Mafia di Stato

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di Vincenzo Vinciguerra

Fingono di meravigliarsi perché si è stabilita una trattativa fra i mafiosi palermitani e i rappresentanti della politica e delle istituzioni dopo lo sconquasso processuale provocato dalle rivelazioni di Tommaso Buscetta, dalle indagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dall’esito del maxi-processo.
Nell’eterno gioco fra «guardie e ladri», questi ultimi accettano le regole che prevedono che essi possano soccombere, finendo in galera, per l’azione repressiva svolta dalle prime.
La ribellione dei mafiosi palermitani, spalleggiati dai calabresi, non è stata motivata, pertanto, dall’azione repressiva promossa dalle iniziative di due singoli magistrati e, poi, da un presidente di Corte di assise che non si è lasciato intimidire da quelle forze che pretendevano di trasformare il processo in una farsa giudiziaria.

I mafiosi palermitani si sono sentiti traditi da quello Stato che avevano servito fin dall’estate del 1943, perché non si capacitavano che uomini di primo piano della politica e delle istituzioni non fossero in grado di neutralizzare l’azione di Falcone, Borsellino e pochi altri.
Perché l’opera di repressione è stata fatta da loro, non dallo Stato e, tantomeno, dalla politica che contro di loro hanno fatto tutto quello che era in loro potere fare.
La trattativa non è stata fatta per fermare le stragi piegandosi al ricatto mafioso, bensì per ristabilire l’equilibrio fra la classe dirigente, lo Stato e il loro alleato storico, quella mafia che tanto aveva fatto per garantire l’ordine pubblico nelle zone di sua pertinenza e puntellare quello politico in cambio della libertà di farsi i fatti propri impunemente.
Non hanno avuto fortuna i mafiosi palermitani e i loro soci romani perché la fine della «guerra fredda» ha permesso agli americani di fare quello che già avevano ipotizzato nel 1975, spazzare via una classe dirigente putrida che aveva intascato miliardi di dollari con il pretesto di dover fronteggiare la minaccia comunista senza fare nulla di concreto per sventarla.
Agli inizi, degli anni Novanta, in Italia, non c’era più un potere forte in grado di fermare i Falcone e i Borsellino e garantire gli «amici» e gli «amici degli amici».
E ci hanno pensato loro, in prima persona, prima a Capaci e, poi, in via D’Amelio.
La repressione, decisa da magistrati che non sono mai stati indagati (e avrebbero dovuto esserlo) alla guida dell’amministrazione penitenziaria che hanno trasformato certi istituti di pena, come Pianola, in luoghi di incredibile violenza ha provocato la reazione di quanti abituati a essere trattati come i padroni dei carceri in cui risiedevano si vedono ora oggetto delle più infami violenze fisiche, con il pericolo concreto che tanti crollassero e iniziassero a collaborare.
La tortura rende. E il caso Scarantino lo dimostra, solo per citarne uno.
Ma non era questo l’obiettivo principale della criminalità organizzata chiamata a concorrere al ristabilimento di un equilibrio, ormai definitivamente saltato, in uno scenario politico rinnovato.
Fra gli attori politici è scontata – storicamente provata – la presenza di «Forza Italia» guidata da un imprenditore che, tramite Marcello Dell’Utri, aveva stabilito da anni solidi rapporti con la mafia palermitana.
Non è mai stato preso in considerazione, però, il ruolo della Lega Nord che, giusto in quegli anni (1992-1993), si vociferava che stesse preparando un’insurrezione armata in Valtellina per favorire la secessione della Padania, o meglio, la sua autonomia dal potere centrale in sintonia con quanto si proponevano le Leghe che proliferavano in Meridione.
Nulla di provato, per quanto riguarda la Lega Nord, perché nessuno ha mai rivolto lo sguardo al disegno politico complessivo che si stava delineando in quel periodo ispirato da persone rimaste sempre nell’ombra, e destinato a restare forse per sempre ignorato e taciuto.
Tutta l’attenzione è stata concentrata su «Forza Italia», Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, ma non c’erano solo loro.
La sentenza di Palermo ci dice che trattativa c’è stata, ma non spiega – né avrebbe potuto farlo – le ragioni vere, reali , concrete di una operazione che doveva stabilizzare una situazione politica che era stata destabilizzata non dalle bombe dei terroristi di Stato, come negli anni Settanta, ma dalle decisioni degli alleati internazionali che del ciarpame umano e politico della vecchia DC e dei suoi alleati laici avevano deciso di disfarsi una volta per sempre.
E, alla fine, nel marzo del 1994, la stabilizzazione è giunta con la vittoria elettorale di «Forza Italia» alla quale si è subito affiancata – non certo a caso – la Lega Nord, e la coppia Berlusconi-Dell’Utri è subentrata a quella composta da Andreotti e Lima.
Tutto come prima, peggio di prima. E l’hanno chiamata «Seconda Repubblica».

Opera, 22 aprile 2018

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