«Più buio che a mezzanotte…»

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di Vincenzo Vinciguerra

È una costante che quando si parla della storia italiana del dopoguerra l’immagine più evocata è quella dell’oscurità, di un’ombra che non si riesce a diradare, di una notte come quella che Paolo Cucchiarelli ricorda nel suo ultimo libro intitolato, appunto, “L’ultima notte di Aldo Moro”, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
Aldo Moro muore nell’“ora del lupo”, quella che precede l’alba quando l’oscurità della notte lotta contro la luce che avanza e da lupi viene ucciso senza nemmeno la pietà di un colpo alla nuca che, inaspettato, pone fine alla vita in modo istantaneo evitando al morente una penosa agonia.
Lupi, dicevamo, che ora, grazie all’impegno di Paolo Cucchiarelli, iniziano ad avere volti e nomi.

Sgretola, lo storico, il muro di menzogne e di omertà che insieme uomini dello Stato e politici del regime e pseudo-rivoluzionari di estrema sinistra hanno costruito e mantenuto in piedi fino ad oggi.
Cede il muro, non l’omertà che vincola protagonisti, comprimari e comparse, quelli che sono ancora in vita, beninteso, perché tanti sono morti e non tutti hanno fatto la fine del Signore, uccisi come Tony Cichiarelli o svaniti nella nebbia come Giustino De Vuono di cui non si riesce a trovare nemmeno la tomba.
Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro sono il frutto di un’operazione condotta da una struttura, non ufficiale, della Cia, il “Secret team”, chiamato a bloccare il tentativo di Aldo Moro di portare il Pci nell’area del governo, senza essere stato autorizzato dalla potenza egemone, dagli Stati uniti di cui l’Italia è dalla data della sconfitta militare un mero “Stato-cliente”.
Lo aveva dimenticato Aldo Moro? O si era illuso che gli avrebbero infine permesso di ripetere l’operazione già fatta con i socialisti confidando nella sua capacità di usare i comunisti senza farsi condizionare da loro e da Mosca che, nel 1978, era ancora in grado di imporre a Enrico Berlinguer e compagni la sua politica e a far rispettare le sue direttive?
Non aveva grandi sogni Aldo Moro. A Lui interessava garantire la governabilità del Paese possibile, dal suo punto di vista, solo affiancando alla Democrazia cristiana un alleato elettoralmente forte. Per questa ragione, sul finire degli anni Cinquanta, aveva abbandonato la destra e si era rivolto al Partito socialista. Ora riteneva di poter ripetere la mossa con il Partito comunista dimenticando che per la potenza egemone e i suoi alleati, anche sul finire degli anni Settanta, questo restava la “quinta colonna sovietica” in Italia.
Non solo, perché nella scacchiera mondiale, se un pedone avanza da una parte, un altro pedone deve fare un passo in avanti anche nell’altra…
Se gli Stati uniti avessero consentito al Pci di avvicinarsi all’area del governo, l’Unione sovietica avrebbe dovuto fare altrettanto in uno dei Paesi che ricadevano sotto la sua sfera d’influenza, magari in Polonia.
Ma un’eventualità del genere, un’apertura a una forza non comunista in una nazione dell’Est europeo, Mosca non la riteneva possibile perché temeva un effetto domino in Paesi in cui l’insofferenza verso il dominio sovietico era già forte.
Inoltre, altro fatto sottovalutato da Aldo Moro, c’era la questione mediorientale con Israele ben attenta ad evitare che in Italia potesse crescere l’influenza del Pci che, in ossequio alla politica di Mosca in quell’area, era schierato con i Paesi arabi e con i palestinesi.
La coincidenza di interessi di Stati uniti, Unione sovietica e Israele ha condannato Aldo Moro e ha fatto di lui l’esempio eclatante e pubblico di quel che accade a coloro che si illudono di poter deviare dalle direttive americane in politica estera.
Aldo Moro aveva dimenticato la logica dell’impero che è indifferente a quanto fanno i Paesi subalterni al loro interno ma non permette che, in politica estera, vadano contro i suoi interessi e i suoi ordini.
C’è una “guardia pretoriana”, all’interno di ogni Paese caduto sotto l’influenza americana che tutela l’interesse della potenza egemone e che, quando questo è minacciato, interviene per ristabilire lo status quo.
Aldo Moro aveva dimenticato Charles De Gaulle e non aveva compreso la lezione francese, la ribellione militare, i plurimi tentativi di uccidere un capo di Stato che si era illuso di poter imporre alla Francia una politica non gradita agli Stati uniti e contraria, nell’area mediorientale, agli interessi di Israele.
