Gelido è l’inverno della Repubblica

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di Vincenzo Vinciguerra

A leggere il bellissimo libro della giornalista Raffaella Fanelli, che a differenza di tanti – di troppi – dei suoi colleghi onora la sua professione, “La verità del Freddo”, Chiarelettere, Milano 2018, l’aria finalmente mite di questo mese di maggio di raggela.
L’intervista a Maurizio Abbatino, detto “Il Freddo”, uno dei capi della banda della Magliana, a Roma, pentito abbandonato e tradito dallo Stato, non è, difatti, un elenco di morti ammazzati in una guerra di malavita ma il ritratti di un’Italia che fu e che è.
Raffaella Fanelli pone ad Abbatino domande dirette ed essenziali che costringono l’ex bandito della Magliana a dare risposte che gettano luce su un passato che non passa come l’inverno della Repubblica italiana, sempre più lontana dall’intravvedere il ritorno della primavera.

“Il Freddo” descrive un mondo di corruzione, di complicità, di collusioni con una malavita che si pone al servizio di chi detiene il potere di cui si fa strumento per interesse o con esso si identifica e in esso si rispecchia.
Maurizio Abbatino, incalzato dalle domande della bravissima Raffaella Fanelli, ci trasmette l’immagine di un ambiente politico, ecclesiastico, poliziesco, giudiziario, finanziario i cui non c’è posto per l’onestà e la dignità personali dei personaggi che hanno contribuito a fare della banda della Magliana uno strumento di morte a disposizione di poteri palesi che agiscono con metodologie occulte.
Esce a pezzi, in frantumi, l’immagine di una magistratura all’interno della quale tutti, troppi decisamente, sono i corrotti che, però, tranne alcune eccezioni hanno fatto tutta la loro carriera, talora in maniera brillante, perché il garantismo nei loro confronti è un dovere al quale nessuno, sia esso magistrato inquirente o giudicante, poliziotto, giornalista e politico si sottrae.
Quanti di costoro hanno portato il loro carico di corruzione e la loro disponibilità a partecipare a tutti i giochi, anche i più sporchi, fino alla Corte di cassazione al Consiglio superiore della magistratura, all’interno del ministero della Giustizia?
E la stessa domanda vale per i poliziotti, i politici, i monsignori più o meno pedofili, che hanno preso parte in quegli anni, e in quelli successivi, ai giochi di potere legittimati dal silenzio della malavita e dall’incredulità, nei confronti dei pochi che hanno parlato, di quanti avrebbero dovuto giudicare e, perlomeno, bloccare certe carriere invece, come è stato, di favorirle.
Chi si salva dal racconto fatto a Raffaella Fanelli da Maurizio Abbatino?
Nessuno.
Non il mondo della sinistra che pure sapeva ma era impegnato a inseguire il sogno di un reingresso nei governi della Repubblica e, di conseguenza, fingeva di non vedere il fango che tracimava non dai quartieri periferici di Roma ma dai palazzi del potere.
Non quello di destra che, invece, s’identificava totalmente con il potere tanto da agire per favorire l’integrazione dei propri elementi con la malavita. Avendo entrambi solo interessi da coltivare e non ideali per i quali combattere.
Chi non viene fermato va avanti in un mondo che nessuno ha mai ripulito così che, finita la banda della Magliana, si sono ritrovati con “Mafia capitale” che ripropone esattamente, con qualche morto in meno, il ritratto della Roma degli anni Settanta e Ottanta, con una magistratura che non vede il “metodo mafioso” nel 2018, esattamente come non lo percepiva in quegli anni, con personaggi che si sono mantenuti a galla continuando a fare le stesse, identiche cose e accrescendo la loro capacità di ricatto nei confronti dei mandanti e dei complici.
Perché nulla è cambiato dal mondo che il libro di Raffaella Fanelli ci rappresenta così che sarebbe errato credere che parli del passato: no, la coraggiosa giornalista ci descrive il presente, quello che noi oggi viviamo, e un futuro che sarà identico all’oggi se qualcuno non troverà la forza di dire basta.
Ed è un basta che deve partire dal passato, solo temporalmente remoto, perché i “misteri” di quel tempo pesano e contano come macigni sul nostro presente.
Se il libro di Simona Zecchi, “La criminalità servente nel caso Moro”, aveva svelato il ruolo delle mafie nel caso Moro e ci aveva reso l’immagine di un potere criminale, quello scritto da Raffaella Fanelli circoscritto, in apparenza, alla sola Roma e alla banda della Magliana, lo tinteggia con colori cupi e ci segnala che questo potere non si è mai indebolito, anzi si rafforza sfruttando la credulità di quanti credono ai proclami degli alfieri della legalità, quella che in questo Paese non è mai esistita perché rimpiazzata negli anni da quella mafiosa che si è talmente radicata nella mente degli italiani da sostituire integralmente l’altra, quella che poggiava sui concetti di onestà e di giustizia ormai cancellati nel ricordo delle giovani generazioni.
La lettura del libro, scritto da Raffaella Fanelli con uno stile brillante che avvince e  obbliga a leggerlo tutto di un fiato, non è la storia di una banda criminale ma quella dell’Italia, che ancora viviamo e che ci impedisce di riscoprire la primavera di una Patria che ormai esiste solo nella retorica degli anniversari ufficiali.
L’inverno della Repubblica è ancora lungo e ci consola solo la certezza che altri lo vivono senza rassegnazione e con coraggio, come Raffaella Fanelli.
E la speranza non muore.

Opera, 12 maggio 2018

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