Lo Stato Stragista

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di Vincenzo Vinciguerra

Stragi e depistaggi sono una costante nella storia italiana del dopoguerra. Delle prime sono responsabili i “parastatali” dell’estrema destra e della criminalità organizzata, due pilastri dello Stato democratico; dei secondi funzionari di polizia, dei servizi segreti militari e civili, ufficiali dei carabinieri e della Guardia di finanza.
Sia i primi che i secondi agiscono sotto la protezione della classe politica e della magistratura che quando, per merito di singoli magistrati, riesce a scoprire i responsabili delle prime e dei secondi giunge sempre a una verità, mai totale, puntualmente in ritardo di decenni.
A distanza di 26 anni, la magistratura ha raggiunto la certezza che la strage di via D’Amelio, a Palermo, dove morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta, il 19 luglio 1992, fu un’operazione politico-mafiosa di cui lo Stato ha, poi, coperto motivazioni e responsabilità.

Una realtà che ora i giudici della Corte di assise di Caltanissetta, dopo un processo di cui stampa e televisione non hanno parlato mai, hanno certificato nelle motivazioni della sentenza depositate dopo 14 mesi dalla sua conclusione.
La notizia è stata data da tutti i telegiornali per un solo giorno, in quello successivo hanno preferito parlare dell’aggressione subita dal figlio di Simona Ventura dinanzi a una discoteca.
Nella redazione de “Il Corriere della sera”, c’è stato il panico, perché la notizia non poteva essere, questa volta, ignorata ma dovevano trovare il modo di banalizzarla così l’hanno relegata in 19a pagina, senza alcun titolo o richiamo nella prima, affidando il commento a Giovanni Bianconi, il biografo della famiglia Addams, uno dei sostenitori dello “spontaneismo” di “Jerry” Fioravanti e “Morticia” Mambro.
Uno specialista in disinformazione, tanto per intenderci.
E, difatti, Giovanni Bianconi non si smentisce perché riferisce intervallato da “forse”, “ma”, “però”, quanto hanno scritto i giudici di Caltanissetta, definendo Arnaldo La Barbera “esperto e stimato investigatore” e specificando subito che il poverino è deceduto nel 2002 e “non ha mai potuto difendersi dalle accuse che hanno preso corpo solo dopo la sua morte prematura”.
Purtroppo, per i Bianconi, i Mieli, i Battista la responsabilità di uomini dello Stato e del regime nelle stragi in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è apparsa subito evidente, ed è stata affermata a chiare lettere in libri e articoli di storici e giornalisti di valore, per esempio, di Stefania Limiti.
Se La Barbera sale sul banco degli imputati da morto la responsabilità ricade su quei magistrati che, come al solito, hanno cercato di circoscrivere le responsabilità ai soli mafiosi senza porsi domande, nemmeno quando qualche loro collega aveva segnalato l’inattendibilità del pentito Vincenzo Scarantino.
Si è detto da persone autorevoli come i familiari di Paolo Borsellino che Scarantino era stato indotto a “pentirsi” con “torture e lusinghe”, ed è giusto dire che il trattamento gli è stato inflitto nel carcere della Pianosa per responsabilità esplicita dei magistrati che dirigevano il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e del giudice di sorveglianza competente che, come tutti suoi colleghi, non sorvegliava niente e nessuno.
È comodo oggi far risalire ogni responsabilità al solo Arnaldo La Barbera, peraltro, da anni conosciuto pubblicamente come “picchiatore”, uno che ha fatto carriera spaccando le ossa agli arrestati.
La responsabilità è collettiva perché avevano bisogno di coprire le motivazioni e le responsabilità degli ispiratori di quelle stragi (anche di quelle del 1993) e, quindi, hanno costruito un “pentito” che si è prestato a raccontare quello che gli veniva imposto di dire perché lo Stato aveva bisogno di dimostrare che aveva fatto giustizia e condannato gli uomini dell’ “Antistato”.
Solo che quando si tratta di estrema destra, criminalità organizzata, P2 et similia si parla di Stato che prima ammazza, poi depista, infine commemora e versa ai familiari delle vittime il suo denaro insanguinato.
Andiamo avanti così dal 1945, grazie a una classe dirigente che sulla guerra civile, la strategia della tensione, la destabilizzazione per favorire la stabilizzazione, gli omicidi e le stragi è ancora oggi al potere.
Anzi, negli anni del presunto cambiamento, quelli che vanno dalla caduta del Muro di Berlino ai primi mesi del 1994, proprio – e grazie – agli omicidi di Falcone e Borsellino il posto dello spodestato Giulio Andreotti e del defunto Salvo Lima è stato preso, rispettivamente, da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Non è mai cambiato nulla prima, non cambierà niente oggi.
Il 19 luglio prossimo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella manderà il rituale messaggio per ricordare Paolo Borsellino e gli uomini della scorta affermando che lo Stato non smetterà mai di cercare la verità e di fare giustizia.
Chi ci crede?
Oggi, come ministro degli Interni hanno Matteo Salvini, sodale di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Sarà lui a cercare verità e fare giustizia?
Siamo certi di no. Siamo certi che la nostra è una battaglia che dovrà proseguire contro uno Stato bifronte, uno Stato che incarna sia sé stesso che l’ “Antistato”.

Opera, 03 luglio 2018

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