Il fantasma della giustizia

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di Vincenzo Vinciguerra

Esiste, in Italia, un potere che incute paura, che nessuno osa criticare e attaccare, sul quale nessuno chiede di fare inchieste per illuminare le tante zone d’ombra che punteggiano il suo percorso da sempre.
È un potere palese che non necessita di usare metodologie occulte perché nessuno gli chiede conto di ciò che fanno i suoi aderenti che possono, pertanto, agire nella certezza della più assoluta impunità: la magistratura.
La magistratura in Italia controlla tutto l’apparato repressivo perché ai suoi ordini ha tutti i Corpi di polizia, dirige l’amministrazione penitenziaria perché magistrati sono tutti i suoi dirigenti e dispone del potere dl negare o concedere i benefici di legge tramite i Tribunali di sorveglianza.
Non esiste controllo sull’operato della magistratura perché è sempre – e solo – essa che controlla se stessa e questa caratteristica ne fa un potere totalitario nel cui ambito si possono fare molte cose, anche ignobili, senza che nessuno abbia il coraggio di opporsi e di denunciarle.
Un potere che gode di buona stampa, che per antonomasia è sempre schierato dalla parte della verità, sempre impegnato nella ricerca della verità e nell’affermazione della giustizia.

Non è così. Ed è giunto il momento di dirlo a voce alta e di metter sotto processo questo potere che, come e più di altri, ha sbarrato – e continua a farlo – la porta di accesso alla verità su quanto è accaduto in Italia nel dopoguerra e, in modo particolare, negli anni Sessanta e Settanta.
La magistratura italiana, con poche eccezioni individuali, è responsabile alla pari dei corpi di polizia, dei servizi segreti, della casta politica dell’assenza di verità e di giustizia su quegli anni perché ha svolto, alla luce del sole, un’azione di depistaggio che pesa sulla nostra storia e sul nostro popolo.
Vogliamo ricordare la vicenda processuale del «golpe Borghese» trasformato dalla magistratura in un’operazione grottesca condotta da una banda di – testuale – «mentecatti» nostalgici del fascismo, quando viceversa fu un’operazione che coinvolse migliaia di persone su tutto il territorio nazionale, per primi le Forze armate, l’Arma dei carabinieri, la Pubblica sicurezza, perfino la Guardia forestale e l’immancabile criminalità organizzata.
E che dire della tanta pubblicizzata inchiesta condotta da Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?
Riuscirono, i due, a circoscrivere la responsabilità a tre sole persone (Freda, Ventura e Giannettini) spacciate per ferocissimi nazifascisti, secondo quelli che erano i desideri del Partito comunista, proteggendo gli uomini del ministero degli Interni che erano stati scoperti (grazie a un articolo giornalistico, non alle loro capacità) a depistare le indagini per proteggere il gruppo veneto in cui operavano i tre imputati.
Un’indagine che è stata un fallimento parziale che l’intervento della magistratura giudicante ha reso totale assolvendoli tutti e tre.
Negli anni Novanta, quando l’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini ha imboccato la via giusta, quella di una strage alla quale avevano concorso agenti della Cia e dei servizi segreti italiani, Gerardo D’Ambrosio, coadiuvato dal sostituto procuratore Grazia Pradella e, soprattutto dal «piduista onorario» Felice Casson, cercherà di bloccarla in ogni modo.
Fallirà, anche in questo caso, ma sarà premiato con l’incarico di senatore nelle fila del Partito democratico, ex Partito comunista.
Gli esempi sarebbero infiniti ma, per tornare a tempi più vicini a noi e a un argomento oggi di grande attualità, è degno di riflessione il comportamento della magistratura nei confronti di Germano Maccari, il brigatista rosso indicato come il «quarto uomo» della prigione di via Montalcini dove, secondo la verità giudiziaria e brigatista, venne tenuto Moro per 55 giorni.
Maccari dapprima nega, poi cede, confessa e si spinge a confermare che era presente quando Mario Moretti uccise Aldo Moro, nel garage di via Montalcini, e che con lui ne portò il cadavere in via Caetani.
Si è pensato che Germano Maccari si sia «sacrificato» per i suoi compagni, per avallare la verità ufficiale e chiudere definitivamente il capitolo relativo al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, confermando che «dietro le Br c’erano solo le Br».
Ma non è così.
Germano Maccari non si sacrifica per compiacere i compagni che lo hanno tradito consegnandolo alla magistratura, ma perché ha ricevute assicurazioni che non sarà condannato all’ergastolo, che la pena sarà tale che, nell’arco di 7-8 anni potrà iniziare a uscire dal carcere, poi ottenere la semi-libertà e, infine, la libertà condizionale.
C’è ormai un assuefazione generale all’ingiustizia giudiziaria che aveva già data prova di sé in modo eclatante e offensivo per tutto il popolo italiano, nel caso di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, condannati a 22 anni di carcere per l’omicidio premeditato aggravato di un commissario di polizia, pur non essendo pentiti né dissociati.
In quel caso, dinanzi al comportamento processuale degli imputati, alla mancata «collaborazione con la giustizia» la condanna poteva essere solo una: ergastolo.
Per Germano Maccari, accusato di concorso nell’operazione Moro, cioè nella strage di via Fani, nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro, la condanna, benché tardivamente reo confesso, poteva e doveva essere sempre una sola: l’ergastolo.   
Ma la certezza dell’ergastolo non avrebbe indotto Germano Maccari a confessare, al contrario lo avrebbe persuaso che l’unica difesa possibile continuava a essere per lui la proclamazione della propria innocenza.
Qualcuno è intervenuto, qualcuno che ha spiegato a Maccari perché doveva confessare, perché doveva avallare le menzogne di Mario Moretti e compagni per ricevere in cambio una sentenza di entità tale che entro un periodo accettabile sarebbe gradualmente tornato in libertà grazie al Tribunale di sorveglianza.
Chi ha potuto garantire questo a Germano Maccari? Non certo Mario Moretti, potentissimo a Opera, ma non in Cassazione.
Una domanda alla quale sarebbe necessario dare una risposta per comprendere il ruolo della magistratura ieri e oggi.
Si è voluto chiudere il capitolo sull’omicidio di Aldo Moro, inserendo nel mosaico l’ultimo tassello ufficialmente mancante, quello dell’identità del «quarto uomo» di via Montalcini.
Per ottenere, però, il risultato soddisfacente e voluto, cioè la conferma definitiva delle menzogne di Mario Moretti e compagni non potevano appellarsi allo «spirito di sacrificio» di Germano Maccari ma dovevano dargli la certezza che la sua collaborazione (con le menzogne di Stato) gli sarebbe costato un prezzo tutto sommato accettabile.
La prova che le promesse sarebbero state mantenute è venuta subito: non è stato condannato all’ergastolo. I secondini, prima, con le loro relazioni e il tribunale di sorveglianza, dopo, avrebbero rispettato i patti e obbedito agli ordini.
La magistratura ha costruito la menzogna sulla vicenda Moro, sempre essa ha pagato ai brigatisti il prezzo pattuito perché tacessero e mentissero, quindi non poteva che essere sempre la stessa a chiudere il capitolo scrivendo l’ultima pagina, quella mancante del fantomatico «quarto uomo» di via Montalcini.
Non è andata come speravano.
Ora ci sono nuovi indizi, nuove prove che dovranno essere vagliate da altri magistrati ma siamo, francamente, scettici sul fatto che si giunga alla verità per via giudiziaria.
Perché i magistrati passano ma, purtroppo, questa magistratura resta.

Opera, 30 giugno 2018

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