In fondo, se John F. Kennedy non aveva esitato a ordinare l’omicidio dei fratelli Diem quale premessa per abbandonare il Vietnam, i pretoriani non avevano avuto esitazione ad uccidere lui ventidue giorni più tardi, a Dallas, per impedirgli di compromettere la strategia dell’impero.
Aldo Moro non aveva compreso la realtà in cui si muoveva e aveva sperato nel sostegno del Partito comunista che, viceversa, si è immediatamente schierato a favore della sua condanna a morte.
Una decisione assunta da Enrico Berlinguer e dai vertici del partito?
Il dubbio è legittimo e il sospetto è fondato che la “linea della fermezza” al Pci sia stata imposta da Mosca e non sia stata frutto di una scelta autonoma del segretario nazionale del Pci.
Del resto, per mezzo secolo ci hanno raccontato che la famosa “svolta di Salerno” era stata decisa da Palmiro Togliatti in autonomia da Mosca, e poi è venuto fuori, dai documenti sovietici, che invece aveva obbedito come sempre agli ordini di Stalin.
La “linea della fermezza”, quindi, come la “svolta di Salerno”? È possibile, anzi è probabile visto che l’averla assunta ha segnato l’inizio del regresso elettorale del Pci per la prima volta dal dopoguerra.
Queste e altre considerazioni scaturiscono dalla lettura del libro di Paolo Cucchiarelli che, per la prima volta, chiama esplicitamente in causa le strutture clandestine della Cia, in questo caso il “Secret team”, che agisce in totale impunità con la complicità degli apparati di sicurezza italiani.
Sono le stesse complicità di cui godevano gli uomini dell’Oas, quelli che Charles De Gaulle bollò come mercenari con la definizione di “soldati perduti” equiparati alle “femmine perdute”, definizione che in Francia indica le prostitute.
Manca ancora qualcosa che siamo certi Paolo Cucchiarelli è consapevole di dover continuare a cercare per completare il mosaico: il ruolo ricoperto dai servizi segreti israeliani.
Se c’è stato un servizio segreto estero che prima degli altri, e più degli altri, si è infiltrato negli ambienti dell’estrema sinistra, in particolare di quella armata, quello è stato il Mossad, che aveva gli uomini, i mezzi e la necessità di farlo.
Se sul terreno possono aver agito gli uomini del “Secret team”, in via Fani e durante il sequestro di Aldo Moro, il raccordo con questa struttura, la cinghia di trasmissione può essere stata rappresentata proprio dagli israeliani la cui presenza si avverte in maniera concreta in tutta la storia delle Brigate rosse.
Non è credibile che si siano limitati a osservare solo nell’agguato di Via Fani, nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro.
È vero che Aldo Moro aveva consentito agli israeliani la stessa libertà d’azione concessa ai palestinesi, e forse maggiore a nostro avviso visto che a ricoprire la carica di Capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri fin dall’autunno del 1967 era stato chiamato l’israeliano Arnaldo Ferrara, ma è altrettanto vero che l’ “equidistanza” ufficiale non poteva soddisfare Israele che temeva uno slittamento in senso filoarabo della politica estera italiana con l’ingresso nella maggioranza di governo del Partito comunista.
Comunque, dobbiamo ancora una volta dare allo storico Paolo Cucchiarelli il riconoscimento di aver assolto un impegno gravoso, quello di dare agli italiani quella verità che la politica ancora oggi gli nega.
Perché nei suoi libri sul caso Moro, e nell’ultimo in particolare, la verità c’è.
Una verità, quella descritta con estrema efficacia da Paolo Cucchiarelli, che può essere raggiunta leggendo il libro e rendendo vano il muro di silenzio che politica e stampa, televisione e storici asserviti mantengono su un testo dirompente per ciò che dice e prova.
Una verità che, d’ora in avanti, non consentirà ad alcuno di continuare a parlare del “mistero” sul caso Moro.
Il “mistero” si è dissolto per il coraggio e la determinazione di pochi come Paolo Cucchiarelli, Stefania Limiti, Simona Zecchi, Massimo Giraudo, per ricordarne alcuni.
Ne rimangono altri, più fittizi che reali, ma rimane anche il coraggio, la determinazione di quanti non si arrendono, quindi i complici di ieri e di oggi dovranno rassegnarsi alla loro sconfitta.
Possiamo, in conclusione, senza enfasi e retorica, dire che la “notte di Aldo Moro” descritta da Paolo Cucchiarelli segna un passo ulteriore verso l’alba della verità e della giustizia.

Opera, 26 giugno 2018

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