La cultura dell’illegalità

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di Vincenzo Vinciguerra

Non è la prima volta che, purtroppo, dobbiamo occuparci della commissione di reati all’interno del carcere di Opera.
Reati compiuti non da detenuti rieducandi ma da presunti rieducatori, da un gruppo di secondini che, da anni, nel più rigoroso anonimato, compie azioni penalmente rilevanti quand’anche siano spesso considerate meri abusi e soprusi.
Abbiamo già avuto modo di denunciare in un articolo dal titolo “Settimo: non rubare”, il furto di alcuni libri il 19 luglio 2016 ad opera di ignoti che li sostituirono con flaconi di shampoo, anche questi rubati all’amministrazione penitenziaria.
I responsabili del carcere hanno preso debita nota dell’episodio ma, a quanto pare, non sono stati capaci di dissuadere certi loro subalterni dal commettere altri reati.

Difatti, con l’arroganza di chi si ritiene impunibile, sempre nell’ambito di un ufficio cosiddetto  matricola ma definibile in ben altri modi, qualcuno di reati ne ha commessi altri.
Il 21 settembre 2017, ricevo un pacco di libri da Serafino Di Luia e lo respingo al mittente.
Non serve spiegare perché non ritengo di dover accettare un pensiero da una persona che più volte ho indicato come testimone reticente sugli attentati del 12 dicembre 1969 e sui rapporti intercorsi fra lui e Avanguardia nazionale con il ministero degli Interni in quegli anni.
È bene ricordare che dal mese di agosto del 2006, i soliti ignoti si sono impegnati a respingere al mittente i pacchi di libri che mi facevano spedire in contrassegno con trucchi grotteschi, dalla mancata consegna degli avvisi postali, alla consegna in ritardo, alla squallida pretesa che avevo superato i limiti di spesa salvo, poi, inventarsi che si erano sbagliati di persona ecc.ecc.
Il 21 settembre decido io di rispedire un pacco al mittente e questa decisione suscita sospetti.
Perbacco, storicamente ignoranti, moralmente al livello di tanti loro custoditi che certamente mai rifiuterebbero un regalo da chiunque inviato, invidiosi del fatto che un pacco di libri a me indirizzato lo devono respingere loro al mittente non io, qualcuno di loro, poi indicato come “ispettore comandante”, decide di reiterare reati che evidentemente gli sono abituali.
Difatti, come sempre a mia insaputa, decidono di ignorare la domandina da me presentata lo stesso 21 settembre 2017, per rimandare il pacco al mittente e decidono di trattenerlo a tempo indeterminato.
Solo per un caso, per ritirare un pacco inviatomi da un’amica, il 18 ottobre 2017 mi reco al casellario (dipendente sempre dal solito ufficio matricola) e lì apprendo che il pacco di Serafino Di Luia non è stato respinto al mittente, che esiste una relazione scritta da un “ispettore comandante” che ora pretende che il pacco, se ancora non lo voglio, lo devo rispedire a mie spese perché così esige l’ufficio postale.
I reati di abuso di potere ed omissione in atti di ufficio sono palesi, perché non hanno il potere di interferire con una mia decisione relativa all’accettazione o meno di un pacco postale sulla quale non hanno alcuna relazione da scrivere; non hanno l’autorità per trattenere il pacco a mia insaputa ignorando la rituale domandina senza darmene immediata comunicazione e adeguata motivazione; non hanno la possibilità di prelevare il denaro dal conto corrente senza la mia autorizzazione scritta, eppure l’hanno fatto per rispedire indietro il pacco al prezzo di 16,90 euro.
Ci sono gli estremi per aggiungere ai reati di abuso di potere ed omissione di atti di ufficio, quella di estorsione sia pure tentata perché, a differenza dell’anonimo “ispettore comandante” io non privo di quel che è suo una persona e il pacco a Serafino Di Luia l’avrei comunque pagato io, visto che dopo un mese non si poteva più parlare di respingerlo al mittente.
Tradisce costoro l’arroganza di chi è abituato a commettere reati e a restare impunito perché, ovviamente, ai detenuti conviene tacere e subire per evitare ritorsioni e rappresaglie.
La logica del loro operato è quella di “Totò u’curtu” scambiando Opera per Corleone, ma è da sempre, fin da bambino, che io mi colloco nell’antimafia e a loro non sono bastati 24 anni per capirlo.
In questo carcere vige da sempre la cultura dell’illegalità che informa di sé tutti coloro che ci lavorano; senza eccezione, perché l’omertà è complicità non è spirito di corpo come tanti vorrebbero affermare.
Questo episodio che abbiamo qui raccontato, l’ennesimo sulle illegalità compiute in questo carcere contro di me, prova che il problema del carcere italiano non è solo quello del sovraffollamento ma quello, molto più grave, della facilità con la quale molti, troppi presunti rieducatori delinquono facilitati dall’omesso controllo sul loro operato di una magistratura che trova conveniente ed opportuno non vedere, non sentire e non parlare.
La recidiva in Italia è del 76 per cento, ma con i rieducatori che ci sono è quasi certo che è destinata ad aumentare perché l’esempio è quello che conta.
E per crederci è sufficiente venire ad Opera.

Opera, 2 novembre 2017

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