di un’affermazione di giustizia sia pure tardiva per una questione di principio, perché siamo sempre stati – e continueremo ad essere – dalla parte della giustizia o, se vogliamo, di un ideale di giustizia che non ha mai trovato riscontro nella realtà vissuta.
Non è questo un motivo valido per restare indifferenti dinanzi alla ingiustizia di uno Stato nel quale siamo fieri di non esserci mai riconosciuti.

Opera, 19 agosto 2017

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