La Società del Fango

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di Vincenzo Vinciguerra

In questa società incattivita dove devono collocare telecamere di sorveglianza perfino negli asili nido e negli ospizi per limitare la violenza su bambini e vecchi, dove padri e madri uccidono i figli e i figli uccidono padri e madri, dove la violenza sulle donne è prassi quotidiana, dove volgarità, maleducazione e idiozia sono le qualità per andare avanti e farsi notare, l’ex Chiesa cattolica, apostolica, romana non rinuncia al ruolo di sostenitrice delle menzogne e delle infamie del regime.
Mai, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, un prete, un vescovo, un cardinale, un Papa ha levata la sua voce contro il potere della guerra civile, del terrorismo e dello stragismo.

È il silenzio di una Chiesa complice che ha visto i suoi uomini più fedeli essere in prima fila, come promotori, organizzatori, ispiratori e finanziatori della «strategia della tensione» e dei cosiddetti «colpi di Stato» per fare dell’Italia una democrazia autoritaria dove non ci sarebbe stato posto per i comunisti, per il divorzio, per l’aborto e la pedofilia di tanti preti sarebbe rimasta sempre negata e impunita.
È la Chiesa di Giulio Andreotti riconosciuto colpevole di collusione con la mafia fino al 1980, fortunosamente assolto come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli, indicato come uno dei promotori del «golpe Borghese» del 7-8 dicembre 1970, protettore di Michele Sindona, denunciato come capo della loggia P2 dalla moglie del banchiere Roberto Calvi, fra gli altri, responsabile politico della morte di Aldo Moro.
Un individuo che il Vaticano ha sempre sostenuto, che è stato pubblicamente difeso da Giovanni Paolo II, dopo la morte del quale si è scomodato il segretario di Stato vaticano per recare le condoglianze del Papa ai familiari.
Insomma, un pupillo della Chiesa romana come lo è stato Michele Sindona, sul cui ruolo di finanziatore della guerra civile italiana non è mai stata fatta luce perché non sono mai state fatte indagini, mafioso di fatto e mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, suicidato opportunamente nel carcere di Voghera dopo una condanna all’ergastolo.
Questa Chiesa che è sempre riuscita a restare ai margini di una storia tragica perché nessuno ha mai osato chiamarla in causa per quanto fatto da e insieme ai suoi protetti, prosegue nella sua opera di copertura di ogni infamia passata e presente, utilizzando una figura abietta per ostentare una rappacificazione fra persone singole che fingono di cercare perdono, da un lato, e di concederlo, dall’altro, a beneficio della stampa e del Vaticano.
Ci riferiamo all’incontro, debitamente pubblicizzato da Giovanni Bianconi (sempre lui), sullo screditato Corriere della sera fra l’ex brigatista rosso, Franco Bonisoli, e il figlio dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, ucciso il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, durante il Sinodo dei giovani dell’11-12 agosto.
Franco Bonisoli è un pentito giudiziario, uno di quelli, cioè, che ha tradito tutto e tutti mandando in galera i suoi compagni e le sue compagne per ottenere lui la scarcerazione con tutti i benefici connessi.
In un Paese normale, uno come lui, tornato nel modo più vile e infame in libertà, avrebbe fatto il possibile per farsi dimenticare. Ma qui, in Italia, preti, politici, giornalisti hanno trasformato il pentito in una persona meritevole di stima, di rispetto, presentabile al pubblico, offerto all’applauso soprattutto di giovani, non sanno più riconoscere la linea divisoria fra l’onore e il disonore, la dignità e l’indegnità.
Franco Bonisoli non fa eccezione.
A lui viene chiesto di fare la parte del malvagio redento, del serial-killer ravveduto, grazie all’opera indefessa dei preti, che con orgoglioso compiacimento accoglie di buona grazia e con riconoscenza gli insulti che gli vengono rivolti.
Così, mentre Bonisoli apre le cateratte del pianto e del rimorso, il figlio delle vittima lo taccia di «assassino per sempre», dimostrando entrambi che recitano un ruolo che credere sincero è difficile e, comunque, impossibile da dimostrare che lo sia.
Il figlio delle vittima si prende le sue soddisfazioni, «perdona» un individuo che rifiuta di considerare nulla di più di un «assassino per sempre», e fa la sua bella figura dinanzi a una platea di giovani che della storia della guerra politica italiana e delle sue responsabilità non sanno nulla.
E la commedia dell’ipocrisia prosegue senza sosta in un alternarsi di incontri fra «assassini» che, sempre e solo dopo il loro arresto (mai prima) sono stati folgorati sulla via della galera e familiari delle vittime che fra un insulto e l’altro li «perdonano» per la gioia dei preti che possono vendere il fumo del perdonismo e di una inesistente pacificazione propagandata però sempre – e soltanto – con gli infami.
Questi sono i tempi.

Opera, 14 agosto 2018

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