12 Dicembre 2017

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di Vincenzo Vinciguerra

Fra poco è Natale. È tempo di pranzi e di cene.
Si inizia, però dalla data del 12 dicembre 2017, perché, in occasione del 48° anniversario della strage di piazza Fontana, a Milano, gli organizzatori della manifestazione hanno già prenotato il ristorante dove, fra una cotoletta e un ossobuco, rinnoveranno l’impegno a cercare la verità insieme allo Stato e alle istituzioni.
Perché, dicono, la verità ancora non c’è per colpa dei servizi segreti «deviati» e, naturalmente, dei fascisti contro i quali, come testimonia la presenza dei rappresentanti dell’Anpi, non cesseranno mai di lottare.
Perché, secondo loro, l’eccidio di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 porta il marchio del nazifascismo che, come l’araba fenice, appare e scompare a comando, ai comodi dell’antifascismo al potere da 72 anni.

Già perché in questo Paese l’antifascismo ha vinto, non per proprio merito ma per quello delle armate anglo-americane, dal 1945 e, di conseguenza, sarebbe logico chiedersi come mai non sono bastati 48 anni allo Stato democratico e antifascista per accertare la verità sulla strage di piazza Fontana.
A pensarci bene, dinanzi a questa realtà, la cotoletta dovrebbe andargli di traverso e l’ossobuco restargli in gola, ma non andrà così perché con un bicchiere di vino rosso antifascista riusciranno a superare la crisi spiegando che la colpa è dei poteri «occulti».
In fondo come si è visto a Como, il Partito democratico, erede del Partito comunista, si è mobilitato ancora una volta contro il fascismo risorgente. E se deve farlo nel 2017 figurarsi quanti nazifascisti agivano nell’Italia del 1969, protetti appunto dai «poteri occulti».
A dire il vero, fra tutti coloro che sono stati imputati per il massacro della Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969, un fascista uno solo – non si riesce a trovarlo.
Anzi, l’unico riconosciuto colpevole, Carlo Digilio, era figlio di un fiero antifascista, Michelangelo Digilio, che già nel 1942 mentre prestava servizio nella Guardia di finanza nell’isola di Creata si era posto agli ordini dell’intelligence britannica, che nel 1943-45 era rimasto nei ranghi della Guardia di finanza della RSI per ordine del CLN veneto e che, infine, su disposizione del servizio segreto militare si era infiltrato, alla fine della guerra, nell’estrema destra.
Invece di fare un monumento a Michelangelo Digilio, gli antifascisti accusano il figlio di essere un bieco nazifascista ma, come al solito, mentono.
Carlo Digilio non aveva rinnegato il padre e i suoi ideali antifascisti. Al contrario, ne era orgoglioso e ne menava vanto come della sua militanza in Ordine nuovo, contestuale, all’attività a pagamento svolta per la Cia.
Già, Ordine nuovo?
Oggi, nemmeno il più fesso degli italici antifascisti osa più definire Ordine nuovo organizzazione «nazista», perché tutti gli elementi emersi nel corso degli anni hanno dimostrato che si trattava di un’organizzazione clandestina agli ordini dello Stato antifascista.
In altre parole, Cia, servizi segreti italiani e Ordine nuovo erano per parafrasare Gaspare Pisciotta come il «Padre, il Figlio e lo Spirito santo», quindi Carlo Digilio è stato un coerente e fervido antifascista tale e quale a suo padre.
Una verità troppo difficile da dire e ancor più difficile da digerire perché non è una cotoletta o un ossobuco, quindi su di, essa è meglio sorvolare.
In fondo, in una storia infarcita di menzogne come la caduta del fascismo provocata dalla ribellione del popolo ifialiano, della «liberazione» del Nord Italia a opera dei partigiani, della lotta alla mafia, ecc. ecc., quella su Ordine nuovo e Carlo Digilio appare ben poca cosa.
Rimane da chiedersi perché vanno in piazza a leggere i loro discorsi invece di andare direttamente al ristorante dove, fra una cotoletta e un ossobuco, si troveranno più a loro agio a parlare di Inter-Juventus e non della strage di piazza Fontana.
I morti sono morti e, come tutti gli altri della guerra civile italiana, attendono una verità che si conosce ma non si riesce a divulgare anche perché i loro familiari, con la parziale esclusione dei morti di Bologna, invece di mangiare e stare zitti, parlano, parlano sempre e sempre a sproposito perché in Italia chi vive si colloca sempre dalla parte del più forte, di quello che comanda, che paga i risarcimenti, che offre benemerenze, che è così buono e caritatevole che ammazza e poi consola.
Dire la verità è difficile, costa un prezzo alto, molto più alto di quello del ristorante e non offre cotolette e ossobuchi: meglio mentire.

Opera, 11 dicembre 2017

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