Italia da ridere

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di Vincenzo Vinciguerra

Forse ci sarebbe da piangere dinanzi allo spettacolo offerto dalla politica italiana, ma preferiamo ridere di una risata amara.
Da un lato abbiamo il «partito degli amici» (Forza Italia), guidato da un pluripregiudicato come Silvio Berlusconi che, a meno di un mese dalle elezioni politiche, lancia un messaggio inequivoco agli amici degli amici destituendo da responsabile del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci che si era distinto nella lotta alle cosche mafiose della zona, subendo anche un attentato.
Accanto al partito del finanziatore della mafia Silvio Berlusconi, c’è la Lega di Matteo Salvini, quella stessa che negli 1992-1993 aveva accarezzato il progetto di un’insurrezione armata in Valtellina per favorire la secessione della Padania, contestuale alle aspirazioni secessioniste delle mafie meridionali e siciliana così da legittimare l’ipotesi che, in realtà, si trattasse di un disegno comune finalizzato a creare una nuova realtà geopolitica che vedesse l’Italia ridisegnata in tre macro-regioni (settentrionale, centrale, meridionale e insulare) inquadrate in uno Stato federale.

Al seguito del pluripregiudicato Silvio Berlusconi e del mancato e fallito secessionista Matteo Salvini, si colloca Giorgia Meloni che aspira a essere la prima donna presidente del Consiglio in Italia con il 5 per cento dei voti ponendosi in concorrenza con gli stessi Salvini e Berlusconi che già si vedono a Palazzo Chigi a guidare governi di inetti, profittatori, inquisiti e pregiudicati.
A sinistra, si colloca il Partito democratico, che di sinistra non lo è più da tempo, con i suoi inquisiti e i suoi falliti che fanno concorrenza a quelli intruppati nel centrodestra.
Al centro si è insediata l’armata Brancaleone dei 5 stelle alla quale va riconosciuto il merito di predicare la riscoperta dell’onestà in politica ma, contestualmente, l’incapacità di selezionare i propri quadri dirigenti e la totale ignoranza della storia italiana.
È sufficiente ricordare, a questo proposito, che era stata proprio questa armata Brancaleone a proporre come presidente della Repubblica l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, che ha fatto carriera giudiziaria e politica sui fallimenti costanti delle indagini da lui condotte e sui processi da lui istruiti.
Tutte queste tre forze hanno in comune la mancanza di ideali e la proposizione di programmi che, più o meno, si somigliano ognuno promettendo agli italiani meno tasse, più soldi e, ovviamente, maggiore sicurezza.
Ma hanno anche la condivisione del più fiero antifascismo che, nel 2018, come tutti possono quotidianamente constatare, rappresenta la minaccia più grave per la democrazia italiana.
Un nemico da combattere, in questo Paese, i politici di governo e di opposizione lo devono sempre avere. Oggi, hanno riscoperto i fascisti.
Il sospetto, legittimo, è che tutti costoro lo abbiano semplicemente inventato. Dopo aver consultato il ministero degli Interni, quello della Difesa, la Guardia di finanza, i servizi segreti, la Cia e il Mossad e, perfino, la Nasa che controlla il territorio con i suoi satelliti per avere risposta alla loro domanda, «ci sono fascisti in Italia?», ne hanno avuta una negativa: «No, non ce ne sono».
A quel punto, rassicurati, hanno proclamato il loro orgoglio di essere antifascisti, la loro volontà di combattere i fascisti fino all’ultimo uomo, la decisione di sradicare il fascismo una volta per sempre.
Il fascismo, in Italia, non muore mai.
In realtà, appare evidente che il nemico di tutti costoro è rappresentato da quella metà degli italiani che non va più a votare perché, della loro presenza, ha soltanto nausea.
Milioni di italiani ascoltano, ogni giorno, le loro promesse elettorali e i loro sproloqui, meno tasse, soldi a tutti, sicurezza totale, morte al fascismo.
La metà di questi milioni di italiani non risponde ai politici, ai loro inviti, alle loro lusinghe con invettiva e ingiurie ma con doverosi e sentiti pernacchi.
Così che, il 5 marzo 2018, i rappresentati di metà del popolo italiano potranno orgogliosamente occupare i seggi del Parlamento felici e spernacchiati.
Sì, forse c’è più da piangere che da ridere.

Opera, 15 febbraio 2018

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