L’Attesa

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di Vincenzo Vinciguerra

Sembra di sognare. Dopo oltre 34 anni, fino a oggi almeno, l’estate trascorre senza che ancora sia stato pubblicizzato un libro, un articolo, un documentario televisivo nei quali si afferma l’estraneità di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro dalla strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Incredibile!
Per la prima volta, stragisti, complici di stragisti, protettori di stragisti, estimatori di stragisti si astengono dal propagandare le preclare doti umane e morali di “Jerry” Fioravanti e “Morticia” Mambro, i quali peraltro da anni sono liberi cittadini per aver scontato (si fa per dire) la condanna a 7-8 ergastoli a testa che gli era stata inflitta.
La ragione dell’inusitato silenzio va ricercata nello svolgimento del processo in corso a Bologna a carico di Gilberto Cavallini per concorso nella strage del 2 agosto 1980.

Il processo si svolge, come d’abitudine in questi casi, nel più assoluto disinteresse di stampa e televisione perché in una democrazia il dovere d’informare i cittadini su fatti eclatanti della storia del Paese non lo avverte nessuno di quei pennivendoli che, ad ogni occasione, si presentano come rappresentanti di una stampa libera e indipendente che è all’esclusivo servizio dei cittadini.
Difatti, tutti zitti con la riserva di scatenarsi se Gilberto Cavallini verrà assolto o di minimizzare se sarà condannato.
Chi ha un lunga coda di paglia preferisce, ovviamente, attendere in un prudentissimo silenzio la conclusione del processo di primo grado a Cavallini che, però, non riguarda la strage di Bologna del 2 agosto 1980 ma solo la sua eventuale responsabilità personale.
A differenza di “Jerry” e “Morticia”, il missino Gilberto Cavallini, allevato all’interno della federazione del Msi di Milano dove spadroneggiavano Franco Maria Servello e Ignazio La Russa, è ancora in carcere sia pure in semi-libertà ma solo perché, a differenza dei suoi due colleghi, dopo aver ottenuto nel carcere di Opera l’accesso ai permessi premiali e la semi-libertà, perché ravveduto, rieducato, recuperato alla società ecc., si è fatto sorprendere dalla polizia con una pistola occultata in una valigetta che, secondo le accuse iniziali, utilizzava per fare rapine.
All’interno della casa chiusa di Opera, Cavallini era noto per le poesie a Gesù e per l’impegno paziente con il quale aveva spiegato a Pietro Maso, di cui si era proclamato zio onorario (padre no, perché era troppo pericoloso), che doveva simulare il pentimento per l’uccisione dei due genitori.
Umile, deferente, impiegato alla Lombardia informatica, solidale con Pietro Maso, riconoscente a Gesù, Gilberto Cavallini ottiene i benefici di legge con solo qualche anno di ritardo rispetto a Mario Moretti e, se non gli fosse capitato l’infortunio della pistola, avrebbe ottenuto anche la liberazione condizionale dopo poco più di 21 di carcere, periodo ritenuto congruo per lui, come per i suoi colleghi, per concludere l’espiazione di 7-8 ergastoli.
Nessuna paura, però, perché Gilberto Cavallini lo hanno rieducato per la seconda volta nel carcere di Voghera e, di conseguenza, ha riottenuto dopo un certo periodo di anni, permessi e semi-libertà e se, fra diversi anni, quando il processo a suo carico per la strage di Bologna sarà concluso, l’eventuale condanna a un nuovo ergastolo non modificherà la sua posizione giuridica e, anzi, potrà a quel punto proclamarsi vittima della giustizia “rossa” e trovare al suo fianco Giovanni Bianconi e tutti gli estimatori di “Jerry” e “Morticia”.
Intanto, si tace e si attende.
La strage di Bologna, dicono, appartiene anch’essa al passato e il processo a Gilberto Cavallini non riesce ad attualizzarla. Quel giorno giungerà il solito messaggio di Sergio Mattarella, si svolgerà il solito comizio e poi, tutti a mangiare.
I familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 sono gli unici a essersi impegnati nella ricerca della verità, a differenza di tutti gli altri che invece hanno cercato solo risarcimenti e benemerenze, ma hanno commesso due errori fondamentali: il primo, quello di non avere ancora tolta il termine “fascista” dalla lapide che ricorda la strage; il secondo, di avere avuto fiducia nei dirigenti del Partito democratico.
Non sono stati i “fascisti” a compiere quella strage ma parastatali del Msi che, come altri loro colleghi, hanno trovato nei servizi segreti prima, durante e dopo la strage i protettori e i depistatori.
Il Partito democratico ha dato un contributo fondamentale e decisivo alla campagna che dove affermare l’innocenza di “Jerry” e “Morticia” e ha premiato il Tribunale di sorveglianza che ha concesso ai due, dopo tutti gli altri benefici, la libertà condizionale nominandolo direttore generale del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria.
Ha condotto, cioè, questo partito il doppio gioco di sempre: a parole impegnato nella ricerca della verità, nei fatti schierato contro di essa. Non a caso, in Parlamento ha portato Paolo Bolognesi e, in Senato, Felice Casson, il primo impegnato in una solitaria battaglia a favore della verità, il secondo da sempre schierato con depistatori e piduisti sul fronte della menzogna.
Anche tutto questo passa sotto silenzio, come tutto e come sempre.
Per una volta, almeno, il silenzio di “Jerry” e “Morticia”, di Emma Bonino e Rita Bernardini, di Giovanni Bianconi e di tutti i loro ammiratori ci rallegra.
Non resteranno zitti per sempre, ma quando riprenderanno a parlare è augurabile che non ci sia più nessuno ad ascoltarli.

Opera, 16 luglio 2018

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