Campane a morto

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di Vincenzo Vinciguerra

La scelta della Chiesa cattolica di genuflettersi dinanzi all’ebraismo religioso e politico, di trasformare i «perfidi giudei» nei «nostri fratelli maggiori», di impegnarsi a non convertire gli ebrei sottolineando la superiorità della loro fede sulla propria, le assillanti richieste di perdono per il male fatto agli ebrei, i pubblici e reiterati pentimenti, le visite nelle sinagoghe hanno prodotto un risultato prevedibile e atteso: la perdita di Gerusalemme come città santa del cristianesimo resa, ormai in modo definitivo e irreversibile, luogo di partenza del rinascente Regno di Israele.
Il presidente americano, Donald Trump, ha concluso, con il suo gesto di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendo di fatto quest’ultima come capitale «eterna ed indivisibile» di Israele, un iter iniziato nel 1995, sotto la presidenza di Bill Clinton, con la richiesta in tal senso approvata dal Congresso americano.
Il Vaticano ha avuto, di conseguenza, 22 anni di tempo per prepararsi a questo evento e per tentare, con l’aiuto del mondo musulmano, di sventarlo.
Non l’ha fatto.

La Chiesa cattolica, apostolica, romana, non esiste più. Al sue posto c’è una multinazionale del denaro e dei santini con un amministratore delegato che ha smesso perfino di fingere di essere il Vicario di Cristo in terra, che si è precipitata a proclamare santo quel polacco che ha dato il contributo decisivo alla sua distruzione deponendo la croce dinanzi alla sinagoga, e che oggi può esprimere solo «preoccupazione» al posto dello sdegno per l’arroganza israelo-americana.
Il mondo musulmano è impegnato in un guerra fratricida fra sciti e sunniti e non ha la forza per modificare lo status quo della terza città santa dell’Islam, la prima della cristianità.
L’Unione europea può solo esprimere, come Francesco I, la sua preoccupazione e altrettanto farà l’Onu, consapevoli entrambi che due impotenze nulla possono contro la potenza egemone.
Si conclude, con la perdita di Gerusalemme, un’era millenaria e ne inizia un’altra che sarà certamente peggiore perché segnerà il definitivo avvento del potere del denaro che non ha una fede perché è il Dio di se stesso.
Oggi l’impero dell’oro ha la sua capitale dove, fra alcuni decenni, potrà ricostruire il suo tempio e distruggere per sempre la civiltà di Roma.
Gli americani si illudono: non sarà Washington la «terza Roma» perché sarà Gerusalemme, la sua nemica, a presiedere il declino del mondo come noi lo conosciamo.
Dopo aver rinnegato duemila anni di storia, non sarà la Chiesa cattolica ad invocare la resurrezione delle legioni romane, dei cavalieri templari, della Waffen SS, ultimi a immolarsi nel nome di Cristo in terra di Russia, potrà solo affidarsi ai banchieri dello Ior per mantenere in pareggio il bilancio.
Gli italici lacchè, nei giorni in cui si consumava l’affronto al mondo cristiano e musulmano, approvano all’unanimità l’istituzione della Giornata dei giusti fra le nazioni, che imita quella israeliana e darà ulteriore impulso alla già assillante propaganda ebraica secondo la quale i «giusti» sono tutto quelli che si prodigano a favore degli ebrei.
Non bastava agli italici lacchè la servile scelta di Gerusalemme come città dalla quale far partire il Giro d’Italia, dovevano aggiungere un ennesimo esempio di sudditanza nei confronti di Israele.
Precediamo i latrati di chi vorrà gridare all’antisemitismo, perché il problema è esclusivamente politico, non razziale. Mentre Israele si appresta a dare un altro Natale di sangue all’oppresso popolo palestinese, non ci sembra il caso di omaggiare uno Stato che dal suo sorgere ha solo versato il sangue di un altro popolo.
E su quel sangue innocente poggia il riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele.
Dobbiamo restare indifferenti? Dobbiamo tacere? Dobbiamo farci condizionare dalla grottesca accusa di antisemitismo?
No.
Abbiamo il dovere di criticare Israele e il suo alleato americano, come sempre abbiamo fatto, non per odio anti-ebraico ma per avversione nei confronti di chi massacra e opprime pretendendo di imporre con la forza del denaro e della propaganda la propria immagine di «giusto» fra le Nazioni.
Siamo e restiamo dalla parte dei giusti e della giustizia. Non, quindi, dalla parte di Israele e degli Stati uniti.
Dalla parte opposta, ieri, oggi e sempre.

 Opera, 10 dicembre 2017

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