Il depistaggio rosso-nero

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 12 dicembre 2017 si avvicina. I familiari delle vittime della strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969, si preparano alla rituale commemorazione ormai circoscritta a loro, alle autorità e a quattro gatti mobilitati dall’Anpi per condannare la “strage fascista”.
Gli anarco-minchioni si predispongono a ricordare Giuseppe Pinelli e, soprattutto l’ “anarchico” Pietro Valpreda al quale vorrebbero dedicare un busto proprio in piazza Fontana; una faccia di bronzo, per intenderci.
Dopo 48 anni da quel massacro, familiari delle vittime, politici ed anarco-minchioni si ritroveranno per ribadire le menzogne di sempre con la sicumera di chi è convinto che nessuno riuscirà mai a sgretolare quel muro di fango che tutti insieme hanno eretto per impedire che la verità emerga.

Non hanno torto ma, forse, nemmeno ragione perché nonostante loro e contro di loro la verità potrà riuscire ad emergere in tutta la sua interezza.
In fondo, essa è già in parte venuta alla luce con la condanna di Carlo Digilio per concorso nella strage.
Chi era Digilio? Un militante di Ordine nuovo di Venezia, braccio destro di Carlo Maria Maggi, figlio di un tenente della Guardia di finanza che già nel 1942 aveva tradito l’Italia in guerra collaborando con gli alleati, agente informatore della Cia.
Se la Corte di cassazione avesse riconosciuto l’ “ipergarantismo distorsivo” della Corte di assise di appello di Milano, Carlo Maria Maggi sarebbe stato condannato anche per la strage di piazza Fontana, non solo per quella di Brescia, come correo nell’organizzazione e nell’esecuzione della stessa.
Ciò nonostante, la condanna di Carlo Digilio avrebbe dovuto favorire l’affermazione di una verità ormai incontrovertibile perché si trattava di un uomo dei servizi segreti italiani ed americani, ideologicamente antifascista come il padre.
Viceversa, tutti hanno continuato a presentarlo come un esponente della destra “eversiva”, ovvero un “terrorista nero” che ha agito, con la protezione dei “servizi segreti deviati” in odio alla democrazia.
Non è, pertanto, vero che la verità sulla matrice della strage della Banca dell’Agricoltura di Milano non si conosca. È vero, viceversa, che essa viene negata all’opinione pubblica da familiari delle vittime, politici, anarco-minchioni e giornalisti.
C’è una forza politica che più di altre porta la responsabilità di una menzogna ribadita fino ad oggi perché è riuscita ad accreditarsi come la sola che, schierata con i familiari delle vittime del “terrorismo”, cerca la verità sugli “anni di piombo”: il Partito democratico che ha raccolto l’eredità del Partito comunista.
La ricerca del “compromesso storico” con la Democrazia cristiana non inizia, da parte dei vertici del Pci, nel 1973 dopo il colpo di Stato militare in Cile ma proprio in coincidenza con la strage di piazza Fontana.
I vertici del Pci sanno (e lo dicono nella riunione della direzione nazionale del partito seguita all’eccidio del 12 dicembre 1969) che la strage non è “fascista” perché possono contare sulle informazioni fornite dal proprio apparato clandestino ma anche su quelle, determinanti, dei servizi segreti dell’Est europeo e del Kgb.
Sanno, quindi, Longo, Berlinguer, Napolitano ecc. che esiste uno schieramento politico che va dai socialisti nenniani ai missini, passando per liberali, socialdemocratici e buona parte dei democristiani, che preme perché si attui un colpo di Stato istituzionale che trasformi l’Italia in una democrazia autoritaria capace di metterli fuori legge seguendo l’esempio tedesco.
Sanno anche che l’Unione sovietica, nel rispetto degli accordi di Yalta, ancora pienamente vigenti come dimostrato dal colpo di Stato militare in Grecia (area d’influenza occidentale) il 21 aprile 1967 e dall’invasione militare delle Cecoslovacchia (area d’influenza sovietica) nell’agosto del 1968, si limiterà a proteste solo formali.
I vertici del Pci decidono, di conseguenza, di addossare la responsabilità della strage di piazza Fontana ad inesistenti fascisti in modo da evitare lo scontro frontale con la Democrazia cristiana alla quale, viceversa, danno prova di maturità ed un segnale inequivocabile di complicità.
La conferma viene da un episodio ormai dimenticato, come tanti altri, che vede un giornalista di “Vie nuove”, Gabriele Invernizzi, cacciato dalla redazione per ordine del partito.
La ragione le spiega la rivista “Bcd”, in un articolo del 7 giugno 1970, intitolato “Tutti zitti sul caso Vie Nuove-Invernizzi”, nel quale spiega che il giornalista aveva partecipato all’inchiesta sulla strage di piazza Fontana condotta dal Collettivo di controinformazione e sosteneva la responsabilità dei servizi segreti ponendosi in contrasto con la linea del Pci che affermava la matrice “fascista” dell’eccidio.
