«stura boton»

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di Vincenzo Vinciguerra

Quando il presidente americano, Richard Nixon, si appellò alla «maggioranza silenziosa» degli americani perché inscenasse una protesta simbolica (viaggiare anche di giorno con i fari accesi delle auto) per contrapporsi alla minoranza rumorosa e chiassosa che protestava contro la guerra del Vietnam, in  Italia crearono addirittura un movimento politico con lo stesso nome che raccolse le adesioni di persone di tutto lo schieramento di destra.
A distanza di oltre quarant’anni la farsa si ripete.
Matteo Salvini che, il 5 luglio 2005, si fece buttare fuori dal Parlamento europeo di Strasburgo perché, insieme a  Mario Borghezio e Francesco Speroni, contestava la presenza del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, con schiamazzi e al grido di «Italia vaff…», nel corso degli anni si è reso conto che ad andarci sarebbero stato lui e la Padania e, di conseguenza, si è convertito all’italianità, seguendo i saggi consigli di Marine Le Pen.

Poi, nel testone padano si fece strada l’idea che l’Italia arriva fino a Lampedusa e Pantelleria, quindi iniziò timidamente a farsi vedere in Meridione dove i tanti insulti riservati, per due decenni, ai suoi abitanti non erano stati dimenticati così che ogni sua visita era accolta con un coro di pernacchie.
Sodale di Silvio Berlusconi, pregiudicato, e collega di partito di un ladrone del calibro di Umberto Bossi, Matteo Salvini iniziò la campagna per la legalità e la giustizia iniziando a riscuotere consensi sempre maggiori.
Furbo, Matteo Salvini, lo è. Difatti, dinanzi alla constatazione che i reati in Italia sono in netto regresso ha lanciato, spalleggiato dalle televisioni del pregiudicato Silvio Berlusconi, la campagna per restituire sicurezza agli italiani in Italia di una scatenata malavita indigena e, soprattutto, straniera.
La mossa è risultata vincente, perché i consensi per lui e la Lega nord sono aumentati.
L’ex secessionista padano è anche fortunato, visto che alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump che ha vinto le elezioni, con il sostegno della potentissima lobby ebraica e lo slogan: «Prima l’America».
La destra italiana è rimasta folgorata dal successo di uno slogan che nella sua semplicità e ovvietà si era rivelata vincente.
E, di corsa, le comparse della destra italiana si sono riscoperte «sovraniste» chiedendo autonomia non dagli Stati uniti di Donald Trump ma dall’Europa a guida tedesca.
Una bella pensata che Matteo Salvini ha fatto propria copiando testualmente lo slogan, «Prima l’Italia», e ponendo l’accento su «prima gli italiani».
È solo uno slogan da utilizzare per respingere i migranti, perché nei fatti, la politica della destra italiana, compresa quella del ricreduto Matteo Salvini, rimane quella di «prima l’America», poi se ne avanza anche «prima l’Italia».
Nulla di nuovo, se pensiamo che questa è la politica della classe dirigente italiana a partire dall’8 settembre 1943: non a caso Matteo Salvini è stato convocato dall’ambasciatore  americano al quale avrà dato tutte le rassicurazioni del caso.
Fino a oggi, la politica dell’attuale governo è la riedizione di quella di Donald Trump per quanto riguarda i migranti, con la differenza che quello al confine del Messico sta costruendo un muro e l’Italia, che ha solo una frontiera marittima, può solo imporre il divieto di attracco alle navi che soccorrono i migranti.
Aiutato dall’incredibile stupidità dei «5 Stelle» che hanno affidato al leader di un partito che ha poco più della metà dei voti che loro hanno ottenuto alle elezioni politiche il ministero dell’Interno, con la logica conseguenza che il ricreduto leghista ne ha fatto una tribuna elettorale da dove continua a schiamazzare come e più di prima, restando sempre legato al pregiudicato Silvio Berlusconi insieme al quale si presenterà alle prossime elezioni politiche anticipate, Matteo Salvini si è magari convinto di essere il Donald Trump italiano.
Non è il primo, perché dal 1945 in molti hanno pensato di poter ripercorrere le orme di Benito Mussolini e di proporsi agli italiani come il nuovo Duce, solo che per nostra fortuna il Salvini si ispira ad Alighero Noschese.
Prima ha imitato Umberto Bossi e ha dichiarato guerra all’Italia, poi Marine Le Pen e, infine, Donald Trump.
Dalla «Maggioranza silenziosa» al «prima l’Italia» si riconferma nella politica italiana, in quella di destra e di estrema destra in particolare, la riproposizione costante di un vecchio detto veneto riservato a coloro che scandiscono gli slogan lanciati dal capopopolo di turno: «Stura boton, fora macaco».

Opera, 8 giugno 2018

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