Gli Ingrati

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di Vincenzo Vinciguerra

Ci aveva provato il neo-fascista, poi convertitosi all’antifascismo, Gianni Alemanno, a intitolare una via di Roma a Giorgio Almirante considerato il fondatore della destra moderna.
Il veto della comunità ebraica che ricordava la sua collaborazione con la rivista “Difesa della razza” negli anni Trenta lo impedì.
Ora ci riprova Giorgia Meloni, neo-fascista convertita – pure lei – all’antifascismo, a chiedere che una via di Roma sia intitolata al razzista, poi rinnegato, Giorgio Almirante.
Puntuale è giunto il veto della comunità ebraica che ha subito indotto il sindaco, Virginia Raggi, a bloccare l’iniziativa e a proporre una mozione che vieti di intitolare vie e piazze della Capitale a esponenti del fascismo, a razzisti e antisemiti.

In questa vicenda, i rinnegati del neo-fascismo hanno ragione e la comunità ebraica ha torto.
Non che Giorgio Almirante meriti che sia intitolata una via a suo nome, ma perché si vuole avvalorare, con il veto ebraico, la leggenda che pretende che Giorgio Almirante sia stato, in fondo, coerente nel corso della sua vita con gli ideali del fascismo.
Non è vero, perché Giorgio Almirante, non a caso maestro di Gianfranco Fini, nella sua vita ha rinnegato tutto il rinnegabile: dai propositi razzisti agli ideali fascisti, dal nazionalismo al socialismo nazionale, antisemita quando conveniva esserlo, filo-semita nel momento in cui doveva salvare la pelle e la carriera, Giorgio Almirante, come ricorda con orgoglio la moglie Assunta, in una intervista rilasciata alla “Gazzetta del Mezzogiorno” il 21 febbraio 2004, nel periodo in cui fu capo dell’ufficio stampa del ministero della Cultura popolare durante la Repubblica sociale, protesse l’ebreo Emanuele Levi il quale, per gratitudine, gli diede i documenti falsi che gli permisero, il 25 aprile 1945, di nascondersi fino al momento in cui si ritenne ormai al sicuro.
La storiella che vede il fascistissimo Giorgio Almirante proteggere l’ebreo Levi per ragioni umanitarie, e da lui ricevere poi i documenti falsi come segno di gratitudine non convince.
Giorgio Almirante prende il posto, nell’ufficio stampa del ministero della Cultura popolare, di Gilberto Bernabei, fuggito a Roma poco prima di essere arrestato dai tedeschi che avevano scoperto il suo doppio gioco. E diventerà nel dopoguerra l’uomo-ombra di Giulio Andreotti, il suo alter ego nei rapporti, soprattutto, con gli ambienti militari. Una figura chiave sulla quale, purtroppo, nessuno ha mai indagato anche se il suo nome emerge nella vicenda del “golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970.
Giorgio Almirante, viceversa, rimane al suo posto fino al 25 aprile 1945, per poi scomparire fino all’estate del 1946, in apparenza coerente con il suo passato.
Però, sia detto chiaro, qualcosa non quadra, perché a lui non lo cerca nessuno: non i partigiani che, certo, non hanno dimenticato che, nel maggio del 1944, firmò un manifesto nel quale si annunciava la pena di morte per i disertori e i renitenti alla leva; non la polizia e i carabinieri; non la magistratura che avrebbe dovuto contestargli la accusa di “collaborazionismo”.
Credere che tutti si siano dimenticati dell’esistenza del capo dell’ufficio stampa del ministero della Cultura popolare, in un periodo in cui venivano arrestate e condannate le dattilografe, gli uscieri, i cuochi ecc. non è possibile.
È, viceversa, possibile, anzi probabilissimo, che Giorgio Almirante non sia stato perseguito a norma del decreto legge del 4 agosto 1945 che garantiva l’impunità a quanti, aderenti alla Repubblica sociale, avevano in realtà fato il doppio gioco collaborando con i servizi segreti alleati, italiani e partigiani.
Un sospetto fondato e ragionevole, il nostro, avvalorato dal fatto che Emanuele Levi ha potuto fornirgli documenti falsi perché questi ultimi gli sono stati consegnati, per Giorgio Almirante, da qualche servizio segreto. O Almirante ha usato il nome dell’ebreo da lui protetto perché non poteva rivelare la verità e, contestualmente, acquisire meriti che, oggi, la comunità ebraica non gli riconosce.
Se, quindi, dei rinnegati vogliono intitolare una via di Roma a un altro rinnegato lo troviamo coerente, mentre non condividiamo le ragioni degli ebrei romani che potrebbero opporsi, insieme a tanti altri, primo il sottoscritto, perché intitolare una via della Capitale a un personaggio come Almirante sarebbe diseducativo per le giovani generazioni e offensivo per tutti gli italiani.
Pazienza che ci tocca in sorte assistere alla sfilata quotidiana dei rinnegati, a partire dal secessionista Matteo Salvini, ma onorare costoro perfino da morti non è accettabile.
Lo vieta la decenza.

Opera, 19 giugno 2018

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