I Testimoni

image

di Vincenzo Vinciguerra

Lo screditato “Corriere della sera” ha pubblicato, qualche tempo fa, a firma di Milena Gabanelli e Giovanni Bianconi, un articolo dedicato ai militanti politici che sono ancora in carcere.
L’attenzione dei due è stata circoscritta ai soli militanti di sinistra perché, a destra, non c’è più nessuno che viva in una cella avendo tutti chiesto ed ottenute la “clemenza ed il perdono dello Stato”, ovvero i benefici di legge che hanno consentito a quasi tutti di tornare in quella che chiamano libertà.
Sul conto di chi scrive, i due non hanno detto una parola perché non sono definibile di destra e, soprattutto, perché i due (e i loro padroni paganti) non se la sentono di rivelare che sono l’unico militante in carcere dal 12 settembre 1979. E non per merito dello Stato.
Un silenzio, il loro e quello dei sefarditi del “Corriere della sera” che mi onora.

Chiusa la parentesi che mi riguarda perché non mi ritengo parte in causa, poiché a questo Stato nulla ho mai chiesto e nulla mai chiederò, trovo doveroso e giusto osservare come la Gabanelli e Bianconi hanno scritto, senza alcun commento, che a essere detenuta da più tempo, dalla metà del mese di gennaio del 1982, è una brigatista rossa Susanna Berardi, una donna che ha scelto di vivere, insieme a pochissimi altri compagni, chiusa all’interno di quelli che sono gli istituti di pena italiani.
Sono 36 anni e mezzo che lei testimonia, in carcere, come in un mondo marcio come quello in cui tutti viviamo, si possa mantenere la propria coerenza e la propria dignità.
Coerenza e dignità che mancano in assoluto ai tanti maleodoranti garantisti italiani che da decenni strepitano contro la pena dell’ergastolo perché contraria all’art. 27 della Costituzione, perché essa corrisponde – né più né meno – a una condanna a morte inflitta “giorno dopo giorno, goccia dopo goccia” per ricordare le parole con le quali un esponente cattolico si è compiaciuto molti anni di fa di sostenerne la validità, per poi tacere sui militanti politici di sinistra che, appunto, giorno dopo giorno consumano la loro vita in una cella.
Hanno fatte campagne stampa per ottenere grazie e scarcerazioni per cani, gatti e più spesso porci dei quali è inutile fare qui i nomi per non sporcare queste pagine.
Ma sui brigatisti rossi ancora in carcere, non hanno speso una parola, perché su di essi pesa la colpa più grave, quella che gli italici garantisti d’accatto non riescono a comprendere e, quindi, a perdonare: non hanno rinnegato idee e passato, non si sono battuti il petto, magari simulando pentimenti politici e morali, non hanno, in una parola, tradito.
Nel Paese in cui il verbo “rinnegare” è il più coniugato, perché rinnegare è prova di intelligenza e garanzia di carriere politiche (vedi Matteo Salvini) e, per chi si trova in carcere, di benefici di legge e scarcerazioni, la coerenza è considerata un insulto al buon senso comune e una follia da reprimere nel modo più feroce.
Certo, ci sono delle eccezioni perché i brigatisti rossi ancora in carcere sono stati dimenticati da tutti perché non hanno avuto la fortuna di partecipare al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro e al massacro degli uomini della sua scorta.
A coloro che, invece, hanno avuto la ventura di prendervi parte, lo Stato non ha chiesto pentimenti politici e morali, al contrario ha preteso da loro che restassero ufficialmente “irriducibili”, cioè silenti e mendaci e per ottenerlo li ha pagati concedendo loro tutto il concedibile.
Una politica solo in apparenza schizofrenica quella seguita in tutti questi anni dallo Stato italiano e dalla sua classe dirigente, perché la disuguaglianza dei trattamenti giudiziari e, soprattutto, penitenziari nei confronti dei militanti politici di sinistra corrisponde alla necessità di uno Stato che il “terrorismo” lo ha organizzato, diretto e strumentalizzato.
Coloro che hanno agito per motivi esclusivamente ideali, anche uccidendo perché in guerra si uccide, sono rimasti i soli a fare da capro espiatorio per una opinione pubblica frastornata, disorientata e disinformata alla quale è facile far digerire ogni invettiva contro i “terroristi” che “giustamente” devono restare a morire in carcere.
Solo che non dicono perché questa sorte spetti a una minoranza sempre più ridotta e non alla maggioranza dei presunti “terroristi” che, per una ragione o per un’altra, sono oggi quasi tutti fuori e qualcuno è Stato perfino eletto in Parlamento.
Questo Stato ha paura della verità e, di conseguenza, teme la testimonianza quand’anche silenziosa di coloro che hanno creduto e sperato di poter cambiare il mondo verminoso nel quale non si potevano riconoscere ieri e non si possono riconoscere oggi.
A pochi, pertanto, tocca finire i loro giorni in carcere, a coloro che non si sono venduti ieri, non si vendono oggi e nulla vogliono concedere allo Stato del terrore e della guerra civile.
Loro – e solo loro – moriranno in carcere ma lo faranno “giustamente” solo per gli infami e per gli sciocchi.

Opera, 10 luglio 2018

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...