Il passato che non passa

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di Vincenzo Vinciguerra

Tutti, o quasi, leggendo i libri che ricostruiscono, secondo verità, la storia italiana del dopoguerra, in particolare quella riferita a una guerra civile che, in perfetta malafede, ci si ostina a negare, ne traggono l’impressione, in perfetta buonafede, che comunque si tratta di vicende che appartengono a un passato ormai lontano.
Prendiamo il caso del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, di cui si è celebrato quest’anno il quarantennale ricordando non solo l’omicidio del presidente della Democrazia cristiana ma anche l’uccisione degli uomini della sua scorta.
Dopo quarant’anni si è indotti a credere che sia un episodio che ormai non è più attuale, non fa più parte del nostro presente, che è racchiuso con tutte le sue ombre in una nicchia della nostra storia e, soprattutto, che le responsabilità degli organizzatori, dei complici, dei depistatori siano circoscritte a uomini che in gran parte sono morti o, in ogni caso, ormai fuori per ragioni anagrafiche dai centri di potere e, quindi, ininfluenti e inoffensivi.

A tanti sembra retorico, demagogico, parlare di responsabilità dello Stato nel «terrorismo», ma questa si può provare sia ricostruendo le vicende di quel tempo sia valutando i comportamenti che sono stati adottati e mantenuti nel tempo, fino a oggi, dalle amministrazioni statali, prima quella giudiziaria, nei confronti di persone che ancora oggi sono additate come nemiche dello Stato.
La complicità, viceversa, fra i presunti nemici e lo Stato traspare senza ombra di dubbio dal trattamento che a costoro è stato riservato dopo il loro arresto e le loro condanne.
Tutti i brigatisti rossi coinvolti nell’agguato di via Fani, nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro, quand’anche condannati a una pluralità di ergastoli, hanno scontato, con trattamenti privilegiati all’interno degli istituti di pena, il tempo strettamente necessario per ottenere la liberazione condizionale e, con essa, la libertà.
All’appello, fra tutti costoro, oltre a due deceduti (Germano Maccari e Prospero Gallinari), manca solo Mario Moretti che risulta essere ancora in semi-libertà.
È sufficiente, però, vedere l’iter carcerario di Mario Moretti per rendersi conto che le complicità della primavera del 1978 si sono mantenute inalterate nel tempo.
Mario Moretti ottiene l’accesso ai permessi premiali nel 1993, dopo dodici anni di carcere, quello al lavoro esterno nel 1995, la semilibertà l’11 novembre 1997, a poco più di 16 anni dal suo arresto.
A Milano, dove Mario Moretti nel carcere di Opera veniva letteralmente riverito dai secondini intimiditi dalla sua potenza e dalle protezioni di cui godeva, la semi-libertà consiste nel lavorare a vivere fuori dal carcere dalle ore 07.00 alle ore 21.00, talora 22.00, cosa permessa anche nei giorni festivi con una lieve riduzione di orari (si esce alle ore 08.00 o 09.00), cosicché consiste in pratica a un ritorno alla vita normale, fatta eccezione per la notte (9 ore) passate nell’apposita sezione dei semi-liberi a dormire.
Così, Mario Moretti che già dal 1995 usufruiva del lavoro esterno, grazie al lauto stipendio che prendeva fin dal 1990 come dirigente della «Lombardia informatica», ha potuto rifarsi una vita normale e una famiglia.
Per l’uomo che si vanta ancora oggi di essere stato il capo delle Brigate rosse e che si è assunto la responsabilità di aver sparato materialmente su Aldo Moro, quattordici anni di carcere effettivo, temperato dalla concessione di 45 giorni di permesso premio a partire dal dodicesimo, rappresentano un primato invidiabile.
Per esperienza, occupandomi delle istanze dei detenuti da tanti anni, dei quali 25 trascorsi in questa casa chiusa di Opera, posso dire che il Tribunale di sorveglianza, con le debite eccezioni, è ferocissimo nel valutare la revisione critica del proprio «passato deviante» perfino per i ladri di polli ai quali, in assenza di tale requisito, vengono negati i benefici di legge, primo il permesso premiale.
A Mario Moretti, invece, l’adempimento di questa, che viene considerata una condizione sine qua non per ottenere un permesso premiale di dodici ore, non è stato richiesto.
Anzi, nelle motivazioni dell’ordinanza con la quale, l’11 novembre 1997, il Tribunale di sorveglianza gli ha concesso la semi-libertà, il presidente scrive che Mario Moretti ha dimostrato

