Lo storico del regime

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di Vincenzo Vinciguerra

Avevamo già segnalato come la sentenza della Corte di assise di Palermo nel processo per la trattativa fra Stato e mafia avesse gettato nel panico i redattori dello screditato «Corriere della sera».
Dapprima era stato affidato al noto Giovanni Bianconi il compito di criticare la sentenza mettendo in evidenza che gli imputati erano stati condannati senza prove, a suo dire.
Ora è sceso personalmente in campo Paolo Mieli, lo storico di un regime bipartisan perché lui va bene, anzi benissimo, sia al centrodestra che al centrosinistra.

Nell’articolo intitolato «L’ardua verità del patto», Paolo Mieli, con lo stile gesuitico che gli è proprio, attacca la magistratura scrivendo che questa «ha accantonato la terraferma del sì e del no per immergersi nella palude del dico non dico», perché non è così – fa intendere – che si scrivono le sentenze e, di conseguenza, la Storia.
Il punto debole della sentenza di Palermo, secondo Mieli, risiede nel fatto che i giudici ritengono che la trattativa condotta in prima persona dal generale Mario Mori e dagli ufficiali Subranni e De Donno, si sia svolta, in un primo tempo, in assenza di consapevolezza dei politici che erano tutti di centro-sinistra, in un secondo tempo, scrive, con la consapevolezza di Silvio Berlusconi che veniva informato da Marcello Dell’Utri.
Paolo Mieli, a questo punto, inventa una netta contrapposizione fra centrosinistra e centrodestra, fra Oscar Luigi Scalfaro, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi per dire che gli storici non potranno credere che la «trattativa» sia stata condotta nell’«inconsapevolezza» dei primi e nella «consapevolezza» del secondo e, tantomeno, potranno avallare la verità che due schieramenti, secondo lui, fieramente contrapposti, in quel periodo, abbiano inciso solo nel favorire la mafia.
Come sempre, Paolo Mieli mente nel convincimento che la sua autorevolezza come storico, inventata dalla televisione di regime, trasformi la menzogna in verità.
In realtà, nei rapporti fra mafia e politica l’esistenza di una contrapposizione fra partiti politici e Cosa nostra non è mai esistita, compreso quel Partito comunista che dalla metà degli anni Ottanta inserisce i propri uomini nei «comitati d’affari» palermitani e cerca di fare concorrenza al Partito socialista che, a sua volta, gareggia con la Democrazia cristiana nell’acquisire favori e benemerenze presso l’italica criminalità organizzata.
È vero che i magistrati non sono riusciti a provare la «consapevolezza» dei politici di centro-sinistra della «trattativa» in corso, grazie all’omertà degli imputati che ben conoscono le regole del gioco che impongono di proteggere per essere protetti, ma è altrettanto vero che Paolo Mieli per affermare la «inconsapevolezza» dei politici ha soltanto la lingua biforcuta che non basta, di fronte alla storia, per assolvere quegli esponenti politici di centro-sinistra che la magistratura non è riuscita a condannare.
La criminalità organizzata ha sempre potuto contare, sul piano politico, su uno schieramento trasversale di amici e di amici degli amici, e, soprattutto, ha potuto dal 1943 fare affidamento sui corpi di polizia e sui servizi segreti che ha sempre fiancheggiato nel mantenimento dell’ordine pubblico e nella stabilizzazione di quello politico.
Sfugge a Paolo Mieli che non è una coincidenza che, mentre i carabinieri conducono la «trattativa», la polizia depista le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, con una sintonia che non sorprende chi conosce la storia di questo Paese, quella vera, non quella scritta da Paolo Mieli.
Sintonia che non scaturisce dall’iniziativa di singoli individui per quanto inseriti in livelli gerarchici superiori dei carabinieri, della polizia di Stato e dei servizi segreti, ma è resa possibile da un coordinamento ai vertici degli apparati dello Stato che, a loro volta, dipendono da ministri e presidenti del Consiglio.
In quanto alla pretesa contrapposizione fra centrosinistra e centrodestra, affermata da Mieli, è sufficiente ricordare che gli ex comunisti, primi Massimo D’Alema e Luciano Violante, si sono vantati di avere garantito Silvio Berlusconi sia sulla proprietà di Mediaset che sulla sua eleggibilità fin dal 1994.
E tutti sapevano dei rapporti fra Silvio Berlusconi e la mafia palermitana, mediati da Marcello Dell’Utri, fin dai tempi in cui il primo si era portato nella sua villa di Arcore Vittorio Mangano perché tutta la malavita sapesse che lui era sotto la protezione di Cosa nostra.
