Disinformazione

image

di Vincenzo Vinciguerra

In questo nostro Paese l’informazione è stata sostituita da tempo immemorabile con la disinformazione, costante, sistematica, quotidiana perché i giornalisti agiscono nell’interesse dei gruppi finanziari, del potere politico, dei partiti, degli apparati di sicurezza dello Stato, del ministero degli Interni che, per legge, controlla la propaganda per ragioni difensive, il che vuol dire che ha un notevole numero di costoro sul proprio libro paga.
Non deve, quindi, destare stupore che da 28 anni, periodicamente, qualcuno ribadisca la menzogna di Felice Casson sul collegamento fra l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972 e la struttura segretissima denominata “Gladio”.
Ultimo in ordine di tempo è “L’Espresso” che, scomodando una sentenza della Corte di appello di Venezia, afferma che il detonatore a strappo utilizzato in quell’attentato proveniva dal Nasco di Aurisina.

I due giornalisti autori dell’articolo si riferiscono, evidentemente, alla seconda sentenza di appello a carico del generale Dino Mingarelli e del tenente colonnello Antonino Chirico perché nella prima, emessa il 5 aprile 1989, di “Gladio” ancora non si parlava.
I due ritengono che la certezza del fatto si trovi nel passaggio in giudicato di quella sentenza che ha visto condannare i due ufficiali dei carabinieri solo per reati minori, e non per calunnia in modo da contenere la pena evitando ai due di finire in carcere.
Una sentenza che avrebbe dovuto portare quei giudici dinanzi alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, perché escludendo il reato di calunnia per il quale erano stati giustamente condannati dalla Corte di assise di Venezia il 25 luglio 1987, i giudici di questa seconda Corte di appello hanno impedito ai sette goriziani accusati ingiustamente per quell’attentato di ricevere il risarcimento morale e finanziario che sarebbe loro spettato se questo fosse un Paese civile.
Che calunnia ci fu, non lo ha detto solo la Corte di assise di Venezia, presieduta dal dr. Renato Gavagnin, perché è scritto negli atti processuali: sapeva l’allora colonnello Dino Mingarelli, con il suo complice Antonino Chirico, fin dai primi giorni del mese di novembre del 1972 che autore dell’attentato ero io ma, in base agli ordini ricevuti, inventò la “pista gialla” e indicò come colpevoli i sette innocenti goriziani. Tanto ne era consapevole che, nell’aula della Corte di assiste di Venezia, affermò di aver redatto il rapporto-denuncia contro di loro, che portò all’emissione dei mandati di cattura, solo dopo aver ricevuto una telefonata personale del comandante generale dell’Arma che gli chiedeva di farlo.
Un’ammissione di colpevolezza e una chiamata in correità nei confronti del generale Corrado Sangiorgio che sono passati sempre inosservati, e non per caso.
Del resto, i giudici di questa seconda Corte di appello riconoscono il depistaggio perché condannano Mingarelli e Chirico per i reati di falso ideologico e materiale, peculato e altro, ma, contestualmente, negano quello di calunnia nei confronti dei sette goriziani, fingendo di aver sbagliato a incriminarli in buona fede.
Una sentenza scandalosa e aberrante nella sua contraddittorietà che ben qualifica il livello morale di quei giudici che non si sono poi fatto scrupolo di inventare la circostanza del detonatore a strappo proveniente dal Nasco di Aurisina.
Che i due detonatori, quello del Nasco e quello dell’attentato, un residuato bellico, fossero identici si può presumere sul piano logico ma non si può dimostrare con assoluta certezza (che, peraltro, non proverebbe egualmente la provenienza) per la semplice ragione che il detonatore utilizzato nell’attentato è andato distrutto, fuso letteralmente, nell’esplosione dell’ordigno.
Ma, a conferma del fatto, c’è la prova provata, fornita dallo stesso Felice Casson che, nei mesi di luglio-agosto 1990, cerca disperatamente di assumere la titolarità dell’inchiesta su “Gladio” perché, a suo avviso, coinvolta nell’attentato di Peteano di Sagrado.
Per ottenerlo, Felice Casson gioca la carta dell’esplosivo spendibile solo sul piano mediatico perché la perizia da lui stesso ordinata ha dimostrato che l’esplosivo impiegato era da cava, come da me affermato, e non il C-4 conservato nel Nasco di Aurisina.
Se mai il Casson avesse potuto provare che da quel Nasco proveniva almeno il detonatore avrebbe potuto conservare la titolarità dell’inchiesta e, invece, il 27 ottobre 1990, al sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Franco Ionta, che su invito del procuratore Ugo Giudiceandrea gli chiede se nell’inchiesta sull’attentato di Peteano ci siano elementi riferibili alla struttura “Gladio”, risponde che non ce ne sono e si dichiara disposto a dichiarare la propria incompetenza.
Il 5 novembre 1990, il procuratore della Repubblica di Venezia, in risposta a una lettera del 3 novembre del suo collega di Roma, afferma che non esistono indagini su “Gladio” e che l’inchiesta condotta da Felice Casson si fondava sul “sospetto” che gli autori dell’attentato di Peteano di Sagrado avessero rapporti con appartenenti alla struttura segreta.
“Sospetto” infondato, a quanto pare, perché il 30 novembre 1990, il Casson trasmette alla procura della Repubblica di Roma gli atti relativi a “Gladio”, tutti gli atti, non avendo una sola ragione per trattenerne almeno alcuni in parte.
