Uomo di Stato e di Regime

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di Vincenzo Vinciguerra

La morte di Salvatore Riina ha provocato una valanga di dichiarazioni tutte, o quasi, finalizzate a presentarlo come l’uomo simbolo dell’Antistato, quello che aveva osato sfidare lo Stato e ne era stato infine sconfitto e recluso fino alla fine dei suoi giorni in una cella.
Invece, Salvatore Riina è stato, come i suoi predecessori e i suoi successori, un rappresentante dello Stato e del regime che ha curato gli interessi propri e dei suoi accoliti in sintonia con le forze politiche e istituzionali che dal 1943 hanno fatto della mafia – e delle mafie – una forza a disposizione.
È facile negare questa verità elencando il numero dei morti ammazzati dai corleonesi, magistrati, poliziotti, carabinieri, dimenticando che sono stati uomini delle stesse istituzioni a garantirgli la latitanza e a consentirgli di divenire il «capo dei capi».

Non servono eterne inchieste e mai concluse istruttorie per comprendere che i rapporti di Salvatore Riina con rappresentanti della politica e dello Stato erano tali e tanti da obbligare i carabinieri, nel giorno del suo arresto, il 15 gennaio 1993, con la complicità di qualche magistrato, a non piantonare la sua abitazione e a non perquisirla per dare il tempo ai compari di portare via tutti i documenti compromettenti.
Per essere sicuri che tutto era stato portato via, i carabinieri faranno passare, con la copertura di qualche magistrato, addirittura 15 giorni prima di recarsi nell’abitazione di Salvatore Riina per fingere una ormai inutile perquisizione.
Lo Stato protegge l’Antistato? No, lo Stato protegge se stesso.
Del resto non è stato riconosciuto colpevole di collusione con la mafia e con lo stesso Salvatore Riina uno degli uomini più rappresentativi del regime e dello Stato, Giulio Andreotti?
E dello stesso reato è stato riconosciuto colpevole anche Marcello Dell’Utri, co-fondatore di «Forza Italia» insieme a Silvio Berlusconi, ancora oggi in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.
Salvatore Riina è stato arrestato, il 15 gennaio 1993, perché bisognava «provare» che lo Stato stava vincendo la sua battaglia contro la mafia, obiettivo per il quale erano stati obbligati a costituirsi diversi latitanti come Pino Gaeta, boss di Termini Imerese, fatto rientrare dagli Stati uniti benché condannato a 7 anni per associazione mafiosa, con la promessa che in carcere ci sarebbe stato poco.
Così non è stato e, per aver chiesto conto dell’inganno, dopo la sua scarcerazione, Pino Gaeta è stato ucciso.
Non era, quindi, Salvatore Riina il «capo dei capi», se è stato sacrificato mentre le mafie erano impegnate a spianare la strada al «partito degli amici» che avrebbe risolto, una volta al potere, tutti i problemi giudiziari e penitenziari dei loro affiliati.
Chi dispone delle mafie?
Quando il prefetto Cesare Mori indirizzò le sue indagini sulla nobiltà siciliana, compreso un generale di corpo d’armata, fu Vittorio Emanuele III a pretendere da Benito Mussolini la sua rimozione dall’incarico. Molti dei documenti raccolti da Mori sparirono dagli archivi del ministero degli Interni.
La domanda, quindi, si ripropone: chi comanda sulle mafie?
Difficile pensare che i «viddani» di Corleone siano stati in grado di elaborare una strategia politica. È più facile credere che siano stati delegati a condurre le operazioni sul terreno indicando loro gli obiettivi da colpire.
Esiste un potere che sfugge da sempre a ogni controllo, indagine giudiziaria, giornalistica, parlamentare perché è il Potere che riunisce segretamente esponenti rappresentativi delle istituzioni, ne agevola la carriera, ne garantisce le fortune personali e chiede in cambio fedeltà assoluta.
I politici passano, i burocrati restano: magistrati, ufficiali delle Forze armate, dei carabinieri, della Guardia di finanza, funzionari di polizia, rappresentanti del mondo economico e industriale, esponenti dell’alta finanza, spie ad alto livello, monsignori spregiudicati, cardinali onnipotenti, sono loro il Potere che non si espone, che non appare, che non rischia il seggio parlamentare o il posto di sottosegretario o di ministro, che si dichiara lontano dalla politica.
Dall’interno di questo mondo sommerso si possono elaborare le politiche della prevenzione e della repressione e, contestualmente, quelle criminali perché è dall’alto che si ha la panoramica del tutto e si è in grado di muovere le pedine giuste, al momento opportuno, per dare scacco matto a milioni di uomini che non possono sapere né possono comprendere.
Non ci sono inchieste sui massoni che abbiano chiarito cosa sia la Massoneria.
Le amicizie massoniche internazionali di Carlo Sforza, ministro degli Esteri, dell’Italia sconfitta, furono determinanti per farla accettare nella Nato nonostante il parere contrario del presidente degli Stati uniti Harry Truman.
Un esempio da tenere presente per valutare la potenza di un mondo nazionale e internazionale che, certo, non ha difficoltà a indurre i «viddani» a fare quanto gli aggrada e quanto gli serve per poi abbandonarli al loro destino.
Non parlano i «viddani»?
E che potrebbero raccontare sul conto di personaggi che non lasciano prove, che controllano magistratura, forze di polizia, stampa e politica?
L’esempio della inutilità delle testimonianze ci viene dalla presenza di un Silvio Berlusconi che ieri ha fondato un partito con l’amico degli amici Marcello Dell’Utri ed è divenuto presidente del Consiglio, e oggi si ripropone ancora come presidente del Consiglio.
E non è, Berlusconi, un insospettabile perché è sufficiente leggere la sua fedina penale per comprendere che si tratta di un pregiudicato, salvato dalle immancabili prescrizioni di reati e condanne anche grazie alle leggi che si è fatto per conto proprio.
Nei confronti del Sospettato, dell’Inquisito, del Prescritto, cosa mai potrebbero dire i poveri «viddani» che conoscono solo il linguaggio della lupara?
Nulla.
Ma non diciamo che la mafia ha perso. Diciamo la verità: che la mafia ha vinto!

Opera, 18 novembre 2017

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