La politica del silenzio

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di Vincenzo Vinciguerra

I nuovi esponenti politici del Movimento 5 stelle e i vecchi rottami della Lega nord sono uniti nel proclamare che il loro è il “governo del cambiamento”, ma così non è.
E non potrà esserlo nell’immediato futuro perché una nuova classe dirigente, oltre a occuparsi dei problemi contingenti, dovrebbe sentire la necessità di misurarsi con la storia del Paese che pretende di governare per i decenni futuri.
Fare i conti con la storia significa chiudere il capitolo del passato per aprire quello del futuro, ma questo non è accaduto e nulla fa presagire che potrà accadere.
Dinanzi alla storia che condiziona il presente e ipoteca il futuro dell’Italia, i “nuovi” si comportano esattamente come i “vecchi”: tacciono.

Muti, ciechi e sordi sono rimasti i “nuovi” dinanzi alle eccezionali novità che sono emerse nella ricostruzione degli eventi relativi al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, come di fronte a quelle riguardanti la strage di via D’Amelio, a Palermo, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Non c’è stato un commento, una solo, da parte degli esponenti del Movimento 5 stelle su fatti di eccezionale gravità che chiamano in causa, ancora una volta, gli apparati di sicurezza dello Stato e quelli di Stati amici e alleati.
Il muro del silenzio e dell’omertà che la classe politica italiana ha eretto, insieme alla stampa, per impedire la divulgazione della verità, quando essa riesce a emergere nonostante l’impegno contrario della magistratura, non è stato scalfito.
Oggi, come ieri, la parola d’ordine è tacere perché gli italiani possano dimenticare in fretta il breve servizio televisivo e l’articoletto apparso sui quotidiani e da loro non salga alcuna richiesta di verità.
Un comportamento, questo, che suggerisce che nulla cambierà rispetto al passato.
L’indifferenza verso la verità sulla storia della Nazione denuncia la totale insensibilità di una classe politica dirigente che pretende di distinguersi, almeno in parte, da quella precedente garantisce, purtroppo, che da quella si differenzia solo per gli slogan e l’esibizionismo.
Non è una coincidenza che Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, a 12 anni (in primo grado) nel processo per le trattative fra Stato e mafia, indiziato di reato per le stragi del ‘92 e ‘93, sia stato scarcerato con la stantia motivazione dei “gravi motivi di salute” perché è un segnale rassicurante per gli amici degli amici.
Conferma, la sua scarcerazione, che le clamorose novità emerse nel nuovo processo per la strage di via D’Amelio non avranno sviluppi né conseguenze.
In fondo a capo del dicastero degli Interni c’è l’alleato di sempre di Silvio Berlusconi, il pregiudicato di cui Marcello Dell’Utri era l’agente di collegamento con la mafia palermitana. E non sarà Matteo Salvini a chiedere verità, perché la Lega Nord non è stata estranea ai “complotti” del 1992-1993 e rischia di restarne travolta se questa emerge in tutta la sua interezza.
Di quale nuovo parliamo, quindi?
Sono sempre lì, ricattati, ricattabili e complici che fingono di non comprendere che se Matteo Salvini ha portato in Senato un ladrone del calibro di Umberto Bossi, lo ha fatto perché non poteva negargli il favore e il seggio.
Questi spacciano per cambiamento la politica dell’immigrazione e il reddito di cittadinanza, ma quello vero, reale, autentico sarebbe rappresentato dall’invito agli americani di tornarsene a casa smantellando le loro basi militari, dal ripristino della sovranità nazionale nella politica di sicurezza sganciando dopo 75 anni i servizi di sicurezza italiani da quelli americani dei quali sono una mera appendice, dalla richiesta di documentazione sul ruolo svolto dai servizi segreti americani civili e militari, insieme a quelli dei Paesi della Nato e di Israele, negli anni dal dopoguerra fino a oggi.
Non ci sona segnali premonitori che questo potrà mai accadere. l comici dei 5 stelle, con un sorriso ebete sempre stampato in faccia, ritengono che tutto questo appartenga al passato e che a loro che sono il “nuovo” non interessa.
La politica del silenzio e dell’indifferenza nel passato era dettata dalla necessità di coprire le responsabilità dei dirigenti politici, oggi è motivata dall’ottusità dei nuovi giunti.
Se qualcosa è cambiato è, quindi, in peggio.

Opera, 9 luglio 2018

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