Rispetto per i Caduti

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di Vincenzo VinciguerraOgni anno si riapre la polemica sull’omaggio ai caduti della Repubblica sociale italiana da parte dei rappresentanti delle istituzioni, che dovrebbe rappresentare il segnale di una avvenuta riconciliazione nazionale.
Con chi dovrebbe avvenire questa riconciliazione?
Conclusa la guerra, una parte degli aderenti alla Rsi si sono spostati, coerentemente, a sinistra iscrivendosi ai partiti socialista e comunista e inserendosi nella Cgil di cui hanno costituito i quadri dirigenti. Una altra parte, minoritaria, ha indossato l’uniforme dei lacchè e si è posta alle dipendenze, con il Movimento sociale italiano, degli americani, della Democrazia cristiana, della Confindustria e del Vaticano.
Una pattuglia ha, viceversa, mantenuto le distanze dai partiti politici e si è impegnata a perpetuare gli ideali del fascismo, venendo per questa ragione emarginata dalla scena politica perché non strumentalizzabile.
E con questi pochissimi fascisti “veri”, come li ha definiti sul Corriere della sera Pierluigi Battista, che il regime nato dalla sconfitta militare dovrebbe riconciliarsi?

Non è possibile e, tantomeno, auspicabile.
Non esiste, come fingono di credere gli imbecilli dell’estrema destra, una riconciliazione sulle tombe e nei cimiteri, perché essa può avvenire solo dalla riscrittura della storia dell’epoca secondo verità.
E questo regime la verità non se la può consentire perché, se affermata, segnerebbe la sua condanna e la sua fine.
Quando venne firmato, a Parigi, il Trattato di pace, le campane di tutte le chiese italiane suonarono a morto, perché quello fu per l’intera nazioni un giorno di lutto.
Quel giorno la favola dell’Italia “liberata” dagli anglo-americani, quella della Resistenza che, come cobelligerante, aveva combattuto con gli alleati contro i tedeschi e i fascisti, venne spazzata via e la realtà emerse in tutta la sua tragica evidenza: avevamo perso una guerra e da sconfitti venivamo trattati.
L’Italia era stata conquistata, non liberata, dalle armate alleate che avevano pagato un prezzo altissimo nella loro avanzata verso le Alpi. E non avevano alcun interesse ad inventare meriti partigiani, peraltro inesistenti.
Il 25 aprile 1945, data scelta per ricordare la “liberazione” del Paese (da chi?), i partigiani stavano ancora in campagna e in montagna, perché, per citare un solo esempio, a Milano giunsero nel tardo pomeriggio del 26 aprile quando tutti i reparti fascisti l’avevano abbandonata e i tedeschi si erano trincerati nell’hotel Regina in attesa degli alleati.
Il 27 aprile 1945, l’Alto comando tedesco decretò il cessate il fuoco e la guerra finì di fatto, anche se la fine venne formalizzata il 2 maggio con la firma della resa delle armate tedesche e delle Forze armate della Rsi.
Dal 25 aprile in avanti, la storia ci tramanda il ricordo non di durissime battaglie contro i tedeschi “invasori” e i fascisti, ma quello di uno spaventoso susseguirsi di esecuzioni individuali e di massa, senza distinzioni di età e di genere.
Questa è la verità che non possono ricordare.
La riconciliazione è possibile fra vincitori e vinti, e in Italia la guerra l’hanno vinta inglesi, americani, polacchi, indiani, marocchini, brasiliani, algerini, canadesi, tutto quel “miscuglio di razze bastarde e mercenarie”, per ricordare un’invettiva mussoliniana, che ha invaso la penisola, non i partigiani.
Il presidente di “tutti gli italiani”, il presidente “partigiano” Alessandro Pertini è stato uno dei responsabili, insieme al comunista Giorgio Amendola e all’azionista Riccardo Bauer, dell’attentato di via Rasella a Roma nel marzo del 1944 e del successivo eccidio delle Fosse Ardeatine.
A lui, a Bauer ed Amendola, i familiari di alcune delle vittime delle Fosse Ardeatine chiesero dinanzi al Tribunale civile il risarcimento dovuto per la fucilazione dei loro congiunti.
Una verità, anche questa cancellata perché non gestibile da parte del regime attuale.
Ed è sempre Alessandro Pertini ad aver impartito al partigiano Giuseppe Maronzin, il 1° maggio 1945, l’ordine perentorio di fucilare Luisa Ferida. La bellissima attrice, difatti, aveva chiesto a Maronzin “ma io perché devo morire?”, e questi non aveva saputo rispondere ed aveva deciso di risparmiarle le vita. Ma non aveva fatto i conti con Pertini per il quale non esistevano giustizia e pietà, quindi decise lui che Luisa Ferida dovesse morire.
Anche questa è una storia che non si deve raccontare, come mille altre di quel periodo.
Dopo 72 anni, qualcuno ha deciso di ricordare Giuseppina Ghersi, torturata, violentata ed uccisa dai partigiani, a Savona, perché accusata di essere una “spia” dei nazifascisti.
Aveva 13 anni, Giuseppina Ghersi! Una bambina!
Se la riconciliazione non riguarda che pochi fascisti “veri”, non potendo considerare tali i deficienti dei vari gruppuscoli che agiscono all’ombra di Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Matteo Salvini, lo stesso Silvio Berlusconi, questa non è richiesta.
Anzi, va respinta.
Della pietà verso i morti non sappiamo cosa farcene, quando essa proviene dal mondo senza onore della democrazia italiana.
Non è con la pelosa pietà di questa gente che si riscatta l’onore di morti e di vivi. È con il rispetto che si accompagna alla verità.
Questo è un risultato che si ottiene dalla verità.
E se la verità non hanno il coraggio di dirla, non offendano i caduti recando corone di fiori e, purtroppo, facendo saluti romani.
Li lascino soli. Loro hanno un onore, i vivi no.

Opera, 19 settembre 2017

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