Se il “piduista onorario”, Felice Casson, nonostante la disperata ricerca di un elemento indiziario, se non probatorio, non è riuscito a collegare me e l’attentato di Peteano di Sagrado a “Gladio”, tantomeno avrebbe potuto farlo una Corte di appello che non ha poteri d’indagine ma può giudicare solo sugli atti trasmessigli dalla magistratura inquirente.
In tutti questi anni, il Casson ha ribadito a ogni occasione che il detonatore a strappo proveniva dal Nasco di Aurisina senza mai indicare l’atto giudiziario, ovvero la perizia, che solo potrebbe provarlo. Se il Casson si riferisce (ma nelle interviste non l’ha mai detto) alle opinioni dei giudici della Corte di appello di Venezia, prova soltanto la sua malafede perché proprio lui, meglio di ogni altro, sa che questo collegamento è inesistente. Se fosse stato vero il contrario, lui avrebbe condotto l’inchiesta su “Gladio” che, viceversa, nonostante il poderoso appoggio di Giulio Andreotti e del Pci il 30 novembre 1990, come abbiamo visto, ha dovuto affidare alla procura della Repubblica di Roma.
Trasformare, sul piano mediatico, un “sospetto” in una certezza non è difficile quando a farlo sono giudici privi di scrupoli come quelli della Corte di appello di Venezia e come Felice Casson sul cui conto è giusto rimandare i lettori al durissimo giudizio espresso a suo carico dal procuratore della Repubblica di Venezia dinanzi al Consiglio superiore della magistratura.
Se, poi, i giudici della Corte di appello di Venezia hanno ribadito una opinione giornalistica di Casson, la sostanza non cambia perché la malafede resta e, questa sì, è provata e provabile in ogni sede.
Ci sono stati storici (ma si può chiamarli così?) che hanno fatte proprie le mendaci affermazioni del piduista onorario Felice Casson e ci sono ancora oggi, nel 2018, giornalisti che le ribadiscono che mai, però, hanno avuto la professionalità e la decenza di andare a verificare negli atti processuali se esiste una perizia che abbia comparato i due detonatori, quello del Nasco di Aurisina e quello impiegato nell’attentato, per scoprire che non esiste perché il secondo è andato fuso nell’esplosione.
C’è anche di peggio, perché nessuno si è mai chiesto come io abbia potuto ottenere un detonatore a strappo proveniente da un arsenale segretissimo custodito da una o due persone non di più, senza che, a livello indiziario o anche solo ipotetico, il Casson o gli ineffabili giudici di appello abbiano mai potuto accostare il mio nome, il cognome, il volto di un “gladiatore” della zona o anche solo friulano.
Si pretende, quindi, si affermare una certezza giudiziaria e storica su un detonatore fantasma che mi sarebbe stato consegnato da un gladiatore fantasma proveniente da un Nasco che è stato “scoperto” nel mese di febbraio 1972 quando l’attentato di Peteano di è verificato il 31 maggio 1972, quattro mesi più tardi.
Se ne ricava che queste “certezze” si basano sul nulla probatorio perché mancano tutti gli elementi (detonatori, perizie, comparizione, nomi) per poterle affermare perfino su un piano meramente indiziario.
E si basano anche sul nulla logico perché, se avessi avuto a disposizione il materiale rinvenuto nell’arsenale di Aurisina, non mi sarei limitato a prendere un detonatore a strappo, bensì avrei fatto incetta di armi corte e lunghe, esplosivo, proiettili e quanto altro serve per fare una guerra.
Invece, a riprova di una solitudine estrema, sia nell’attentato di Peteano che nel dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, ho usato solo ed esclusivamente la pistola, regolarmente denunciata, di Carlo Cicuttini, nella logica temeraria del “la va o la spacca”, perché non avevo altra scelta.
Altro che arsenali di Gladio a mia disposizione!
Quante sentenze aberranti per la loro ingiustizia sono state scritte, soprattutto dalle Corti di appello e dalla Corte di cassazione, in tutti questi anni su fatti relativi alla guerra politica? Tante, così numerose che è impossibile enumerarle tutte.
Quello che la magistratura veneziana, con la sola eccezione della Corte di assiste presieduta dall’onesto Renato Gavagnin, ha fatto per venire incontro alle esigenze del Comando generale dell’Arma dei carabinieri e dei vertici dei servizi segreti civili e militari non è stato ancora scritto.
Qui ricordiamo, per limitarci alla magistratura giudicante, le sentenze emesse da due Corti di appello sugli ufficiali dei carabinieri.
La prima riconosce che le prove del depistaggio ci sono tutte: dai verbali riscritti e sdoppiati, alle firme falsificate, ai bossoli spariti ma li assolve con formula piena perché non è possibile che abbiano depistato le indagini su un attentato che aveva provocato la morte di tre carabinieri.
La Corte di cassazione non se la sente di passare in giudicato una sentenza ignobile, e ordina il rinvio ad altra Corte di appello.
La seconda, come abbiamo visto, afferma il depistaggio condannando gli ufficiali a pene irrisorie e, contestualmente, lo nega assolvendoli dal reato di calunnia dei confronti dei sette goriziani innocenti.
Sette cittadini italiani sacrificati in nome della ragion di Stato, lasciati senza giustizia nel silenzio totale e assoluto di storici e giornalisti.
Queste l’etica e la correttezza dell’informazione nell’Italia democratica e antifascista.

Opera, 11 agosto 2018

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...