Il Terzo Lato

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di Vincenzo Vinciguerra

Era il 1978, quando, a Buenos Aires, una persona ben introdotta negli ambienti massonici argentini mi disse che il triangolo massonico rappresentava le tre F: Fede, Finanza, Forze armate.
I fatti non lo hanno smentito, ma leggendo l’ultimo, eccezionale, libro scritto da Simona Zecchi, “La criminalità servente nel Caso Moro”, edito da “La Nave di Teseo” (Milano, 2018), convengo che a uno dei lati, quello che si identifica con la Finanza, bisognerà aggiungere, magari con una sovrapposizione, quello relativo alla criminalità.
Nessuno dei libri da me letti nel corso di una vita sull’intreccio fra criminalità organizzata, politica e Massoneria, aveva reso evidente l’onnipresenza nell’Italia post-bellica di forze delinquenziali che, via via, nel tempo, perché mai contrastate e combattute, hanno acquisito un potere di condizionamento della vita politica, finanziaria, economica e sociale che ne fanno oggi uno dei poteri reali della Repubblica.

La riflessione sorge spontanea dalla lettura del libro della brava e coraggiosa Simona Zecchi che distrugge il mito di una sinistra armata che aveva combattuto contro lo Stato e il “sistema” in maniera autonoma e “pulita”.
Sui rapporti fra i partiti politici tradizionali, in particolare quelli di governo, le forze di estrema destra, quelle spacciate per “neofasciste”, e la criminalità organizzata in tutte le sue forme molto è stato detto e scritto, ma ora sappiamo, in maniera documentata, grazie a Simona Zecchi, che anche la sinistra di opposizione, militante e armata, ha sempre operato in sintonia con mafie e gruppi organizzati criminali.
Se legittimo è sempre stato il dubbio che “dietro le Br c’erano solo le Br”, come preteso dal beneficato di Stato e di regime Mario Moretti, per via degli oscuri rapporti con servizi segreti nazionali e internazionali, ora possiamo dire che, se non dietro, certamente a fianco delle Brigate rosse c’erano anche le mafie italiane.
E questa verità, ormai acquisita grazie a Simona Zecchi, provoca una ulteriore riflessione su cosa sia stata e abbia realmente rappresentato la sinistra armata in Italia.
Perché le mafie e i gruppi organizzati della criminalità affiancano, sostengono, proteggono e collaborano solo con quelle forze che sono, in maniera palese od occulta, dipendenti dal potere o a esso in qualche modo collegate.
Un ricordo personale, per fare un esempio concreto, è necessario: nel 1991, nel carcere di Parma, T. C., boss di un paese dell’Aspromonte, mi disse che aveva conosciuto Stefano Delle Chiaie nel 1968-’70 e che aveva una pratica pendente presso il ministero del Tesoro che, si disse certo, il Delle Chiaie poteva sbloccare.
In altre parole, aveva conosciuto il presunto “eversore nero” come un uomo del potere e, nel 1991, a distanza di oltre venti anni, continuava giustamente a ritenerlo tale.
Un episodio illuminante perché conferma che le mafie, in particolare quella calabrese, non appoggiano forze di opposizione al potere ma solo quelle che del potere, in tutto o in parte, sono espressione e strumento.
Cosa siano state, in realtà, e cosa abbiano rappresentato le Brigate rosse in questo Paese, specie alla luce di quanto hanno fatto con il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, è un interrogativo che il libro di Simona Zecchi propone con forza ed efficacia.
Ed è la sola, Simona Zecchi, a rimarcare che i brigatisti rossi, specie quelli coinvolti nel sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta, nonostante una pluralità di ergastoli abbiano goduto in carcere di trattamenti privilegiati e siano stati ammessi a tutti i benefici nei tempi minimi previsti dalle leggi vigenti, tanto da essere rimessi in libertà dopo poco più di 21 anni di carcere, la pena che un normale cittadino di solito sconta per un solo omicidio volontario.
Anche questo trattamento “post-bellico”, da parte di un potere che non ha remore nel perseguire a oltranza quanti non costituiscono per esso una minaccia (vedi il caso di Cesare Battisti, per fare un esempio) solleva fondati dubbi sulla “purezza” rivoluzionaria delle Brigate rosse e gruppi collegati.
Il merito, veramente eccezionale, di Simona Zecchi è quello di aver svelato che lo sfondo dietro il quale si muoveva la “sovversione rossa”, con il suo intreccio di servizi segreti e corpi di polizia e malavita organizzata, di menzogne, reticenze e misteri che nessun governo ha volontà e interesse a svelare, è identico a quello che appare alle spalle dell’ “eversione nera”.
Sempre più incalzante si fa la necessità di rispondere a una domanda: in questo Paese, nel dopoguerra, è mai esistita una “eversione”, una “sovversione”, ovvero la volontà e la speranza di “tutto distruggere per tutto ricostruire” al di là delle ideologie e degli schieramenti politici?
O tutto è accaduto perché destabilizzare ha permesso ai detentori del potere di stabilizzare e, di conseguenza, di perpetuare il loro dominio fingendo di cambiare, come dopo le stragi del 1992-’93, quello che non gli è consentito di mutare, pena la sua fine?
Una domanda alla quale potranno dare risposta, nel tempo, gli storici del futuro fra i quali già brilla per intelligenza, onestà e capacità di analisi Simona Zecchi.

Opera, 29 aprile 2018

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