Stragi di Stato

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 21 marzo 2018, a Bologna, si è aperto il processo a carico di Gilberto Cavallini per concorso nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Il nuovo processo, da quel poco che trapela sulla stampa, scaturisce da una rivisitazione dei rapporti del Cavallini con i veneti di Ordine nuovo i quali, a loro volta, nonostante l’impegno di Felice Casson a loro favore, sono ormai giudicati, in via definitiva, come i principali (ma non gli unici) promotori dello stragismo di Stato.
Come tanti militanti e simpatizzanti missini, Cavallini è un delinquente che si è trovato a vivere un’avventura politica agli ordini di persone che, per omertà e prudenza, non ha mai identificato.

Arrestato fra gli ultimi, si è subito «dissociato» e in tempi relativamente brevi rispetto alla pluralità di ergastoli ai quali era stato condannato ha ottenuto, nel carcere di Opera, permessi premiali e semi-libertà.
Ma delinquenti si nasce non si diventa, così Cavallini è stato arrestato perché trovato in possesso di una pistola e sospettato di aver compiuto numerose rapine a orefici (una specialità) per le quali sembra che sia stato successivamente assolto.
A Opera, dove i carcerieri si erano sprecati nell’esaltarne la completa rieducazione, rimane la sua poesia, pubblicata nella rivista del carcere, a Gesù.
Oggi, è nuovamente semi-libero, ma se non fosse stato trovato in possesso di una pistola sarebbe, come i suoi colleghi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, un uomo definitivamente libero per aver scontato interamente la pena.
A prescindere dall’esito del processo sul quale evitiamo giudizi perché non conosciamo gli atti, riteniamo che abbia comunque una sua logica perché è difficile credere che Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini che lui ospitava nella sua casa in Veneto, gli abbiano taciuto quanto stavano per compiere a Bologna.
Qui, però, al momento, è interessante notare come, puntualmente, sia scattato il depistaggio mediatico che vede «Telemostro» (il Tg2) ignorare nell’edizione serale delle 20.30 addirittura la notizia dell’apertura del processo, e Il Corriere della sera affidare alla penna di Giovanni Bianconi il compito di scrivere un articolo per avallare le tesi difensive a scapito di quelle accusatorie.
In fondo, Giovanni Bianconi è uno di quelli che si è prodigato a inventare l’esistenza dello «spontaneismo armato» con più forza di altri, fingendo di non sapere che i giudici di Bologna avevano bollato Fioravanti e soci come «spontaneisti solo a parole».
Manco a dirlo, lo stesso giornalista è fautore della tesi dell’innocenza dei componenti della «famiglia Addams» e, qui, si spinge a scrivere che questo processo a Cavallini, secondo i difensori, potrà far riaprire quelli già «chiusi», cioè portare alla revisione della condanna di Fioravanti, Mambro e Ciavardini.
Pochi hanno goduto del sostegno politico e mediatico come i membri degli «Addams», eppure Fioravanti, Mambro e Ciavardini non sono stati in grado di presentare una richiesta di revisione del processo conclusosi con la loro condanna, per la semplice ragione che la loro innocenza è sostenuta solo a parole e non suffragata dai fatti.
Mezzo secolo di depistaggi hanno ritardato l’emergere della verità, sia pure storica, ma la cattiva coscienza dello Stato e di tutta la classe politica, nonché della stessa magistratura, emerge dalla constatazione che, in base all’art. 81 del codice penale, si sarebbe dovuto svolgere un solo processo, almeno per le stragi riuscite e mancate dal 1969 al 1974, senza frammentare giudizi che hanno visto sul banco degli imputati quasi sempre gli stessi personaggi.
Non sarebbe stato, poi, difficile riconoscere nella mancata strage del 30 luglio 1980, a Milano, e in quella riuscita di Bologna del 2 agosto 1980, la stessa mano e gli stessi obiettivi.
Con buona pace dei familiari della strage di Bologna, sarebbe emerso che i «fascisti» non avevano ricoperto alcun ruolo nelle stragi perché militanti missini (Fioravanti, Cavallini, Mambro) e ordinovisti (Maggi, Soffiati, Digilio) non agivano per ragioni ideali ma nell’interesse dello Stato italiano e dei suoi alleati.
Nemmeno oggi che alla sbarra sale un piccolo delinquente, i magistrati oseranno mettere sotto accusa lo Stato e i suoi apparati, la classe politica e quella parte della magistratura che si è sempre distinta, in questo tipo di processi, per «ipergarantismo distorsivo».
Si potrebbe istruire un processo storico per giungere a una conclusione veritiera su quanto è accaduto in Italia, ma manca il coraggio e la volontà di farlo.
Assisteremo, pertanto, alla solita offensiva innocentista a favore, questa volta, di un Cavallini, già beneficiato, come i suoi colleghi, dalla amministrazione penitenziaria e dai giudici di sorveglianza, il quale potrà ora contare sul sostegno di quell’apparato mediatico e politico che dalla conferma della verità sulle responsabilità penali per la strage di Bologna ha troppo, se non tutto, da perdere.
La notte è ancora lunga.

Opera, 23 marzo 2018

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