Il coraggio dell’onestà

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di Vincenzo Vinciguerra

Nella saggistica storica italiana è raro trovare un esempio di onestà e di lucida intelligenza ma, a volta, capita.
È il caso del saggio scritto da Anna Cento Bull, dal titolo “L’eredità della strategia della tensione e del conflitto armato in un contesto di (non) riconciliazione”, inserito nel libro “Un paese normale?”, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011.
Anna Cento Bull ripercorre in sintesi alcune delle maggiori vicende processuali che hanno riguardato la storia degli anni ‘70, dalla strage di piazza Fontana a quella di via Fatebenefratelli, entrambi a Milano, al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro ponendo in evidenza il contrasto che esiste fra le varie forze politiche nella lettura e nella interpretazione di questi e di altri episodi.
Nella sua equilibrata disanima, dice che mi “sono riconosciuto colpevole dell’attentato allo scopo di ‘metter sotto processo lo Stato’ e far sì che emergesse per via giudiziaria la piena verità sulla strategia della tensione”.

L’autrice prosegue ricordando che io stesso ho ammesso di aver mancato l’obiettivo perché la magistratura ha protetto lo Stato ed i suoi apparati di sicurezza vanificando, di conseguenza, la mia azione.
È vero, ma solo parzialmente.
Il saggio è stato pubblicato nel 2011, quindi, Anna Cento Bull non ha potuto prendere atto che la Corte di assise di appello di Milano nelle motivazioni della sentenza di condanna di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, ha utilizzato la mia analisi della strategia della tensione, presentata alla Corte di assise di Venezia nella primavera del 1987, per spiegare le responsabilità degli apparati dello Stato e concludere parlando di “malavita istituzionale”.
Se il riconoscimento giudiziario della validità della mia analisi della strategia della tensione rimane circoscritto ad una minoranza di giornalisti e di storici, la responsabilità è del potere politico e di quello mediatico che, come sempre, stendono un velo di silenzio per impedirne la divulgazione a livello di opinione pubblica temendo che possa suscitare un ampio dibattito dalle conseguenze imprevedibili.
La storica condivide la mia accusa allo Stato, e non in modo implicito, perché scrive che

nella prima Repubblica l’amnesia collettiva sembrava la preoccupazione principale dello Stato italiano, interessato a occultare il proprio coinvolgimento nella strategia della tensione” (pp. 198-199).

E prosegue rilevando che nella seconda Repubblica

i segnali più recenti indicano che tutti i principali partiti hanno concorso a porre fine alla ricerca dei colpevoli e a far naufragare il tentativo di fare i conti con la storia della violenza politica durante la Guerra fredda. Questo atteggiamento è confermato dalla decisione presa nel 2006,di ‘secretare’ i documenti della Commissione Mitrokhin, assieme ad altro materiale esaminato dalla Commissione sulle stragi, e di impedire l’accesso al pubblico per i successivi vent’anni” (p.199).

Ci sono da ricordare, a questo proposito, le decisioni dei governo italiani di distruggere tutti i documenti non strettamente attinenti alla sicurezza nazionale che ha comportato l’eliminazione di migliaia di rapporti informativi relativi al periodo della guerra fredda, quella di chiedere al governo degli Stati uniti di bloccare la divulgazione dei documenti della Cia sul suo intervento nelle elezioni del 1948 in Italia, quella di vietare per 70 anni la pubblicazione degli archivi privati come quello di Mariano Rumor, il presidente del Consiglio al tempo di piazza Fontana.
Decisioni che in prevalenza sono state assunte da uomini di governo del Partito democratico, da ex comunisti come Massimo D’Alema, con il pieno sostegno di quelli del centro-destra.
Anna Cento Bull coglie l’essenza del problema e denuncia la falsità del passaggio dalla prima Repubblica alla seconda perché, scrive,

è vero che i vecchi partiti sono scomparsi e che ne sono emersi di nuovi. Tuttavia, molti di questi ‘nuovi’ partiti sono reincarnazioni dei vecchi o, comunque, ne incorporano l’élite politica” (p.201)

così che, prosegue,

l’emergere di un delicato e instabile equilibrio fra coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra è un altro fattore di ostacolo alla divulgazione di verità scomode sul passato che potrebbero avere ripercussioni dannose e imprevedibili su alcuni partiti di ciascuna coalizione” (pp. 201-202).

In altre parole, per Anna Cento Bull la classe politica italiana è impegnata da sempre nell’opera di occultamento della verità su una guerra civile di cui è la prima responsabile.
La storica s’induce, ad un certo punto, a trovare una giustificazione “nobile” ad una parte almeno della classe politica, scrivendo che questa possa anche essere

sinceramente preoccupata degli effetti destabilizzanti di un processo volto a dire la verità e agisca perciò in nome del bene collettivo” (p.202).

Ma su questo punto non possiamo concordare con Anna Cento Bull perché riteniamo che il bene collettivo, inteso come il bene del popolo italiano, sia quello di dire tutta la verità provocando un radicale cambiamento proprio dell’intera classe politica italiana che, consapevole della propria fine, si preoccupa solo del proprio “bene”, cioè della propria sopravvivenza e della propria continuità.
La lucidità e l’onestà intellettuale di Anna Cento Bull trovano pochi riscontri in un Paese in cui la “cupidigia di servilismo” verso la casta politica è denominatore comune di giornalisti, storici, familiari delle vittime, così che in apparenza la battaglia per dare verità a questo popolo liberandolo da una classe politica criminale e perduta.
Ma così non è.
Nel muro di menzogne eretto dalla classe politica, si sono aperte negli anni brecce sempre più profonde, alimentando la speranza che un giorno esso possa crollare.
Non è, però, la speranza che ci spinge a proseguire in questa battaglia: è il senso del dovere.

Opera, 22 settembre 2017

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