«assenza di sensibilità nei confronti di un dovere morale (che dovrebbe essere avvertito come superiore a quelle che possono essere le convinzioni personali) di portare nelle appropriate sedi istituzionali, quali esse siano, il proprio contributo di chiarezza in merito a fatti così dolorosi e tragici di cui il condannato è stato protagonista».

In altre parole, il Tribunale di sorveglianza prende atto che Mario Moretti non ha mai detto una sola parola sui fatti che lo riguardano né alla magistratura né alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.
Riconosciuta l’omertà di Mario Moretti, il presidente prosegue rilevando che questa

«non può che riverberarsi negativamente sotto il profilo della revisione critica (che) non può dirsi sicuramente compiuto epperò rimane ancora lontano il sicuro ravvedimento».

Ora, il Tribunale prende atto che Moretti non ha fatto alcuna revisione critica del proprio passato «deviante» e che il «sicuro ravvedimento» neanche s’intravede, comportamenti logici da parte di chi mantiene un comportamento omertoso.
Ricordiamo che, nonostante queste valutazioni negative, Mario Moretti è ammesso ai permessi premiali dal 1993 e al lavoro esterno dal 1995 e, di fronte a tali considerazioni, ci si dovrebbe attendere che i giudici di sorveglianza gli neghino almeno il beneficio della semilibertà.
Non è così perché, secondo loro, il capo delle Brigate rosse il premio lo merita in quanto

«ha sottolineato di aver raggiunto la consapevolezza del totale fallimento della ideologia e delle azioni della struttura terroristica, anche per essere venuto meno lo sperato coinvolgimento delle masse popolari».

Che, nel 1997, Mario Moretti riconosca il fallimento delle propria azione politica, dovrebbe lasciare il tempo che trova tanto ovvia è la constatazione ma, questa – e solo questa – dichiarazione è sufficiente per il debolissimo, in questa occasione, Tribunale di sorveglianza per concedergli la semi-libertà.
Il presidente, difatti, conclude solennemente:

«Il Collegio ritiene credibili queste ammissioni e questa definitiva rottura del Moretti con il suo passato».

I ladri di polli sono esterrefatti, noi meno perché sappiamo da sempre che l’indipendenza della magistratura è una delle tante menzogne di questa democrazia perché – è giusto dirlo per quelli che non lo sanno – i benefici di legge nel caso di detenuti politici sono concessi previo parere favorevole delle procure della Repubblica che li hanno perseguiti.
Nel caso di Mario Moretti, quindi, sono stati i magistrati romani a dare il benestare perché potesse avere il permesso premio, il lavoro esterno e la semi-libertà.
Abbiamo commentato i libri di Paolo Cucchiarelli, di Simona Zecchi, di Stefania Limiti per citare tre storici che sono all’avanguardia nella ricerca della verità sul caso Moro; possiamo aggiungere che la ricerca ora deve accertare per ordine di chi, nonostante lo trascorrere degli anni e l’avvicendarsi dei personaggi nei posti chiave dei governi, dei ministeri, della magistratura, dell’amministrazione penitenziaria, i brigatisti rossi coinvolti nell’agguato di via Fani, nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro sono stati pagati per tacere e smentire.
Non si tratta di scoprire una congiura di poteri ma di convenire dell’esistenza di un potere che il divenire del tempo e il ricambio generazionale degli uomini non scalfisce e non indebolisce, che si ritiene in grado di decidere, al di là delle maggioranze governative, chi vive e chi muore.
Questo potere è il nemico di ieri e di oggi.

Opera, 27 giugno 2018

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