La morte di Aldo Moro

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di Vincenzo Vinciguerra

Leggo, con notevole ritardo, il libro scritto da Paolo Cucchiarelli, “Morte di un Presidente”, Ponte alle Grazie, Milano, che non è destinato a perdere di attualità.
Anzi, fra tutti i libri che hanno raccontato le fasi del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, si pone come strumento di conoscenza sull’argomento dal quale non si può – e non si potrà in futuro – prescindere per comprendere che la morte del presidente della Dc derivò da una scelta lucida e consapevole dei responsabili politici del tempo.
Paolo Cucchiarelli non pone alcuna enfasi nel redigere il suo atto di accusa nei confronti dei detentori del potere politico, da Giulio Andreotti a Francesco Cossiga, e anche per questa ragione il suo libro si colloca al primo posto fra quanti hanno sempre chiamato in causa lo Stato italiano come responsabile della guerra civile degli anni Settanta.

È la prima volta che un giornalista e storico non sospettabile di estremismo politico scrive esplicitamente che la morte di Aldo Moro non maturò nel torbido e oscuro mondo dei servizi segreti, magari “deviati”, ma nelle stanze del potere politico.
Le prove che Paolo Cucchiarelli enumera, con puntiglio, sono tante e tali che non si possono confutare e, per questa ragione, il libro non ha ancora avuto la pubblicità che meritava perché quel potere ha, ancora oggi, l’interesse di negare l’evidenza di un omicidio di Stato trincerandosi dietro commemorazioni nel corso delle quali i politici di turno esibiscono un’ipocrita commozione.
Aldo Moro viene ucciso da quel potere di cui aveva fatto sempre parte, con un ruolo di rilievo, portando anch’egli la responsabilità di aver avallato quanti, come il generale Vito Miceli, direttore del Sid dal 1970 al 1974, operavano, in posizione subalterna, sul terreno.
Moro rimane schiacciato dall’ingranaggio mortale che egli stesso aveva concorso, insieme agli Andreotti e ai Cossiga, e mettere in moto noncurante delle vite degli altri, di quelle di tanti italiani, compresi poliziotti e carabinieri, che in questo modo venivano immolate per tutelare il proprio potere.
Nonostante la volontà contraria dell’autore, la figura di Aldo Moro non passerà alla storia come quella di un “martire” della democrazia, sacrificato per la ragion di Stato dai suoi democratici colleghi, perché il suo unico obiettivo nel corso della sua prigionia è stato solo – ed esclusivamente – uno: salvarsi la pelle a ogni costo.
Esponente di un regime corrotto e ladro, cinico e privo di scrupoli, Aldo Moro ha posto la sua vita, la sua volontà di tornare a casa, non importa come e a che prezzo, al di sopra di ogni altra considerazione firmando in questo modo la sua condanna a morte.
In fondo, chi ha ideato e organizzato il sequestro del presidente della Dc aveva preventivato solo il massacro degli uomini della sua scorta, non la sua morte.
Per imporre il rispetto dei patti di Jalta, ancora in vigore, ai suoi sequestratori Moro morto non interessava, per loro sarebbe stato sufficiente restituirlo alla famiglia, alla Dc, al Paese come un uomo distrutto, schiantato nella propria dignità, desideroso di vendetta nei confronti di coloro che avevano consentito il sequestro e che, poi, si erano, ufficialmente, rifiutati di trattare con i suoi rapitori per salvargli la vita.
Gli Andreotti, i Cossiga e i loro colleghi hanno sempre saputo quello che Aldo Moro raccontava ai suoi sequestratori, compresi segreti che andavano taciuti. In un regime criminale la salvezza passa per l’omertà, e Aldo Moro non ha rispettato questa regola che pure ben conosceva travolto dal terrore di morire.
La vicenda del sequestro di Aldo Moro ricorda, con tutte le differenze del caso, quello del generale argentino Pedro Aramburu, rapito, tenuto prigioniero e, infine, ucciso dai Montoneros guidati da Edoardo Firmenich che operava per conto dei servizi segreti militari di quel Paese.
Chi era l’Edoardo Firmenich italiano ai vertici delle Brigate rosse? Si parla molto di Loggia P2, ma nessuno purtroppo si ricorda dei legami che Licio Gelli aveva con i generali argentini e del caso di Pedro Aramburu.
In questo modo, con questa omissione però il cerchio non si potrà mai chiudere perché la Loggia P2 non ha rappresentato la massoneria “deviata”, ma uno strumento del potere che dipendeva da Giulio Andreotti, l’uomo sul quale, insieme a Francesco Cossiga, ricade la responsabilità del sequestro e, soprattutto, della morte di Aldo Moro.
E un capitolo che ancora deve essere scritto riguarda la gestione dei brigatisti rossi protagonisti del sequestro e della prigionia di Aldo Moro, ai quali lo Stato e i governi, sia di centrodestra che di centrosinistra, hanno pagato il prezzo non solo del silenzio, ma della loro complicità con trattamenti privilegiati e benefici di legge rimettendoli in libertà dopo aver scontato il minimo della pena previsto dalla legge.
Una responsabilità, questa del “premio” a Mario Moretti e compagni, che va al di là di quella degli Andreotti e dei Cossiga, che andrebbe accertata o, almeno, affermata perché il depistaggio su quell’evento non ha mai avuto fine.
Il libro di Paolo Cucchiarelli costituisce un tassello fondamentale del mosaico che si cerca di ricostruire, come quello di Stefania Limiti e, ultimo in ordine di tempo, quello, veramente eccezionale, di Simona Zecchi che svela il ruolo svolto dalla criminalità organizzata nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro.
Sperare di giungere alla verità contando su un sussulto di dignità e di coraggio degli uomini dello Stato e dei brigatisti rossi è tempo perso, tocca quindi agli storici, quelli veri (non a Paolo Mieli e compari) scrivere la storia d’Italia. Ed è quanto stanno facendo in numero sempre maggiore.
Una certezza che l’impegno di Paolo Cucchiarelli avvalora e che ci consente di consigliare a tutti di leggere il suo libro per quello che esso è: una pagina di storia d’Italia, autentica e tragica.

Opera, 04 maggio 2018

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