Ma non c’è solo questo episodio, perché il Pci aveva stabilito un buon rapporto con il responsabile di fatto della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Umberto Federico D’Amato, che manteneva tramite Giancarlo Pajetta.
Non è stata quindi una coincidenza che tutti i magistrati che avevano come punto di riferimento politico e giudiziario il Pci si siano sempre fidati, da Gerardo D’Ambrosio a Felice Casson, del ministero degli Interni fingendo di credere che i suoi apparati territoriali e segreti fossero più affidabili dei carabinieri e dei servizi segreti militari.
Nel caso di piazza Fontana, ricordiamo che Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini quando vennero obbligati, per un articolo giornalistico, a prendere atto che la divisione Affari riservati da quasi tre anni taceva sulla circostanza che le borse – o alcune di esse – usate per gli attentati del 12 dicembre 1969 erano state vendute a Padova, riuscirono a prosciogliere con una motivazione grottesca il direttore della Divisione affari riservati Elvio Catenacci, i dirigenti degli uffici politici di Roma, Bonaventura Provenza, e di Milano, Antonino Allegra, ritenendoli negligenti e sprovveduti, ma non in malafede.
Inoltre, a carico di Elvio Catenacci esisteva la prova certa che aveva bloccato l’inchiesta condotta a Padova dal commissario di Ps Pasquale Juliano su armi ed attentati quando aveva puntato su Massimiliano Fachini e Franco Freda.
Ma per le toghe rosse di Milano, Catenacci era solo uno sprovveduto, non un recidivo in depistaggi.
Non batterà ciglio Gerardo D’Ambrosio quando si scoprirà che Elvio Catenacci è amico di famiglia di Delfo Zorzi, che quest’ultimo è in rapporti con il vice prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi e che di lui si “ricorda” anche il prefetto Umberto Federico D’Amato.
Un maggiore interesse nei confronti dei rapporti di Delfo Zorzi con il ministero degli Interni, D’Ambrosio e colleghi avrebbero dovuto mostrarlo visto che il personaggio era accusato di essere uno degli autori materiali della strage di piazza Fontana, ma così non è stato.
Il Partito comunista non esiste più, al posto dei comunisti ci sono il Partito democratico e i rinnegati del comunismo oggi felicemente capitalisti, ma la direttiva non cambia: proteggere ad ogni costo il ministero degli Interni e chi per esso ha lavorato.
La “zampona” del ministero degli Interni nei depistaggi seguiti all’attentato di piazza Fontana è ben visibile anche sul versante romano, non solo su quello veneto.
La pretesa della Questura di Roma che l’agente di Ps Salvatore Ippolito aveva smesso di inviare rapporti sul conto di Mario Merlino, Pietro Valpreda e gli appartenenti al circolo “anarchico” nel quale era infiltrato il 20 novembre 1969, era e rimane un insulto all’intelligenza ed alla verità.
Il silenzio della divisione Affari riservati sul contenuto del colloquio fra Serafino e Bruno Di Luia nell’aprile del 1970, riferito proprio agli attentati a Roma e Milano del 12 dicembre 1969 e a quelli ai treni dell’8-9 agosto 1969, con l’allora vicequestore Silvano Russomanno.
Le deposizioni dell’ispettore generale di Ps Carlucci e del questore Milioni sui rapporti intercorsi fra Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino, con la divisione Affari riservati e l’ufficio politico della Questura di Roma diretto da Bonaventura Provenza, rese nel 1997 quando ancora il processo di piazza Fontana a Milano doveva iniziare, sono rimaste lettera morta.
Insomma, i tasselli per ricostruire il mosaico dei depistaggi compiuti dal ministero degli Interni sulla strage di piazza Fontana dal 1969 agli anni 2000 ci sono tutti, ma chi avrebbe dovuto avere il dovere di ricomporlo non l’ha fatto.
Anzi, i magistrati di Milano spalleggiati dal solito Felice Casson, nell’inchiesta condotta negli anni Novanta dal giudice istruttore Guido Salvini si sono mossi per sabotarla e svilirne i risultati.
A D’Ambrosio e Casson è giunto il premio di un seggio senatoriale offerto, ovviamente, dal Partito democratico, ai familiari delle vittime è rimasta la commemorazione, l’invettiva contro i “fascisti” e il ristorante dove andare a mangiare con il sindaco di turno che garantirà – sempre per conto del Partito democratico – di lottare per avere verità.
Noi commemoriamo il depistaggio rosso, come il colore delle bandiere del Pci, e nero, come quello di tante toghe giudiziarie, che non ha sosta né limiti.
Agli altri, lasciamo il ristorante, il risotto, le cotolette e i brindisi.
Buon appetito!

Opera, 2 novembre 2017

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