Il passato che non può passare

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di Vincenzo Vinciguerra

A chi giova la bagarre mediatica sulla figura di Cesare Battisti per la cui estradizione in Italia il governo di Paolo Gentiloni tanto si affanna e si prodiga?
La domanda si pone perché la motivazione ufficiale, quella che si rifà al senso di giustizia, è da scartare con decisione.
La classe politica italiana si è, difatti, sempre distinta per un profondo senso di ingiustizia che, fra l’altro, emerge agli occhi degli osservatori più attenti anche in questi giorni.
Non sfugge, infatti, che Cesare Battisti è solo uno, e non il più importante, fra i latitanti italiani che il decantato senso di giustizia dello Stato italiano lascia da decenni in libertà, non per l’impossibilità di arrestarli ma per scelta.

È il caso di Giorgio Pietrostefani.
Condannato alla derisoria pena di 22 anni di reclusione per l’omicidio premeditato aggravato del commissario di Ps Luigi Calabresi, è stato fatto fuggire in Francia dalla polizia per ordine del governo e del ministero degli Interni.
Nessuno avverte la necessità di riportarlo in Italia perché sconti la pena?
O, a differenza di Cesare Battisti che di segreti non ne ha, il figlio del prefetto di Arezzo, degno compare di Adriano Sofri, potrebbe parlare dei rapporti dei “rivoluzionari” di Lotta continua con il ministero degli Interni e con la Cia?
Giorgio Pietrostefani è un amico degli amici degli amici, quindi è meglio che rimanga dov’è, così come Alessio Casimirri da decenni rifugiato in Nicaragua per la cui estradizione nessun governo si è mai impegnato, e anche l’attuale non perde il sonno per riaverlo.
Anche Casimirri, a differenza di Cesare Battisti, qualche segreto scomodo lo conosce perché è condannato all’ergastolo per aver partecipato al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta.
Il senso di giustizia, in questo caso, non scatta.
Come sempre il circo mediatico organizza uno spettacolo miserabile strumentalizzando i familiari delle vittime che si prestano al gioco spacciando il loro comprensibile desiderio di vendetta per senso di giustizia.
Ai familiari delle vittime della “Volante rossa”, il gruppo paramilitare del Pci che dall’estate del 1945 al gennaio del 1949 uccise a Milano un numero indeterminato di persone (almeno 11 accertate), l’eroe delle Fosse Ardeatine Alessandro Pertini non riconobbe il diritto alla parola quando, nell’autunno del 1978, concesse la grazia a Giulio Paggio, capo della “Volante rossa”, condannato all’ergastolo, da sempre latitante in Unione sovietica.
Paggio rientrò in Italia, insieme a Natale Burato anch’egli condannato all’ergastolo per gli stessi delitti, senza aver mai scontato un solo giorno di carcere.
Nessuno protestò.
Dopo aver chiuso il capitolo dei delitti di guerra riguardanti i partigiani, con la concessione della grazia presidenziale a Francesco Moranino responsabile dell’uccisione di 5 partigiani anticomunisti e delle mogli di due di loro, anch’egli da sempre latitante, ad opera di Giuseppe Saragat, Pertini chiudeva quello relativo ai delitti del dopoguerra concedendo la grazia a Paggio e Burato.
Dalla data dell’emissione del mandato di cattura a carico dei due, erano passati 29 anni.
Dall’epoca dei fatti di cui è stato protagonista e comprimario Cesare Battisti di anni ne sono passati quasi 39, ma di chiudere questo capitolo non se ne parla.
Quando giudicarono i responsabili dell’omicidio di Sergio Ramelli la canea giornalistica invocò pene miti perché gli uomini cambiano e anche loro erano cambiati, non erano più quelli che avevano massacrato a colpi di chiavi inglesi in testa un ragazzo di 16 anni.
La grazia per il trio Sofri-Bompressi-Pietrostefani venne richiesta a gran voce dalla stessa canea perché i tre erano “cambiati” e di questo bisognava tener conto.
Solo i “terroristi” senza segreti né protettori non cambiano e devono, pertanto, pagare?
La verità è un’altra.
La bagarre mediatica e la inflessibile decisione di portare in carcere Cesare Battisti esibita dal governo occulta la necessità imperiosa di lasciare aperto a tempo indeterminato il capitolo sugli “anni di piombo” per evitare che, in caso contrario, si possa risvegliare la memoria di tanti e, con essa, il coraggio di parlare di argomenti sui quali ancora oggi la paura impone il silenzio.
Questa classe politica, questo Stato non si possono permettere la verità su una guerra civile che, iniziata il 15 luglio 1943, non vogliono dichiarare conclusa.
Troppi segreti ignobili, troppe infamie nasconde lo Stato democratico ed antifascista perché possa rischiare che, almeno in parte, essi vengano alla luce.
Un pericolo da scongiurare ammantando l’ignominia con il senso di giustizia.
Furbi, anzi furbissimi.

Opera, 12 ottobre 2017

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