Il Polverone

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di Vincenzo Vinciguerra

La morte di Salvatore Riina ha consentito a tanti di sollevare un polverone finalizzato a fare del personaggio il capro espiatorio di tutto quello che di tragico è accaduto in Sicilia – e non solo dalla fine degli anni Settanta al 1993.
Così il solito quotidiano italo-israeliano, “Il Corriere della sera”, pubblica un’intervista al mafioso pentito Di Matteo per fargli dire che Riina non prendeva ordini da nessuno, decideva tutto lui. In altra pagina, l’estimatore di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Giovanni Bianconi paragona la reazione dello Stato contro la mafia a quella che ebbe contro “il terrorismo neofascista negli anni Settanta”.

Tutti danno fiato a trombe e tromboni per trarre il massimo vantaggio dalla morte per cause naturali di Salvatore Riina per far dimenticare che la sua mafia come quella di Calogero Vizzini, Genco Russo, Stefano Bontate non sarebbe mai divenuta quella che conosciamo senza il sostegno incondizionato dello Stato e della classe politica dirigente.
Ci sono fatti noti entrati a far parte della storia italiana del dopoguerra come l’eliminazione fisica di Salvatore Giuliano e di numerosi dei suoi uomini affidata dal colonnello Luca all’ “alta mafia”, mentre non mafiosi ma uomini dello Stato provvederanno quattro anni più tardi ad uccidere in carcere Gaspare Pisciotta per impedirgli di dire la verità che conosceva.
Delitti condivisi fra Stato e mafia.
Non fu Salvatore Riina a far avvelenare nel carcere di Voghera Michele Sindona nel 1986, come non era stato lui a far impiccare a Londra, nel 1982, il banchiere Roberto Calvi la cui morte rappresentò un lieto evento per lo Ior e il Vaticano di San Giovanni Paolo II.
Fu Salvatore Riina a ordinare la morte del vicequestore Boris Giuliano? Se sì, non fu lui a farlo sostituire con lo screditato vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2, sospettato per tangenti, futuro collaboratore, non a caso, di Felice Casson nel depistaggio delle indagini sull’attentato di Peteano.
Una sentenza giudiziaria, basata esclusivamente sul teorema di Tommaso Buscetta e sui convincimenti di alcuni pentiti di mafia, afferma che fu sempre lui come capo della “cupola” a ordinare l’omicidio di Piersanti Mattarella, ma solo per un caso più unico che raro i giudici palermitani sono riusciti a disattendere la testimonianza della moglie dell’ucciso che indicava in Valerio Fioravanti il killer del marito.
Il dubbio esiste anche per quanto riguarda l’omicidio di Michele Reina, avvenuto sempre a Palermo, nell’ambito di quello che, con l’assassinio di Mino Pecorelli, a Roma, ha tutta l’aria di essere stato un patto fra Roma e Palermo non attribuibile al solo Riina.
Anche sulle stragi del 1992 aleggia il sospetto dell’intervento di uomini dello Stato e dei suoi apparati, mentre su quelle del 1993 c’è da dire che se sono state ordinate da Salvatore Riina questo è stato reso possibile dall’amministrazione penitenziaria, visto che dal 15 gennaio 1993 si trovava al 41 bis.
In altre parole, assistiamo al solito spettacolo di disinformazione interessata, finalizzata a fare di un morto – proprio perché morto – il responsabile di quasi venti anni di misteri e di sangue che, viceversa, ricadono su tanti altri noti e non noti, correi o informati, mandanti o fruitori finali.
La propaganda fa presa su menti deboli e sprovvedute ma non riesce a trasformarsi in verità, a spiegare in maniera convincente perché nell’Antistato mafioso sia presente tanto Stato esattamente come lo è stato nel “terrorismo nero”.
Lo abbiamo già scritto molte volte ma vale la pena ribadirlo: mafie ed estrema destra sono sempre state due colonne portanti del regime e dello Stato nati dalla sconfitta, e lo sono ancora oggi sebbene abbiano ritoccato la loro immagine per adeguarsi all’evoluzione dei tempi.
L’urlo di giubilo che, all’interno del carcere, salutò la vittoria elettorale di Forza Italia e di Silvio Berlusconi fu il segnale tangibile dell’ascesa in politica di una malavita che con la morte di Falcone, Borsellino e le stragi del ‘93 aveva ottenuto quanto si era prefissata: insediarsi apertamente nel governo del Paese, farsi le leggi proprie, condizionare gli avversari politici offrendo loro la possibilità di esercitare un potere condiviso.
È l’esempio della classica alleanza mafiosa che prevede l’equa spartizione di ruoli e competenze. Non a caso l’ex magistrato Luciano Violante che ha fatto fortuna politica nel Pci oggi Pd si è precipitato a screditare Giuseppe Graviano colpevole di aver chiamato in causa, nel corso di una conversazione intercettata dalle microspie, proprio Berlusconi e Dell’Utri per le stragi del 1993.
Salvatore Riina è morto. La mafia no.

Opera, 19 novembre 2017

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