L’Ipocrita

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di Vincenzo Vinciguerra

In attesa di esultare per la quasi certa estradizione di Cesare Battisti dal Brasile, Pierluigi Battista sulla pagine de Il Corriere della sera del 18 aprile, dedica un articolo a tutta pagina per ricordare la morte di Stefano e Virgilio Mattei, avvenuta a Roma il 16 aprile 1973, per l’incendio della loro abitazione appiccato da Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, aderenti a Potere operaio.
Da esperto in disinformazione, Battista pone l’accento sulla morte atroce dei due ragazzi (Stefano era un bambino di 8 anni) e, con 45 anni di ritardo, condanna la campagna stampa che si scatenò all’epoca per affermare l’innocenza dei tre militanti di Potere operaio, a favore della quale si schierò compatta tutta la sinistra italiana e buona parte della stampa cosiddetta «indipendente».
Parla, Battista, dell’«innocenza perduta» della sinistra a partire da quel giorno. Bolla i tre come «assassini» e, manco a dirlo, come «delinquenti politici», in un crescendo di sdegno e di furore che, però, si smorza, anzi si spegne del tutto dinanzi alla soglia del Palazzo di giustizia di Roma.

Fa qualcosa di peggio, Battista, perché avvalora la tesi dell’omicidio preterintenzionale commesso dai tre scrivendo che è «probabile che quel gesto criminale volesse essere un irresponsabile gesto dimostrativo», confermando la tesi difensiva accolta – e fatta propria – dalla magistratura romana della strage non voluta da Lollo, Grillo e Clavo, contro i quali non si comprende bene, a questo punto, perché si accanisca tanto.
In realtà, come Pierluigi Battista sa bene, i tre (e non solo loro) quel tragico giorno cercavano proprio la strage. Versarono difatti ben cinque litri di benzina sotto la porta dell’abitazione bloccando, pertanto, con piena consapevolezza, la sola via d’uscita per le otto persone che abitavano nel piccolo appartamento e, quindi, vi diedero fuoco.
Un gesto dimostrativo si limita ad annerire la porta di casa con un modestissimo quantitativo di alcool e, magari, facendo rumore per svegliare le persone che dormono.
C’era la volontà di uccidere. E solo per puro caso i morti furono soltanto due.
Se ne resero consapevoli e convinti, dinanzi all’evidenza delle prove, i magistrati titolari delle indagini che, inizialmente, contestarono puntualmente il reato di «strage».
Non fu la sinistra a imporre la modifica del capo d’imputazione e a derubricare il reato in quello di «omicidio preterintenzionale» in modo da contenere la pena e, soprattutto, dell’escludere la volontà dei tre di uccidere ben otto persone.
Nel «porto delle nebbie», come era definito al tempo il Tribunale di Roma, la sola che contava era la Democrazia cristiana e ai suoi esponenti va ascritta la responsabilità del salvataggio giudiziario dei tre militanti di Potere operaio.
E non solo di quello, perché Battista non pone l’accento – anzi non lo scrive proprio – che i tre quella condanna a 18 anni di reclusione non l’hanno mai scontata.
Un’omissione interessata, quella di Battista, perché in attesa di strillare che, con l’estradizione di Cesare Battisti in Italia, lo Stato dimostra di voler fare «giustizia», non gli conviene segnalare che il regime che serve con tanta dedizione e ottimo stipendio, la «giustizia» non sa cosa sia.
Il regime politico italiano conosce solo la convenienza e l’opportunismo e per questa ragione il suo strumento repressivo – la magistratura – ha sempre agito in modo tale da garantire assoluzioni per insufficienza di prove, derubricazioni di reati e prescrizioni per quanti, per svariate ragioni, dovevano essere «salvati» riservando la propria severità ai pochi che dovevano essere annientati.
Le forze di polizia si sono, anch’esse, adeguate a dovere, garantendo la latitanza a tanti che, in base a sentenze definitive, avrebbero dovuto essere ricercati ovunque e riportati in Italia a scontare una pena.
L’ipocrita e tardivo sdegno di Pierluigi Battista serve, quindi, a mantenere sollevato il polverone su cosa sia realmente accaduto in Italia in quegli anni, nel corso di una guerra civile che si vuole negare blaterando di «delinquenti politici» e così via, tacendo tutti quei fatti che, allineati in ordine logico e cronologico, dimostrerebbero che lo Stato – questo Stato – ha gestito il pre-guerra, la guerra e il dopo-guerra facendo pagare agli italiani un prezzo che ancora non si riesce a quantificare.
E questo avviene perché ci sono ancora oggi troppi Pierluigi Battista che discriminano, senza alcuno scrupolo, non solo fra i vivi ma perfino fra i morti scegliendo quelli sui quali è opportuno versare lacrime fasulle e quelli da far dimenticare.
Così è, oggi, ma così non sarà per sempre.

Opera, 19 aprile 2018

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