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di Vincenzo Vinciguerra

Non ho mai commentato la querela presentata da tale avvocato Gabriele Bordoni per conto di Silvia Signorelli, figlia di Paolo Signorelli, che ha ritenuto offensiva per la memoria del padre la mia affermazione che lo collocava fra i capi dell’estrema destra insieme ai fratelli Fabio e Alfredo De Felice, Massimiliano Fachini, Aldo Semerari, fra gli altri.
Dichiarazione rilasciata alla brava e onesta giornalista Raffaella Fanelli nel corso di un’intervista pubblicata il 25 maggio 2015.
Il 12 febbraio 2018, il gip Giulio Fanales ha decretato l’archiviazione, richiesta dal pubblico ministero, della querela e dell’opposizione presentata dall’avvocato perché inammissibile.

La querela l’avevano presentata con calma, il 13 ottobre 2016, perché, in realtà, erano ben consapevoli che indicare nel Signorelli Paolo uno dei capi dell’estrema destra non era offensivo né contrario al vero, ma alla fine hanno deciso egualmente di tentare la sorte.
Gli è andata male.
Non ho letto, perché ho meglio da fare, il testo della querela e dell’opposizione all’archiviazione presentate dall’avvocato di Silvia Signorelli, ma dalla lettura del decreto di archiviazione emerge che il riferimento “offensivo” sarebbe relativo all’accostamento del nome del Signorelli Paolo ai Nar e a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
Prendo atto del fatto che Silvia Signorelli si senta offesa dall’accostamento, che io non ho fatto, del nome del padre ai due componenti della famiglia Adams.
Anch’io mi sentirei offeso se qualcuno accostasse il mio nome a quello dei due individui, ma, a differenza di Paolo e Silvia Signorelli, io Valerio Fioravanti e Francesca Mambro li ho sempre indicati – e condannati – come due massacratori di innocenti, donne e bambini compresi.
Detto questo, la fiducia che Silvia Signorelli (così come suo padre) ripone nella “giustizia borghese” alla quale rivolgersi con querele e dietro la quale trincerarsi vantando sentenze assolutorie, tranne una, è mal riposta perché la storia non passa esclusivamente per le aule dei Tribunali dove troppo spesso la verità processuale non coincide con quella storica.
Quando, poi, certe sentenze assolutorie a favore dei fautori della “giustizia rivoluzionaria” sono state emesse dalla I sezione penale della Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, il dubbio che la verità da loro espressa sia opposta alla vera verità diviene certezza.
È certo, inoltre, che i “capi” dell’estrema destra italiana, reali o ritenuti tali, da Giorgio Almirante a Pino Rauti, da Pino Romualdi a Stefano Delle Chiaie, da Franco Maria Servello a Giano Accame e a Junio Valerio Borghese, quand’anche sono comparsi nelle aule dei Tribunali ne sono tutti usciti con confortanti sentenze assolutorie o con condanne irrisorie che non hanno mai scontato.
Basti l’esempio del “perseguitato politico” Stefano Delle Chiaie al quale, come capo di Avanguardia nazionale, i ferocissimi giudici antifascisti di Roma hanno inflitto una condanna a 2 anni (dico 2 anni) di reclusione per tentata ricostituzione del Pnf e, con un sadismo spaventoso, gli hanno concesso i doppi benefici della condizionale e della non menzione.
Storie terribili, come quella del “perseguitato politico” Roberto Fiore che, condannato a poco più di cinque anni (dico 5 anni) per associazione sovversiva e banda armata, è giunto in Gran Bretagna da morto di fame ed è rientrato in Italia milionario. Forse, nella terra della perfida Albione, l’infelice Fiore non ha subito quelle terribili sofferenze che affrontano gli esuli in terra straniera e nemica.
Chissà perché, di tutti questi capi, veri o presunti, dell’estrema destra italiana non uno ha “pagato” per quello che ha fatto o fatto fare, magari perché si sono ispirati al motto  dell’ “armiamoci e partite”, così che non è stato difficile negare di essere stati i mandanti non solo politici di tanti atti “terroristici” per i quali hanno pagato solo i gregari che quando, in parte, hanno parlato non sono stati creduti dalla “giustizia borghese”” innalzata dai loro capi, veri o presunti, sull’altare della “giustizia giusta”, quella che assolve loro e condanna gli altri.
In definitiva, la storia degli anni Settanta deve essere ancora scritta, e non saranno le querele, accolte o respinte, ad impedirle perché il tempo non subisce ricatti o condizionamenti.
Gli uomini passano e muoiono, quello che hanno fatto in vita rimane invece oggetto di analisi e di ricerca storica ben lungi dall’essere concluse.
E i tentativi di intimidire la brava Raffaella Fanelli, che non gode delle simpatie della famiglia Adams, con le querele sono destinati a naufragare anche ad opera della “giustizia borghese” nella quale ostentano di credere i vivi in contrasto con i morti che esaltavano la “giustizia rivoluzionaria”.
Io continuo a credere nella giustizia del tempo che non è borghese o rivoluzionaria ma emette per gli uomini una sola sentenza: morte, e così sia.

Opera, 15 febbraio 2018

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