Aboliteli!

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di Vincenzo Vinciguerra

Il nuovo ministro della Giustizia è un avvocato civilista che, forse, non è mai entrato in un carcere, sia pure per fare colloquio con qualche cliente, ma ora vuole fare una riforma penitenziaria basata sul principio della certezza della pena che deve essere conciliata con la concessione di benefici di legge.
In attesa che l’avvocato civilista trovi il modo di conciliare l’inconciliabile, cioè la certezza della pena con sconti di pena, permessi premiali e pene alternative, gli offriamo gratuitamente, senza contropartite, un consiglio che farà risparmiare all’erario pubblico milioni e milioni di euro per rendere il sistema penitenziario più civile di quanto sia oggi.

Tolga alla magistratura il controllo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e lo affidi a burocrati ministeriali, che avranno il pregio di non contare complicità all’interno della magistratura ordinaria e potranno, pertanto, essere perseguiti a norma di legge per i reati che potranno commettere.
Allo stato, difatti, i controllori (magistrati) rivestono il ruolo dei controllati (magistrati) che godono ovviamente delle protezioni che l’ordine giudiziario garantisce a chiunque ne faccia parte, con il risultato che l’amministrazione più corrotta della Stato, quella penitenziaria, dove ogni reato è stato commesso e ogni reato è commettibile, riesce a sfuggire a ogni controllo anti-corruzione. Anzi, quando arrestano qualche secondino (l’ultimo in ordine di tempo è stato l’ex direttore del carcere di Bergamo, tale Porcino) parte la giustificazione della “mela marcia”. Solo che a mettere tutte insieme le mele in questione si potrebbe aprire un ipermercato, mentre con quelle non ancora scoperte se ne potrebbero aprire almeno due.
Ironia a parte, se l’amministrazione penitenziaria è la vergogna del Paese la colpa ricade sulla magistratura che la dirige e su quella che in teoria la sorveglia.
I Tribunali di sorveglianza rappresentano l’altra faccia della beffa riservata agli italiani i quali sono stati convinti che i magistrati che ne fanno parte controllino quanto accade all’interno degli istituti di pena per evitare, con l’adozione di adeguati e severi provvedimenti, che secondini e detenuti possano violare le regole della convivenza.
Nulla di più falso.
I giudici di sorveglianza non controllano i carceri nei quali non entrano mai per fare un’ispezione nei reparti come prevede la legge, in questo caso più disattesa che mai; e se un detenuto trova il coraggio di denunciare abusi, soprusi, reati si sente rispondere “si rivolga in Procura” perché loro, i giudici suddetti, non sono competenti a svolgere indagini e si guardano bene dal promuoverle.
E, allora, questi giudici che fanno?
Svolgono una funzione notarile, vale a dire certificano la concessione o men dei benefici di legge sulla base delle relazioni scritte dai secondini.
Non è difficile, se i secondini non provocano, avere una buona condotta in carcere, base prima per ottenere i benefici di legge, alla quale segue la simulazione del ravvedimento e  della revisione critica del proprio passato deviante, traguardo tagliato per primi da confidenti e ruffiani, seguiti da raccomandati e paganti.
I giudici di sorveglianza concedono – e qualche volta negano temporaneamente – i benefici di legge a detenuti che hanno visto in faccia una o due volte, per colloqui che durano non più di cinque minuti.
Decidono, in pratica, sulla base della fiducia nei confronti dei presunti rieducatori penitenziari fingendo di non sapere che in un mondo miserabile e di miserabili come il carcere gran parte dei custodi, a ogni livello, si distingue dai custoditi solo per l’ubicazione: i primi vivono fuori dalle celle, i secondi dentro.
Come i carcerieri non sono chiamati a rispondere del loro operato, neanche quando i “rieducati”, in permesso o in pene alternative, giungono a commettere omicidi.
A Parma, un confidente è riuscito, ovviamente, a ottenere il sospirato permesso premiale e  ne ha approfittato per scappare in Germania dove ha strangolato la figlia sedicenne della sua ex compagna.
Nella casa chiusa di Opera, sono riusciti a dare permessi e semilibertà a un condannato per rapina che, in realtà, era un serial killer di donne, tanto che ne ammazzò due prima di essere scoperto dalla polizia di Stato.
Sono solo due esempi fra mille che hanno come unico denominatore comune l’impunità concessa a giudici di sorveglianza e secondini i quali, da parte loro, alzano le spalle trincerandosi dietro la prevista percentuale di errore che il loro lavoro di “rieducatori” comporta.
Troppo comodo perché almeno nei casi in cui confidenti, ruffiani, paganti, raccomandati commettono, grazie a loro, un omicidio qualche provvedimento disciplinare andrebbe preso ma i magistrati sono intoccabili e, di conseguenza, lo sono anche i secondini.
Altra nota dolente dell’ambiente carcerario e giudiziario di sorveglianza è la totale subalternità alle raccomandazioni ministeriali, politiche e, perfino mediatiche.
Il caso di “Jerry” Fioravanti e “Morticia” Mambro ai quali il Tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso la liberazione condizionale dopo, rispettivamente, poco più di venti e diciotto anni di carcere perché ravveduti, quando i due si sono sempre proclamati innocenti per la strage di Bologna sulla quale, pertanto, non potevano essere considerati pentiti, spiega bene quale sia l’indipendenza dei Tribunali di sorveglianza.
A Pisa, l’identico comportamento è stato adottato con Ovidio Bompressi che ha scontato qualche anno di carcere a casa propria per motivi di salute pur godendo di sana e robusta costituzione fisica.
A Milano, si sono distinti con Mario Moretti e, di recente, con Silvio Berlusconi al quale hanno concesso la riabilitazione che, però, con buona pace dei giudici di sorveglianza non lo rende eleggibile perché gli mancano i requisiti della dignità e dell’onorabilità.
A cosa servono, quindi, questi magistrati?
Non è possibile mandarli e casa, invitarli a cambiare mestiere?
Mandateli nei Tribunali che sono sempre carenti di organico, deve forse potranno rendersi utili e giustificare il lauto stipendio che pigliano.
Abolire i Tribunali di sorveglianza e togliere alla magistratura la direzione dell’amministrazione penitenziaria, costituirebbe il primo segnale della volontà di fare una seria riforma penitenziaria e il primo passo per fare del carcere, per la prima volta nella sua storia in Italia, non la scuola di delinquenza e la sentina di ogni infamia com’è oggi, ma un apparato in grado di rendersi utile alla società.
Avranno il coraggio di farlo i “comici” dei 5 stelle e il loro avvocato civilista?
Crediamo di no, però il consiglio, ben motivato, glielo abbiamo dato lo stesso.

Opera, 14 luglio 2018

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