È il centrosinistra che ha garantito Silvio Berlusconi e gli ha permesso di fare politica nella speranza che il partito, fondato con Marcello Dell’Utri, potesse consentire di instaurare in Italia un sistema bipolare che avesse come unici protagonisti il centrosinistra e il centrodestra sul modello britannico (laburisti/conservatori) e americano (democratici/repubblicani), miseramente fallito per la pochezza dei protagonisti.
Se la mafia ha garantito Silvio Berlusconi, il centrosinistra ha permesso all’individuo di giungere ai vertici della politica italiana portandosi appresso perfino Marcello Dell’Utri che rappresentava gli interessi della criminalità organizzata.
La «Seconda repubblica» è nata dopo una fase di destabilizzazione, necessaria per liquidare una inetta classe dirigente ormai dannosa per la potenza egemone, che ha visto scendere in campo la magistratura con Tangentopoli e la mafia con le bombe e le stragi senza che, ovviamente, le due forze fossero coscientemente collegate sul piano operativo.
Il risultato è stato che il Paese è stato «stabilizzato» con l’avvento in politica di un partito che contava fra i suoi fondatori un rappresentante delle mafie italiane, guidato da un affiliato alla Loggia P2 che la mafia finanziava e dalla quale si faceva proteggere.
I Paolo mieli e compagni scattano a difesa non del passato ma del presente perché la pretesa «Terza repubblica», quella del cambiamento, è identica alla «seconda» e alla «prima», tant’è che come presidente del Senato c’è una fedelissima di Silvio Berlusconi e come ministro degli Interni il suo alleato della Lega nord.
Negare la «trattativa» fra Stafio e mafia è, pertanto, una necessità di cui i redattori dello screditato «Corriere della sera» sono perfettamente consapevoli.
Il regime nato da una sconfitta militare, da una guerra civile e da un massacro deve sempre difendere i suoi ignobili segreti anche sul piano mediatico per evitare che la verità lo possa travolgere.
Così la «trattativa» deve essere negata e la mafia deve apparire sconfitta in base a un accordo fra le parti, prova ne sia che sono stati fatti rientrare in Italia latitanti che stavano tranquillamente all’estero con la promessa che in carcere ci sarebbero stati pochissimo tempo.
E, purtroppo, per Paolo Mieli e compari uno di questi ho avuto modo di conoscerlo nella sezione A.S. del carcere di Parma nel 1993. Si chiamava Pino Gaeta, capo mafia di Termini Imerese, fatto rientrare dagli Stati uniti, il quale, furioso per essere stato ingannato, ebbe modo di dirmi: «Quando uscirò qualcuno dovrà darmene conto».
Lo ha chiesto il «conto», perché Pino Gaeta è stato ammazzato da ignoti dopo la sua scarcerazione.
Forse è un errore ritenere che la «trattativa» inizi nel 1991-1992, perché il suo avvio può farsi risalire all’inchiesta di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che condurrà al maxi-processo. Una «trattativa» condotta con i «vecchi» della Dc e del Psi, all’interno della quale può inserirsi a titolo di pressione e di minaccia la strage del Rapido 904, le cui motivazioni non sono mai state chiarite.
Traditi dai «vecchi» dirigenti ormai impotenti ad aiutarli per le mutate condizioni politiche interne e internazionali, i mafiosi si sono rivolti a nuovi soggetti politici senza dimenticare la vendetta nei confronti dei «compari» che avevano fatte promesse poi non mantenute, come nel caso di Salvo Lima.
Se la vicenda personale di Pino Gaeta è un fatto, le seguenti sono ipotesi molto più valide delle affermazioni difensive dell’establishment para-mafioso «vecchio» e «nuovo» fatte da Paolo Mieli e compari.
Esiste una linea di continuità che non è mai stata interrotta. Difatti, dalla coppia Giulio Andreotti-Salvo Lima si è passati a quella composta da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che oggi possono contare una fedelissima della prima ora alla presidenza del Senato e su un alleato politico al ministero degli Interni. Ed è doveroso sottolineare che nessuno dei due ha commentato le motivazioni della sentenza di Palermo sulla «trattativa Stato-mafia» che chiamano pesantemente in causa sia Silvio Berlusconi che Marcello Dell’Utri.
Un silenzio che, certamente, è molto più significativo delle strumentali dichiarazioni anti-mafia che non ingannano nessuno.
Contano i fatti. E questi ci dicono che la mafia è viva e operante.

Opera, 30 luglio 2018

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