Caro Licio

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di Vincenzo Vinciguerra

Pochi, oggi, ricordano l’ordinanza istruttoria di Felice Casson del 4 agosto 1986, nella quale indicava la loggia P2 come ispiratrice dell’attentato di Peteano del 31 maggio 1972 e, ovviamente, responsabile dei successivi depistaggi.
A sostegno delle sue tesi accusatorie contro la loggia P2 e il suo capo, Licio Gelli, il Casson non portava uno straccio – uno solo – di indizio ma nessuno ci ha fatto caso perché era iniziata da tempo la campagna stampa che lo presentava come il giudice intemerato, eroico, geniale, che a rischio perfino della vita sfidava i poteri forti e quelli occulti per giungere alla verità.
Aveva alle sue spalle, il Casson, il PCI e tutta la sinistra, il ministero degli Interni, il servizio segreto militare e, compatta, tutta… la loggia P2.

Non è paradossale quanto sosteniamo, perché il suo più «prezioso ed intelligente» collaboratore della polizia di Stato era il dirigente della Digos di Venezia, vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2.
Impallomeni non era uno sconosciuto poliziotto perché a suo carico, il 15 luglio 1981, era stata presentata un’interrogazione parlamentare durissima nella forma e nella sostanza.
Si chiedeva, difatti, «come è potuto accadere che il dottor Impallomeni, già dirigente della Squadra mobile di Firenze, allontanato da detta città e sospeso dal servizio perché oggetto di una inchiesta ministeriale a seguito di un giro di tangenti proveniente dagli ambiti del gioco clandestino, è stato poi destinato a uno degli incarichi più importanti e delicati qual è quello della direzione della Squadra mobile di Palermo, posto resosi vacante a seguito dell’assassinio di Boris Giuliano… Come e per quali responsabilità il  dottor Impallomeni dal n° 309 della graduatoria dei vice questori aggiunti, ha potuto essere collocato al 13° posto, se risulta vero quanto riferito dalla stampa in relazione al fatto che egli sarebbe responsabile di gravi omissioni di atti di ufficio in favore di Sindona e delle attività criminali della mafia siculo «americana».
Non era, Impallomeni, uno sconosciuto per i politici e i parlamentari, né lo era per i giornalisti italiani che, a quanto pare, lo avevano chiamato in causa addirittura per presunte protezioni accordate a Michele Sindona e ai suoi amici mafiosi palermitani e americani.
Era noto anche alla Democrazia cristiana e a Sergio Mattarella perché, come dirigente della Squadra mobile di Palermo, si era occupato delle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella con i risultati a tutti noti visto che, oggi, si parla chiaramente di depistaggio delle indagini per favorire il killer proveniente dall’estrema destra romana.
La commissione di disciplina del ministero degli Interni, chiamata a giudicare gli affiliati alla Loggia P2, accetta le giustificazioni addotte da Giuseppe Impallomeni il quale racconta di essere affiliato, nel 1973, alla loggia massonica «Giordano Bruno» di Firenze e, dopo essere stato un periodo «in sonno», di essere passato alla P2 ritenendola una normale loggia massonica del Grande Oriente di Palazzo Giustiniani.
Agli atti, però, c’è il giuramento fatto alla loggia P2 e, soprattutto, il biglietto inviato nell’occasione a Licio Gelli:

«Caro Licio – scrive confidenzialmente Impallomeni – ho ricevuto con grande piacere la tessera e ti invio sottoscritto il testo del giuramento. Un abbraccio».

Un poliziotto che si rivolge a Gelli con «caro Licio», la commissione ministeriale del ministero degli Interni non poteva che assolverlo e i vertici della polizia lo premiano con il trasferimento a Venezia, come dirigente questa volta della Digos, perché è lì che c’è bisogno di uno come lui nel momento in cui iniziano le indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado e bisogna proteggere la polizia di Stato, il servizio segreto civile e quanti altri coinvolti nei depistaggi.
Quando giunge a Venezia, Giuseppe Impallomeni è ben noto a magistrati, giornalisti e politici.
Nel momento in cui, però, inizia a collaborare con Felice Casson tutti perdono la memoria, nessuno ricorda più chi sia Impallomeni, il suo passato, tutt’altro che limpido, la sua affiliazione alla loggia P2.
Il primo a fingere di non sapere chi sia Giuseppe Impallomeni è proprio Felice Casson che ripone in lui una fiducia incondizionata giustificata dal suo curriculum vitae: sospettato di aver intascato tangenti dalle bische a Firenze, di aver protetto Michele Sindona, di aver «fallito» provvidenzialmente nelle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella, di essere sicuramente massone, piduista e amico personale di Licio Gelli è l’uomo giusto per impedire che emerga la verità sui depistaggi seguiti all’attentato del 31 maggio 1972.
Non ripeteremo qui quanto abbiamo scritto nel documento «Il gioco degli specchi», alla cui lettura rimandiamo i lettori, ma qui ci preme sottolineare come la cancellazione della memoria collettiva rappresenti un «mistero» che nessuno, a quanta pare, ha interesse a spiegare e a chiarire.
Qui non c’entrano i «poteri occulti» che non esistono o le metodologie occulte dei poteri forti e palesi, qui traspare chiaramente quel composto di malafede, disonestà, opportunismo e codardia che contraddistingue i mondi politico, giudiziario e giornalistico.
Bisognava impedire a ogni costo l’emergere della verità sui depistaggi seguiti all’attentato di Peteano e sulle loro motivazioni, quindi bisognava porsi tutti contro uno (chi scrive) e a favore dell’altro (Casson) facendo credere che aveva scoperto quella verità che, viceversa, aveva coperto con l’aiuto decisivo dell’affiliato alla loggia P2 Giuseppe Impallomeni.
Da qui la necessità per Felice Casson di inventare una responsabilità della loggia P2 nell’attentato di Peteano in modo da perfezionare la menzogna e renderla inattaccabile.
Ancora oggi, benché il mito di carta stampata di Felice Casson sia ormai crollato miseramente, il muro eretto contro la verità resiste, nonostante qualche breccia, perché nemmeno dopo 46 anni questo Stato e questo regime si possono consentire che venga afferrata la verità.
Cambiano i protagonisti ufficiali della politica, non quelli della regia occulta che sanno perfettamente come la verità, o anche parte di essa, sulla guerra civile italiana degli anni Settanta segnerebbe la fine di questo regime e di quella prostituta burocratica che chiamano Stato.
E su questa verità non temiamo confronti né smentite.

Opera, 29 marzo 2018

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