La Vendetta

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di Vincenzo Vinciguerra

Nella trasmissione di Michele Santoro sul caso Moro, andata in onda il 24 maggio scorso, si è discusso a lungo sul ritrovamento in via Monte Nevoso, a Milano, il 9 ottobre 1990, delle copie dei manoscritti di Aldo Moro sfuggite, secondo la versione ufficiale, alla perquisizione eseguita dai carabinieri nello stesso appartamento dai carabinieri agli ordini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 1° ottobre 1978.
Fra gli intervenuti alla trasmissione è prevalsa un’imbarazzata prudenza perché nessuno ha voluto dire esplicitamente che i documenti di Moro qualcuno li aveva collocati in quell’appartamento e li aveva fatti trovare di proposito per assestare un durissimo colpo a Giulio Andreotti, ancora convinto di potersi candidare alla presidenza della Repubblica, dopo aver obbligato Francesco Cossiga a rassegnare le dimissioni dall’incarico.

A tutti è apparso evidente che i carabinieri di Dalla Chiesa quei documenti li avevano trovati già il 1° ottobre 1978, anche perché gli stessi brigatisti rossi, in più occasioni, nel corso degli anni Ottanta avevano affermato che i documenti sequestrati dai carabinieri nel loro covo non erano completi, che ce n’erano altri.
Nessun inquirente era, però, tornato in via Monte Nevoso per compiere una più approfondita perquisizione, per la semplice ragione che tutti sapevano che in quell’appartamento era stato trovato tutto quello che c’era ma che ragioni politiche avevano consigliato di non divulgare il contenuto dei manoscritti di Aldo Moro.
Perché fingere di ritrovarli, per mera casualità, solo il 9 ottobre 1990?
Per una ragione semplice che, però, tutti fingono di non comprendere: la risposta, o meglio, la vendetta del potere militare nei confronti di un Giulio Andreotti che, irretito da Felice Casson, aveva fatto esplodere il caso della struttura “Gladio” collegandola a operazioni “terroristiche” della estrema destra, nel caso specifico all’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, nel quale avevano perso la vita tre carabinieri.
Il più astuto dei politici italiani del dopoguerra aveva realmente creduto alla gigantesca bufala rifilatagli da Felice Casson sul collegamento fra l’attentato di Peteano e Gladio, tanto da permettere a costui di andare a “scoprire” a Forte Braschi, sede a Roma del servizio segreto militare, l’esistenza di un’organizzazione segretissima che il giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, aveva realmente individuato da quasi due anni ed era rimasto bloccato per l’apposizione del segreto di Stato decisa proprio da Giulio Andreotti.
“Belzebù” c’era cascato come un pollo, e aveva concesso al Casson la più totale e la più immeritata fiducia.
Aveva, però, sottovalutato la reazione del potere militare che si era visto porre sotto accusa da Giulio Andreotti, talmente persuaso della grottesca “verità” affermata dal Casson da indursi a inviare la relazione su “Gladio” alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi invece che, come sarebbe stato logico e doveroso, al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti.
La risposta ad Andreotti non tarda ad arrivare ed è clamorosa anche se, fino ad oggi, nessuno l’ha notata.
L’8 agosto 1990, dopo una dozzina di giorni dalla visita di Felice Casson a Forte Braschi, l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, decide di impiegare “Gladio” nel contrasto della criminalità organizzata.
Decisione che, per essere stata assunta a sua insaputa, permetterà al presidente del Consiglio Giulio Andreotti di destituire l’ammiraglio Fulvio Martini dall’incarico di direttore del servizio segreto militare il 26 febbraio 1991, su due piedi, senza nemmeno salvare la forma, senza aver deciso chi sarà il suo successore.
Nel 1990-91, la scelta di Fulvio Martini di utilizzare “Gladio” contro la criminalità organizzata e la rabbiosa reazione di Giulio Andreotti potevano passare inosservate, ma negli anni successivi, quando i rapporti di quest’ultimo con la mafia palermitana saranno affermati perfino sul piano giudiziario da una sentenza definitiva della Corte di cassazione, la mossa del direttore del Sismi, interprete ed esecutore degli ordini provenienti dai vertici militari e Nato, assume il giusto significato di una ritorsione e di una minaccia nei confronti di Giulio Andreotti.
Il ritrovamento dei documenti manoscritti di Aldo Moro nell’appartamento di Via Monte Nevoso, il 9 ottobre 1990, appare per quello che esso è stato: un secondo e più esplicito attacco a Giulio Andreotti, che inizia a vacillare, a rendersi conto che la sua posizione si è indebolita, che ha giocato la carta sbagliata, perché le fanfaronate di Felice Casson sul mio collegamento con la struttura Gladio, addirittura nell’attentato del 31 maggio 1972, non hanno trovato – e mai lo troveranno – riscontro sul piano giudiziario perché semplicemente inesistente.
Per Giulio Andreotti è l’inizio della fine, per Felice Casson quello di una brillante carriera mediatica.
È giunto il momento, ora, di ristabilire la verità.

Opera, 27 maggio 2018

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