La Demagogia del Sangue

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di Vincenzo Vinciguerra

Il crollo del ponte Morandi a Genova con il suo carico di morti, di feriti, di sfollati ha riproposto una tragedia, l’ennesima, che denuncia l’incapacità della classe dirigente italiana di gestire un Paese che è ormai ridotto al collasso.
I dirigenti del Movimento 5 stelle, oggi al governo, gli stessi che per bocca del loro fondatore, il comico Grillo, definivano una «favoletta» la probabilità del crollo del ponte genovese, hanno scatenato una violentissima campagna contro la società che curava la manutenzione facendone la sola responsabile e chiamando in causa quei partiti politici che alla famiglia Benetton, maggiore azionista della società, hanno nel tempo concesso tutto in cambio di finanziamenti, peraltro leciti, per le loro campagne elettorali.
Hanno opportunamente dimenticato, Luigi Di Maio e i suoi colleghi, che sono al governo con un partito politico che per anni è stato al potere con il centro-destra e che condivide le medesime responsabilità dei partiti di centro-sinistra.

Non a caso, Matteo Salvini dopo le iniziali, abituali affermazioni del «voglio in galera tutti» si è fatto prudente e cauto perché è stato reso consapevole che un eventuale processo ai Benetton finirà per coinvolgere tutti, compreso il suo partito e il centro-destra di cui ancora fa ufficialmente parte.
Circoscrivere la responsabilità della tragedia del ponte Morandi al solo gruppo Benetton è una manovra ipocrita perché è tutto il Paese che versa nell’incuria e vive nel costante pericolo del ripetersi di altre tragedie.
Oggi che la «favoletta» dei 5 stelle si è rivelata una tragica realtà, il linciaggio morale di alcuni personaggi del capitalismo italiano fomentato dagli esponenti di governo si rivela pura demagogia.
Un processo ci deve essere, un accertamento delle cause del crollo dovrà essere fatto, le responsabilità individuali andranno cercate e, fra queste, non ci saranno quelle degli azionisti contro i quali tuona Luigi Di Maio perché si limitavano a intascare gli utili dei pedaggi il cui congruo aumento era stato concesso da un ministro del centrodestra di cui faceva parte la Lega nord.
I 5 stelle non hanno responsabilità in quello che è stato fatto nel passato perché non erano nei governi, ma la Lega nord e Matteo Salvini sì, le hanno e sono pesantissime.
Un processo politico, da non confondersi con quello giudiziario che è circoscritto al fatto specifico, proverà senza ombra di dubbio che la responsabilità è di tutti coloro che dal giugno 1992 hanno svenduto l’intero patrimonio dello Stato ai privati, italiani e stranieri, in nome di un capitalismo trionfante che aveva, come sempre, come unico interesse l’aumento del patrimonio dei suoi esponenti.
Nessuno di costoro sospettava che il capitalismo e, quindi, i capitalisti non hanno a cuore che i propri interessi, l’aumento degli utili e del capitale?
Difficile crederlo, bastava vedere Silvio Berlusconi all’opera, intento a salvaguardare le proprie aziende e ad aumentare il proprio patrimonio personale, per avere la prova che per costoro la politica è solo un mezzo per fare soldi, sempre più soldi, solo soldi.
Saranno costoro, compresi i 5 stelle, a processare il capitalismo selvaggio?
Dubitarne è lecito, dopo che tutti, senza eccezione, si sono sprecati nell’esaltare la figura di Marchionne, l’italo-svizzero che ha fatto della Fiat una multinazionale che oggi ha sede legale in Gran Bretagna, sede fiscale in Olanda e cuore e portafoglio negli Stati uniti.
Qualcuno, in questi giorni, ha avanzato la proposta di ristabilire il controllo dello Stato su società, aziende e gruppi che hanno responsabilità nei settori strategici della Nazione.
In risposta, alcuni hanno parlate di «passo indietro», di ritorno al passato, di riproposizione delle nazionalizzazioni che permettono allo Stato di gestire in prima persona determinate risorse.
Ma si può fare anche un passo in avanti: applicando per la prima volta quella legge sulla socializzazione delle imprese che, senza ledere i diritti dei proprietari, permetterebbe allo Stato di controllare le società e le aziende che hanno interesse nei settori strategici e che, per dimensioni e numero di dipendenti, hanno responsabilità sociali elevate nei confronti della Nazione.
Consentirebbe, inoltre, la socializzazione, l’ingresso dei dipendenti nei consigli di amministrazione rendendoli partecipi alla gestione dell’impresa senza riserve e senza limitazioni, imponendo quel concetto di parità fra capitale e lavoro che devono essere necessariamente complementari e non il primo padrone e tiranno del secondo.
Sarebbe una rivoluzione che, nel passato, l’oro ha fermato e che, per questa ragione, non è stata mai posta alla prova dei fatti.
Il sangue di Genova non riuscirà a intaccare il patrimonio dei Benetton e dei loro soci esteri e italiani, e la demagogia non gli renderà giustizia.
Questa può venire solo dalla volontà di fare i conti con il capitalismo, di porre fine al dominio dell’oro sul sangue.

Opera, 17 agosto 2018

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