Il Mistero dei Misteri

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di Vincenzo Vinciguerra

In occasione del 38° anniversario dell’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980, è stata data notizia che la procura della Repubblica di Palermo ha riaperto le indagini nel tentativo di dare un nome e un volto all’esecutore materiale dell’assassinio del presidente della Regione Sicilia rimasto fino a oggi ignoto.
Con palese imbarazzo, i pennivendoli televisivi hanno fatto risalire la decisione di riaprire l’inchiesta ad un libro scritto nel 2014 da un giornalista che ha raccontato come parte della targa utilizzata nella Fiat 127 usata quel 6 gennaio 1980 dai killer di Piersanti Mattarella corrispondevano ad altri trovati in un appartamento di Torino nella disponibilità di militanti di estrema destra.
In realtà, la circostanza era stata segnalata dal giudice romano Loris D’Ambrosio l’8 settembre 1989, cioè 29 anni fa, ma era stata debitamente ignorata.

A condurre le indagini sull’omicidio era stato Pietro Grasso, all’epoca sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, oggi presidente del Senato e leader di “Liberi e uguali” nel quale milita anche Felice Casson.
I due proletari hanno in comune il fatto che hanno condotto le indagini insieme allo stesso funzionario di polizia: Giuseppe lmpallomeni, capo della Squadra mobile di Palermo con Grasso, e dirigente della Digos di Venezia con Casson, affiliato alla Loggia P2.
Non deve, pertanto, sorprendere che non si è riusciti all’epoca a identificare il killer di Piersanti Mattarella che, per la verità, era stato identificato dalla moglie dell’ucciso che sedeva nell’auto accanto a lui come Valerio Fioravanti.
Caso unico più che raro nella storia giudiziaria italiana, la testimonianza oculare della moglie di Piersanti Mattarella non è stata ritenuta credibile perché, secondo Impallomeni e colleghi, a Palermo potevano agire solo killer mafiosi e lo stragista Fioravanti mafioso non lo era.
Peccato per i sostenitori di questa “verità” che, con decine di pentiti di mafia anche di grosso calibro, nessuno abbia mai potuto dire chi erano coloro che avevano ucciso Piersanti Mattarella, per la ragione ovvia che venivano da fuori.
E se venivano da fuori, con buona probabilità e con buona pace di Pietro Grasso l’omicidio di Piersanti Mattarella non è stato deciso dalla “cupola” ma da uno solo che non poteva utilizzare come esecutori materiali uomini propri.
Prima di Piersanti Mattarella era stato ucciso a Palermo Michele Reina, esponente democristiano, del quale non sono stati mai trovati gli esecutori materiali sull’identità di uno dei quali la moglie ha espresso dubbi sul conto di un altro elemento di destra proveniente da Roma.
C’è anche il delitto Pecorelli, forse il primo che ha dato avvio a un’operazione congiunta mafia-estrema destra romana.
Un’ipotesi di lavoro mai presa prima in considerazione benché i rapporti fra mafia ed estrema destra siano ben noti dall’immediato dopoguerra.
Non ci sono solo depistaggi, ci sono anche la sciatteria, la superficialità, l’incompetenza, la prevenzione ideologica, l’ignoranza storica, la corruttibilità di tanti magistrati ansiosi di far carriera, a determinare in questo Paese l’esistenza di tanti “misteri” che tali potrebbero non essere se ci fossero state la capacità e la volontà di indagare con coraggio, onestà e senso di giustizia.
Quale sia l’esito della nuova inchiesta, lo stragista Valerio Fioravanti se ne può allegramente infischiare perché, assolto dalla Corte di assise di Palermo, non potrà in ogni caso essere più giudicato. Inoltre, insieme alla moglie, “Morticia” Mambro, è libero da anni per aver finito di scontare 6 ergastoli per 95 morti con una pena inferiore a quella che un cittadino comune espia per un solo omicidio premeditato, circondato dalle premure e dalle attenzioni dei carcerieri che, ricordiamolo, sono diretti da magistrati.
È lecito ritenere che a Palermo l’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella è stata riaperta perché al Quirinale oggi siede il fratello Sergio Mattarella. E siamo certi, per la stessa ragione, che oggi i magistrati s’impegneranno a fondo per giungere a un verità che forse poteva essere affermata tanti anni fa.
Ci sono indizi trascurati, testimonianze disattese, altre affermate e poi ritrattate, ipotesi di lavoro mai formulate da riprendere e da approfondire.
In conclusione, il mistero italiano è che si affermi ancora oggi che esistono misteri irrisolti, quando viceversa esistono solo casi sui quali si è scelto di non far emergere verità da piazza Fontana a Ustica, da Salvatore Giuliano a Piersanti Mattarella.
Il mistero dei misteri è rappresentato dalla credulità di quanti ancora oggi fingono di credere che il nodo intrecciato da una classe politica criminale sia inestricabile.
Non è così.

Opera, 7 gennaio 2018

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