Senza Verità

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di Vincenzo Vinciguerra

Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo Borsellino ucciso, con gli uomini della sua scorta, il 19 luglio 1992, è morta a 73 anni senza avere ottenuto dallo Stato la verità sulla tragica fine del fratello.
Suo fratello era dalla parte «giusta», quella dello Stato, quindi Rita Borsellino si attendeva che questo facesse tutto ciò che era in suo potere per dare giustizia ai familiari delle vittime della strage di via D’Amelio.
Aveva creduto, Rita Borsellino, anche nella politica candidandosi come europarlamentare nelle liste del Partito democratico di cui le era sempre sfuggita la sordida capacità di stare, a parole, dalla parte delle vittime e dei loro familiari e, a fatti, da quella dei depistatori delle indagini e degli insabbiatori di ogni verità.

Forse, negli ultimi tempi aveva realizzato che non esistono servizi «deviati» ma una macchina burocratica chiamata Stato e una politica che, insieme, uccidono e depistano.
Non è un’affermazione eccessivamente polemica, perché le stragi di via Capaci e di via D’Amelio sono solo due fra le tante che hanno visto Stato e politica agire di concerto per uccidere, prima, e occultare la verità, dopo.
Fino a oggi, politici e giornalisti sono riusciti a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica sui servizi segreti «deviati», sugli ufficiali e i funzionari «infedeli», «collusi», corrotti, ma proprio Rita Borsellino e i suoi familiari hanno ora avanzato sospetti sulla magistratura che ha indagato sulla morte del loro familiare concedendo, perfino contro il parere di altri magistrati, credibilità a un «pentito» che era stato istruito dalla polizia di Stato fino al punto di portare alla sbarra degli innocenti poi condannati in secondo grado e, infine, in Cassazione.
Non era vero niente. Era l’ennesimo depistaggio per il quale, questa volta, non possono accusare i soliti servizi segreti «deviati» ma devono convenire che ci sono state complicità nei corpi di polizia e nella magistratura.
Dal 1° maggio 1947, data della Strage di Portella della Ginestra, a oggi, sono passati 71 anni e, finalmente, qualcosa di muove in direzione della verità.
Finalmente, si inizia a comprendere che i depistaggi non sono opera di servizi segreti e poteri oscuri, bensì sono il frutto di operazioni complesse nelle quali è determinante il ruolo della magistratura inquirente e giudicante fino ai più alti livelli e al Consiglio superiore della magistratura.
Si è visto a Milano, con l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, dove negli anni Settanta i giudici titolari hanno evitato di fare indagini sul gruppo veneto di Ordine nuovo, pur avendo tutti gli elementi per farle, fingendo di credere che quell’eccidio era stato opera dei soli Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini, la «cellula nera», protetta dal Sid che doveva salvaguardare il terzo perché era un suo agente civile.
L’inchiesta condotta negli anni Novanta dal giudice istruttore Guido Salvini ha dimostrato che così non era, e non a caso altri magistrati hanno cercato in tutti i modi di bloccarla.
Il caso del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro di cui, solo grazie all’impegno di storici e giornalisti come Paolo Cucchiarelli, Stefania Limiti, Simona Zecchi e un solo ufficiale dei carabinieri, Massimo Giraudo, ora si sono delineati i contorni drammatici, ha visto impegnati a raggiungere il medesimo fine magistratura inquirente e giudicante, servizi segreti, forze di polizia, Tribunali di sorveglianza, amministrazione penitenziaria, forze politiche e mediatiche, Brigate rosse: provare che dietro le Br c’erano solo le Br. Non erano, a quanto pare, forze contrapposte o divise al loro interno: erano forze complementari, in azione prima, durante e dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Perché mai, nella storia del dopoguerra in Italia, non si è riusciti a raggiungere una verità totale?
Perché, è la risposta, ad affermare la menzogna c’è l’intero sistema istituzionale e politico, a iniziare proprio dalla magistratura che si è sempre presentata, in perfetta malafede, come vittima delle manovre depistanti dei servizi segreti «devianti» e della loggia P2.
È venuto il momento di verificare l’operato della magistratura per accertare che, con poche eccezioni individuali, ha agito sempre, in maniera costante, per negare la verità e non per affermarla, di accendere i riflettori sui Tribunali di sorveglianza e l’amministrazione penitenziaria che sono sempre rimasti ai margini, quasi spettatori passivi, di una guerra civile che ancora non è finita perché finirà solo quando saranno accertate e affermate tutte le responsabilità.
La favola dei fascisti infiltrati nei gangli vitali dello Stato, reintegrati nei loro incarichi, ansiosi di una rivincita sull’antifascismo è finita.
È l’intera classe dirigente post-bellica che dinanzi al Tribunale della Storia sarà chiamata a rispondere di quanto ha fatto contro questo popolo sul quale ha governato con la menzogna ed il sangue.
Istruire questo processo è un dovere che tutti sono chiamati ad assolvere a prescindere dagli schieramenti politici e ideologici.
Il dovere di raggiungere verità e giustizia senza aggettivi.

Opera, 16 agosto 2018

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