L’illegalità penitenziaria

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di Vincenzo Vinciguerra

Il governo del Partito democratico ha promosso – e fatto approvare – una legge che impone di prelevare, all’interno dei carceri, il Dna ai detenuti che vengono scarcerati per fine pena.
Un mezzo ulteriore di controllo che uno Stato di polizia ritiene legittimo.
Poi, qualche mese fa è stato imposto con una circolare che nessuno ha mai reso pubblica di prelevare il Dna, se serve perfino con la forza, a tutti i detenuti indiscriminatamente.
Appare evidente che una legge non può essere modificata con una circolare ministeriale e, altrettanto evidente, è che il prelievo del Dna a tutti i detenuti, a prescindere dalla durata della loro permanenza in carcere, si propone di svolgere indagini sulle persone sottratte al controllo della magistratura.

Non è, difatti, credibile che nella banca dati dei Dna sia necessario inserire oggi quelli di persene detenute da oltre venti anni, trent’anni o quasi quaranta, e di converso quelli di persone che hanno iniziato ora una detenzione che potrà avere fine fra 25-30 anni, come il caso di F.V., in carcere da quattro anni e condannato da qualche mese, con sentenza passata in giudicato, all’ergastolo.
L’Italia – lo sappiamo – è uno Stato di polizia e l’amministrazione penitenziaria – la più corrotta dello Stato – non si fa scrupoli, benché diretta da magistrati e teoricamente sorvegliata da magistrati, di mettere in atto misure illecite e illegali giustificate con la necessità della sicurezza.
Ma svolgere indagini sui cittadini, benché detenuti, a insaputa loro e della magistratura non è lecito né accettabile, perché lede in maniera totale il diritto alla difesa che dovrebbe essere inviolabile.
Per prelevare il Dna, addirittura con la forza, serve un ordine della magistratura che, dapprima, invia un avviso di garanzia che informa il cittadino che sul suo conto sono in corso indagini e, poi, richiede il Dna dell’indagato per eventuali comparazioni.
Le truffe dei governi italiani a danno di tutti i cittadini, non solo detenuti, sono all’ordine del giorno nella storia dell’Italia repubblicana ma difficilmente si è visto modificare una legge con una semplice circolare firmata non si sa da chi, se il ministro della Giustizia, il direttore del Dap o chi altri ancora.
Ora che, per fortuna, il senatore Luigi Manconi non è stato più candidato nelle liste del Pd si potrà attendere che il suo successore alla presidenza della commissione dei diritti umani e civili del Senato vorrà interessarsi di questa ennesima illegalità imposta con la forza a cittadini che non hanno gli strumenti per difendersi.
Se il Garante nazionale dei detenuti vorrà distrarsi dalla difesa di Marcello Dell’Utri, per concentrarsi sul rispetto dei diritti dei detenuti magari vorrà far conoscere il suo parere su questa circolare segreta che mette nelle mani dei corpi di polizia e dei servizi segreti migliaia di cittadini sui quali potranno indagare a loro piacimento e senza nessuna garanzia di rispetto delle regole e delle leggi.
Lo «Schema di decreto legislativo» per il nuovo regolamento penitenziario, approvato dal Consiglio dei ministri alla fine del mese di dicembre del 2017 per garantirsi che non potrà divenire legge prima della fine della legislatura, è un capolavoro di ipocrisia che largheggia nella concessione dei benefici necessari per l’accesso alle pene alternative ma non incide, nella sostanza, nella qualità della vita dei detenuti all’interno degli Istituti di pena.
La favola dell’amministrazione penitenziaria che rieduca i detenuti è credibile solo per gli sprovveduti perché chiunque conosca la realtà del carcere sa che, al suo interno, non esistono altre regole che quelle inventate, a proprio uso e consumo, dai custodi convinti a ragione che nessuno vorrà mai verificare il loro operato.
E che il cattivo esempio viene dall’alto, da quegli organi dirigenti composti da magistrati dell’amministrazione penitenziaria, lo prova la pretesa di prelevare il Dna a tutti i detenuti, anche ricorrendo alla forza.
La popolazione detenuta subisce passivamente qualsiasi abuso e ogni reato perpetrato dai custodi perché, in fondo, questi ultimi si comportano all’interno del carcere esattamente come la stragrande maggioranza dei reclusi si comportava fuori e riprenderà a comportarsi dopo la scarcerazione.
La logica che ispira gli uni e gli altri è identica, è la logica del più forte e del più prepotente che s’impone sui più deboli. E nei rapporti di forza all’interno di un carcere – fatte salve le debite eccezioni – la prepotenza è prerogativa dei custodi che i custoditi accettano senza reagire.
Se tutto questo ha valore rieducativo lo lasciamo pensare ai psicolabili e ai disonesti.
Noi lo neghiamo, come abbiamo fatto ieri e continueremo a fare in futuro.

Opera, 16 febbraio 2018

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