Il Femminicidio

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di Vincenzo Vinciguerra

Ogni anno si celebra la giornata contro la violenza sulle donne con un susseguirsi di discorsi nei quali elencano i provvedimenti necessari per fermarla.
Balli, canti, ciarle e ciarlatani che hanno il sapore della beffa nei confronti delle donne, perché tutto quello che dicono e promettono a nulla serve e mai sarà mantenuto.
Eppure, il modo per ridurre ai limiti fisiologici la violenza sulle donne ci sarebbe procedendo su due direttrici: una culturale e l’altra giudiziaria.

Nel primo caso chiarendo che la parità fra uomini e donne non ha valore assoluto.
Non si rende eguale per decreto e per legge quello che la natura ha creato diverso e distinto.
Non è un problema di superiorità maschile o di inferiorità femminile, è un problema di diversità di cui bisogna prendere atto regolandosi di conseguenza.
Quante donne riescono a difendersi dalla violenza degli uomini? Quasi nessuna. Non fa il testo il caso di Daniela Santanchè che basta vederla, bella e spavalda, accanto al dimesso maritino per capire che se a casa sua volano schiaffi non è lei a prenderli.
La normalità purtroppo è un’altra.
Il concetto di parità va, pertanto, rivisto e corretto nel senso che fra uomini e donne deve esistere parità di diritti e diversità di doveri avendone il maschio un numero di gran lunga superiore.
La consapevolezza di avere dei doveri nei confronti delle donne, non perché inferiori ma perché diverse, farebbe riacquistare agli uomini quel rispetto che in epoca passata s’insegnava nelle famiglie e nelle scuole verso le donne di cui bisognava tenere in debito conto la debolezza fisica.
Solo un vigliacco insultava e picchiava una donna approfittando della sua maggiore forza fisica.
Troppo facile accanirsi su una donna!
La cultura non è erudizione, è civiltà. E la civiltà esige che la diversità non privi le donne dei loro diritti che, giustamente, devono essere pari a quelli degli uomini, ma che riconosca come maggiori siano i doveri degli uomini nei loro confronti.
Accettare le realtà e prenderne concretamente atto dovrebbe essere compito dei legislatori e degli educatori.
Inoltre, per chi violenta, per chi picchia, per chi uccide le pene sono inadeguate.
Prendiamo il caso dell’omicidio di una donna. Nel caso che i giudici non riconoscano determinate aggravanti (premeditazione, crudeltà) applicano la pena massima prevista dal codice penale per l’omicidio volontario: 24 anni di reclusione, dai quali detraggono 8 anni per via del rito abbreviato scelto nel cento per cento dei casi, portando la condanna definitiva a 16 anni.
Gli uccisori di donne sono vigliacchi e, quando in carcere, se non possono fare i confidenti fanno i ruffiani e stabiliscono un rapporto ottimo con i secondini garantendosi la concessione della liberazione anticipata.
Con poco più di 6 anni di carcere hanno diritto a uscire in permesso premio per via della liberazione anticipata considerata pena scontata, con 8 anni possono ottenere la semilibertà, con 10 anni l’affidamento in prova al servizio sociale.
Se la vita di una donna, in questo Paese, vale al massimo 10 anni di carcere fatto bene, fra balli, canti e feste, perché non devono uccidere?
Hanno considerato a suo tempo reato da allarme sociale il sequestro di persona sanzionandolo con una condanna da 25 a 30 anni di reclusione, con l’ergastolo in caso di morte del sequestrato e di sequestro di un bambino, e con l’esclusione da ogni beneficio di legge, meno la liberazione anticipata in caso di mancata collaborazione con la giustizia.
Gli assassini di donne non hanno nulla da offrire alla giustizia, ma il loro reato potrebbe e – a nostro avviso – dovrebbe essere considerato da allarme sociale semplicemente inserendo nel codice penale l’omicidio di una donna come aggravante alla pari delle premeditazione e della crudeltà, così da giungere a condanne elevate che potrebbero essere di ergastolo e, con il rito abbreviato, non inferiori a 30 anni di reclusione.
Una condanna siffatta comporterebbe un aumento del periodo da scontare in carcere: 12 anni, considerati tre anni di liberazione anticipata 15, per ottenere un permesso premiale; 16 anni, con 4 anni di liberazione anticipata 20, per avere la semilibertà, 21 anni, più 5 di liberazione anticipata 26, per uscire in affidamento in prova al servizio sociale.
Per i garantisti sono pene troppo dure per gli assassini di donne, ma possono stare tranquilli perché il carcere per loro è una festa, ma almeno i familiari delle donne uccise non dovrebbero soffrire l’umiliazione di vederli uscire, arroganti e ilari, dopo pochi anni.
In un Paese in cui ci sono troppi magistrati buonisti con gli assassini di donne, questa legge consentirebbe alle donne uccise e ai loro familiari la possibilità di ottenere un minimo di giustizia.
In un mondo giusto, la condanna sarebbe una sola. Ma non è un mondo giusto, quindi bisogna cercare di ottenere quello che è possibile avere.
E un aumento di pene si può avere.

Opera, 27 novembre 2017

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