I rieducatori

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di Vincenzo Vinciguerra

Nella vicenda di «Igor il russo» pochi o, per meglio dire, nessuno ha osato ricordare che era stato «rieducato» in carcere da dove era uscito in anticipo con la patente, certificata anche dall’immancabile prete, di ravveduto e recuperato alla società.
La propaganda del regime insiste nel presentare l’amministrazione penitenziaria, la più corrotta dello Stato, e i Tribunali di sorveglianza come organismi in grado di rieducare i detenuti ma, accanto ai nomi di Angelo Izzo, Pietro Maso, lo stesso «Igor il russo» che provano quanto eclatante sia questa menzogna, ci sono centinaia, anzi migliaia di casi che rimangono sconosciuti al grande pubblico di detenuti per i quali il carcere è solo un incidente di percorso in una vita costellata di reati.
Si potrebbe pensare che la responsabilità di reiterare i reati ricada esclusivamente sui detenuti che ingannano gli impiegati, cosiddetti «educatori», e i giudici di sorveglianza fingendo un ravvedimento che non esiste, ma non è così, non sempre almeno.

Il caso che qui raccontiamo si è verificato nella casa chiusa di Opera e riguarda un marocchino, S.A., con una nutrita fedina penale per reati compiuti fin da minorenne.
Per S.A. avevo predisposto la sua assunzione come volontario presso il «Pane quotidiano», l’associazione di beneficenza della Massoneria, che assiste migliaia di poveri e necessita di personale volontario.
Altri tre detenuti di Opera, R.S., A.Q. e un marocchino, rispettivamente nel 1995-96, nel 2000 e nel 2006, li avevo indirizzati al «Pane quotidiano» dove avevano prestato la loro opera senza più commettere reati, anzi uno di loro, il primo, vi è rimasto come impiegato.
S.A. avrebbe potuto essere il quarto, perché lo avevo indotto a rappacificarsi con la moglie dalla quale si era separato e che lo avrebbe accolto a casa, un prete che lo seguiva da anni aveva già garantito un contributo finanziario per il suo mantenimento e il presidente del «Pane quotidiano» aveva concesso il benestare all’assunzione.
Tutto a posto, quindi.
Invece, i presunti «rieducatori» di Opera, a partire da un impiegato che ricopre il ruolo di «educatore», tale A.D.S., si oppongono perché il detenuto deve lavorare, non svolgere volontariato.
E con la competenza e l’acume che li distingue lo intruppano in una specie di cooperativa creata all’interno del carcere, insieme a uno stiddaro condannato all’ergastolo che usano come confidente-Kapò, e qualche truffatore esperto in lecchinaggio.
Perse le speranze di un effettivo reinserimento nella società, vista la compagnia e la mancanza di prospettive future, il marocchino rompe i rapporti con la moglie, riprende i vecchi contatti tramite la compagna che gli procura un appartamento da un suo debitore per droga, esce e traffica.
Una sera torna in ritardo e trova i carabinieri ad attenderlo, quindi si dà alla fuga, rimanendo latitante ma non inoperoso per alcuni mesi fino a quando viene arrestato e riportato in carcere dove sconta il residuo della pena e viene, infine, espulso in Marocco.
Fine della storia e della «rieducazione» del detenuto S.A.
Quanti come S.A. hanno sperimentato l’inesistenza di un’opera di rieducazione all’interno del carcere?
Tanti, troppi.
È normale che se un detenuto, specie se già pregiudicato, è obbligato dai carcerieri a vivere e a lavorare a stretto contatto con altri pregiudicati, condannato cioè a non cambiare l’ambiente umano nel quale è vissuto, non riuscirà a uscire dalla logica della malavita incoraggiato dai suoi compagni che, spesso, sono peggiori di lui.
Un concetto troppo difficile da comprendere per il D.S. e gli altri impiegati di Opera che il giudizio sul ravvedimento del detenuto lo basano sulla frequenza di costui a balli, feste, canti, recite, pranzi, cene, messe, ecc. ecc.
Non è possibile dire con certezza che S.A. si sarebbe salvato se gli fosse stato consentito di prestare la sua opera di volontario presso il «Pane quotidiano», ma, visti i precedenti, le probabilità che ci sarebbe riuscito erano elevate.
I «rieducatori» di Opera che, insieme ai giudici di sorveglianza, possono elencare tutti i loro fallimenti (da Pietro Maso, a Gilberto Cavallini, a Renato Vallanzasca, solo per citare i più conosciuti), hanno negato la speranza e la possibilità di farsi una nuova vita a S.A., peraltro perfettamente integrato nella società italiana e lontanissimo da ogni fanatismo religioso.
Un episodio, quello ora raccontato, che illustra a dovere le condizioni penose di un’amministrazione penitenziaria che può giustamente essere annoverata fra le cause dell’incremento della malavita in Italia.
È sempre stato così, ma almeno in passato stavano zitti oggi, invece, parlano e straparlano dei loro meriti nella «rieducazione» di quanti, come «Igor il russo», dimostrano con i fatti di essere divenuti in carcere peggiori di prima.
Del resto, a vivere a contatto quotidiano con i carcerieri migliori non possono diventare.
Una verità, questa, non smentibile.

Opera, 29 dicembre 2017

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