L’Infelice

image

di Vincenzo Vinciguerra

Hanno fatta notizia le mancate elezioni alla Camera dei deputati e al Senato di personaggi notissimi come Massimo D’Alema e di altri meno noti ma ritenuti meritevoli di attenzione da parte della stampa che ha scritto e parlato (in televisione) di tanti meno che di uno: Felice Casson.
Per un magistrato che ha fatto carriera giudiziaria e politica con le interviste e la propaganda giornalistica il silenzio è quanto di peggio gli poteva capitare.
Aveva grandi, grandissime ambizioni il Felice Casson, convinto che a lui tutto era consentito e che nessun traguardo gli era precluso.

Sostenuto, fin dal 1982, dall’apparato propagandistico del Pci, poi Partito democratico e da quello del ministero degli Interni, Casson era riuscito a convincere tanti sempliciotti di aver scoperto tutto quello che c’era da scoprire nella sola inchiesta di rilievo che aveva condotto nella sua carriera giudiziaria, quella sull’attentato di Peteano di Sagrado, condotta sotto la direzione di fatto del vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2.
Si era, quindi, proposto come il giudice che aveva scoperto l’esistenza della struttura “Gladio” e che su questa aveva indagato scoprendo, anche in questo caso, la verità a rischio addirittura della vita, inducendo giornalisti di pochi scrupoli a citare lui – e solo lui – per tutto ciò che si è scritto sulla struttura segreta delle Forze armate e della Nato.
Aveva anche tentato di farsi paladino degli operai promuovendo una inchiesta sul Petrolchimico di Porto Marghera la cui pubblicità sul TG3 era stata affidata a una appassionata voce femminile che declamava che avrebbe “dato speranza a migliaia e migliaia di italiani”.
La voce era quella della sua fidanzata, corrispondente del TG3 a Venezia e futura moglie, ma la coppia fallirà l’operazione perché il Tribunale di Venezia assolverà tutti gli imputati sconfessando l’operato di Casson.
Senza l’aiuto della fidanzata, questa volta, cercherà in tutti i modi di bloccare l’inchiesta condotta dal giudice milanese Guido Salvini sulla strage di piazza Fontana, ma, pur danneggiandola, non riuscirà nel suo intento con buona pace dei suoi protettori politici e ministeriali.
Alla fine, il Casson entrerà in politica candidandosi a sindaco di Venezia al grido di “ho scoperto tutto mi”, ma sarà la sinistra stessa, quella che non si riconosceva nel Partito democratico, a sbarrargli la strada candidando il filosofo Massimo Cacciari che, infatti, lo batte.
Disperato, il Casson annuncia ai giornalisti che non sa più cosa fare perché “in procura non torno di certo”, allora interviene il segretario nazionale del Pd che lo porta in Senato.
È il momento atteso per tutta la vita.
Si taglia la fluente e lunga chioma che lo faceva apparire giudice democratico e anticonformista per non essere scambiato dalla irriverente plebe romana per Vladimir Luxuria, e si getta – il felicissimo Casson – nell’avventura da sempre sognata e sperata, quella che dovrà consacrarlo leader politico nazionale.
Già si vede sottosegretario alla Giustizia, poi ministro, quindi presidente del Senato, in successione del Consiglio e della Repubblica, perché chi potrà ostacolare la marcia trionfale di un genio politico come lui, ostrega!, Felice Casson?
Difatti, nessuno la ostacola perché la marcia nemmeno inizia. Portato in Senato per pietà, resta lì come sherpa del partito che gli concede il solo incarico di vicepresidente della commissione Giustizia del Senato. Il Casson tenterà, a onore del vero, di farsi notare in tutti i modi, sempre con l’aiuto della moglie, ma non lo pensa nessuno.
Tenterà, per la seconda volta, di farsi eleggere sindaco di Venezia ma questa volta a batterlo sarà un candidato del centro-destra così ci perde anche la faccia.
Convinto che, ormai, all’interno del Pd non ha più speranze si riscopre proletario duro e puro e passa a “Liberi e uguali” dove, pensa, di poter contare di più accanto ai D’Alema e ai Bersani.
Ma pensa male, perché il suo nuovo partito prende una batosta elettorale dalla quale si salvano a stento i pochi che contano, non lui che non conta proprio.
Fine dei sogni di gloria.
Anche questa volta, un affranto Casson fa sapere che non rientrerà in magistratura al cui interno, peraltro, non gode certo di alcuna stima perché lo sfruttamento a oltranza di quanto fatto come giudice ha provocato in tanti un moto di giustificata ripulsa.
Non sarà cancellato, però, dalla storia italiana del dopoguerra, il Felice Casson, perché ci resterà, suo malgrado, non per aver scoperto questo o quello, ma come esempio da manuale di come il potere mediatico riesca a trasformare il piombo in oro, riesca cioè a fare di un uomo mediocre e senza scrupoli un “eroe” della democrazia e della sua giustizie.
È, il Casson, un giocattolo che non serve più, che può essere riposto in un cantuccio e confinato nell’angolo dei ricordi che è meglio non ricordare, che è meglio dimenticare perché nessuno possa scrivere una pagina di storia che non potrà che gettare discredito sulla magistratura nel suo complesso, sulla politica, sul potere mediatico, su un regime in cui uno come lui ha potuto fare impunemente ciò che, in Paesi normali, non sarebbe mai stato consentito ad alcuno.
Non lo faremo dimenticare noi, l’ormai Infelice Casson.
E non è, la nostra, una promessa: è una certezza.

Opera, 24 aprile 2018

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...