Stragi di Stato

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di Vincenzo Vinciguerra

La definizione di “strage di Stato” è stata coniata per l’eccidio di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969, ma è rimasta uno slogan per tutti i partiti politici, primo quello comunista, che si sono impegnati a sostenere la menzogna della “strage fascista” che riaffermano ancora oggi attribuendola ormai alla “destra eversiva” e riconoscendo, implicitamente, che il “fascismo” delle “stragi” non è mai esistito ponendosi la destra all’antitesi del fascismo.
La strage compiuta da uomini dello Stato all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, non è stata la prima, anzi è lunga la lista dei massacri di Stato iniziati con la caduta del regime fascista.

Il ritorno alla democrazia aveva illuso molti italiani sulla possibilità di manifestare liberamente il loro pensiero scendendo nelle piazze e nelle strade.
Illusione stroncata dalle pallottole dei reparti militari e di polizia che, senza alcuna provocazione o necessità, hanno aperto il fuoco sui manifestanti a Bari, il 28 luglio 1943, uccidendone 19, e a Reggio Emilia, lo stesso giorno, falciandone altri 9.
Per queste due stragi nessuno invocherà un processo a carico dei responsabili per crimini contro l’umanità, perché la democrazia rivendica il diritto di massacrare in nome degli ideali di libertà e dei valori dell’antifascismo.
Bari e Reggio Emilia rappresentano solo i due episodi più dolorosi della repressione che segue la destituzione di Benito Mussolini, difatti, in poco più di una settimana saranno più di 90 gli italiani uccisi dalle forze di polizia e militari nelle strade e nelle piazze, tutti antifascisti perché i fascisti uccisi in quel periodo non sono compresi nel numero.
Si dirà che era tempo di guerra e s’invocherà lo stato di necessità ma, il 19 ottobre 1944, a Palermo la guerra era finita da oltre un anno ed ora governavano insieme alleati, mafiosi, democristiani, il fior fiore dell’antifascismo siciliano.
Quel giorno un plotone di fanteria al comando del sottotenente Calogero Lo Sardo apre il fuoco su una folla che manifestava pacificamente per chiedere pane e lavoro, provocando 23 morti.
Un massacro che suscita l’indignazione di tutte le forze politiche per il tempo necessario a mettere tutto a tacere, secondo un metodo che è valido ancora oggi.
A differenza delle stragi del luglio 1943, in questa occasione la giustizia fa il suo corso. Il sottotenente Calogero Lo Sardo è incriminato per strage e, per lui, il pubblico ministero militare chiede una condanna a 10 anni di reclusione, pena ritenuta equa per la morte di 23 persone ed il ferimento di oltre cento.
Gli inglesi, l’11 settembre 1945, a Bari, fucileranno il generale badogliano Nicola Bellomo per l’uccisione di un prigioniero britannico che aveva tentato la fuga dal campo di concentramento nel quale era detenuto.
Per i liberatori, ora cobelligeranti, la morte di uno di loro, peraltro avvenuta in circostanze legittime sia in tempo di pace che di guerra, è punibile con la fucilazione, per la giustizia democratica e antifascista invece l’uccisione di 23 cittadini non merita una condanna superiore a 10 anni.
Anzi, nemmeno quella perché il sottotenente Calogero Lo Sardo sarà amnistiato e nessuno risponderà per il massacro del 19 ottobre 1944 a Palermo.
Il 12 giugno 1946, a Napoli, esplode la protesta dei monarchici per la fine di Casa Savoia e l’esilio di Umberto II. In questa occasione ad affrontare i manifestanti, il governo del democristiano Alcide De Gasperi ha mandato forze di polizia provenienti dalle formazioni partigiane.
L’esito del loro intervento si concretizza in 5 morti, fra i quali Ida Cavalieri, 16 anni appena, che aveva steso una bandiera tricolore a terra nell’illusione che un’autoblinda della polizia non avrebbe osato passare sul più sacro simbolo della Patria.
Invece, l’autoblinda della polizia partigiana passa sulla bandiera e su di lei.
Le forze di polizia ammazzano anche a Roma. Il 9 ottobre 1946, tre sono gli operai che cadono a terra per non più rialzarsi. È strage ma è  ritenuto solo omicidio plurimo, reato abituale per le forze dell’ordine per il quale non si procede sul piano penale né su quello disciplinare.
Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, si compie la prima strage di Stato affidata per l’esecuzione ad un forza ausiliaria, in questo caso alla banda del mafioso Salvatore Giuliano.
Dopo la vittoria elettorale del “Blocco del popolo” bisognava dare un segnale forte per far comprendere che votare a sinistra era un rischio, così si compie la strage a Portella della Ginestra e, il 22-23 giugno 1947, si compie un raid punitivo contro le sezioni del Pci a Partinico, Borgetto, San Giuseppe Jato.
Salvatore Giuliano era un mafioso-bandito di Stato che era stato utilizzato prima dai separatisti e, poi, dai democristiani. Conosceva i mandanti, minacciava rivelazioni sul conto di Mario Scelba, ministro degli Interni, che, da un lato, cercava di convincerlo a lasciare l’Italia tramite l’ispettore generale di Ps Ciro Verdiani e, dall’altro, di farlo ammazzare dai carabinieri guidati dal colonnello Ugo Luca con il concorso, che si rivelerà determinante, dell’ “alta mafia”. E così sarà il 5 luglio 1950.
Ci sono operazioni repressive che lo Stato compie in prima persona con il pretesto di mantenere l’ordine pubblico ed altre che, per i fini politici che si propongono e per gli effetti che producono, devono necessariamente essere affidate a forze irregolari a disposizione degli apparati segreti dello Stato.
Non è certo un caso che sia la mafia ad aprire la stagione delle stragi politiche con Portella della Ginestra, e a chiuderla con quelle del 1993, nel segno di una continuità di rapporti e di subalternità al potere che dura ancora oggi.
In attesa che si ripresenti la necessità di riprendere le stragi politiche, proseguono quelle compiute dalle forze di polizia.
Il 30 ottobre 1949, a Melissa (Catanzaro), sono in tre i cittadini a cadere sotto le fucilate dei rappresentanti in divisa dello Stato.
Il 9 gennaio 1950, tocca ad altri sei a Modena, tutti operai, tutti “rossi”.
Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni, dal 1° gennaio 1948 al 30 giugno 1950, sono 34 i cittadini italiani uccisi dalle forze di polizia in servizio di ordine pubblico.
Altri continueranno a morire come a Mussomeli (Caltanissetta), il 17 febbraio 1954, saranno in quattro i manifestanti a restare sul terreno. E a Barletta, il 14 marzo 1956, cadranno in tre sotto il fuoco delle forze di polizia. Mentre moriranno in cinque a Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, e tre a Palermo l’8 luglio successivo.
Il reato di strage si configura quando il numero dei morti può essere indeterminato, come accade quando poliziotti e carabinieri sparano su folle disarmate, ed e molto lungo l’elenco delle stragi di Stato compiute in servizio di ordine pubblico senza che mai uno dei responsabili sia stato chiamato a rispondere del suo operato.
Ammazzare innocenti dalla parte “giusta”, quella di chi comanda, non è reato.
Un convincimento che ispira quanti irregolari, al servizio occulto dello Stato, cercheranno di facilitare un golpe di Stato istituzionale compiendo alcune stragi a partire dal 12 dicembre 1969, che rimangono misteriose solo per gli imbecilli e i disonesti.
Con buona pace di quanti, sul piano propagandistico, si affannano ancora oggi ad attribuire la responsabilità di quelle stragi alla “destra eversiva”, non uno solo degli inquisiti, diversi dei quali condannati con sentenze passate in giudicato, è risultato immune da rapporti con i servizi segreti civili e militari.
Tutti, cioè, erano collegati e dipendenti delle strutture segrete dello Stato: un verità che non riesce a travalicare il muro eretto dal potere politico e mediatico per riversarsi sull’opinione pubblica che deve essere ingannata anche dagli eredi dei mandanti non solo politici di quelle stragi.
Se lo Stato fascista è stato certamente autoritario, quello democratico e antifascista è stato stragista e può ancora esserlo se la verità sul suo conto continuerà ad essere negata.
Il senso di una battaglia politica è proprio quello di far conoscere la verità perché quanto accaduto non si ripeta.

Opera, 4 settembre 2017

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