I bari

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di Vincenzo Vinciguerra

Giocano a carte truccate fidando nella distrazione delle persone poco attente a quanto accade sotto i loro occhi.
Così capita che gli «irriducibili» delle Brigate rosse mandino in galera uno dei loro, Germano Maccari, senza che, in apparenza, se ne comprendano le reali ragioni.
A dare il segnale è stato il presunto capo delle Br, Mario Moretti, che si decide a confermare l’esistenza di un «quarto uomo» presente nell’appartamento romano di via Montalcini, da lui indicato come la prigione, unica e sola, di Aldo Moro.
Non serve molto alla Digos per identificare il «quarto uomo» in Germano Maccari e ottenere da Adriana Faranda la conferma che si tratti proprio di lui.
Bel colpo!

Con l’identificazione di Germano Maccari si può ora chiudere il cerchio rafforzando la «verità» dello Stato e di Mario Moretti: «Dietro le Br c’erano solo le Br».
Ci vanno sul sicuro, tanto Germano Maccari non parla, non può parlare, infatti inizialmente si difende negando ogni responsabilità, per poi ammettere le sue responsabilità confermando, parola per parola, le menzogne di Mario Moretti e dei suoi compagni. Lo premiano subito con la concessione degli arresti domiciliari.
Come abbiamo affermato tante volte non avrebbero avuto diritto ai benefici di legge, non nei tempi e nei modi con i quali li hanno ottenuti, perché esistono delle norme che, per favorirli, non sono state rispettate, anche se nessuno sembra che se ne sia accorto.
Prendiamo il caso del presunto capo, Mario Moretti, al quale è stato concesso l’accesso ai permessi premiali nel 1993, quello al lavoro esterno del 1995, quello della semi-libertà nel 1997.
Gli articoli del codice penale 630 e 289bis, relativi al sequestro di persona a scopo di estorsione, il secondo a «scopo di terrorismo o di eversione», prevedono difatti quanto segue:

I condannati per i delitti di cui all’art.289bis e 630 del c.p. che abbiano cagionato la morte del sequestrato non sono ammessi ai benefici previsti dall’art. 4bis, primo comma 1. 354/1975 (assegnazione al lavoro esterno, permesso premio, misure alternative alla detenzione) se non abbiano effettivamente espiato almeno i due terzi della pena irrogata o, nel caso di ergastolo, almeno ventisei anni (cfr. art. 58quater 1. 354/1975 introdotto dal d.l. 13-5-1991, n. 152, conv. in 1. 12-7-1991, n. 203). Codice penale, Simone, Napoli, settembre 2012, p.112).

Se ci atteniamo alla lettera della norma citata, Mario Moretti e complici avrebbero potuto ottenere i benefici di legge a distanza di 26 anni dal loro arresto. Moretti, per esempio, avrebbe potuto ottenere permessi premio, lavoro esterno e semi-libertà nel 2007, perché è stato arrestato nell’aprile del 1981.
Invece, come abbiamo visto, il permesso lo ha avuto nel 1993, il lavoro esterno del 1995, la semilibertà nel 1997, anticipando i tempi (che non sono stati comunque rispettati) per effetto della «liberazione anticipata» concessa ai detenuti che mantengono buona condotta in netto contrasto con la norma che, viceversa, stabilisce che la pena sia stata effettivamente espiata.
Ma se il trattamento di favore con l’aggiramento delle norme riservato a Mario Moretti e ai suoi compagni che hanno partecipato al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, e anche a Giovanni Senzani condannato per il sequestro e l’omicidio di Roberto Peci, rientra nell’ambito dei patti stipulati con lo Stato (menzogne in cambio di benefici), la delazione a carico di Germano Maccari ha risposto anche a un’esigenza pratica.
I condannati per sequestro di persona non possono difatti usufruire di alcun beneficio di legge se tutti i partecipanti al sequestro non siano stati identificati.
Già i Tribunali di sorveglianza avevano ignorato questa norma concedendo permessi premiali, lavoro esterno e semi-libertà, ma non avrebbero potuto ignorarla per concedere la liberazione condizionale.
Insomma, per tornare in libertà fingendo di aver espiato la pena, i brigatisti rossi del sequestro Moro dovevano, comunque, far identificare anche il «quarto uomo», l’ultimo ufficialmente rimasto ignoto per la magistratura.
E così hanno fatto.
Sacrificando Germano Maccari che, comunque, nell’arco di 7-8 anni avrebbe iniziato a usufruire dei benefici di legge, Mario Moretti e compagni hanno conciliato l’esigenza politica con quella pratica di ottenere l’ultimo e più fondamentale beneficio: la liberazione condizionale.
Qualcuno potrà obiettare che una legge del 1991 non può essere applicata retroattivamente a persone condannate prima della sua emissione, ma ho visto, per aver fatto molte istanze a favore dei detenuti, che queste norme sono state sempre applicate a quanti non hanno sequestrato e ammazzato Aldo Moro e, spesso, nemmeno il loro sequestrato, a prescindere dalla data del reato e della loro condanna.
La verità si può raggiungere anche percorrendo a ritroso il cammino, da oggi fino al 16 marzo 1978, dal mistero della mancata estradizione di Alessio Casimirri ai benefici di legge concessi a tutti coloro che hanno partecipato all’operazione Moro e a Giovanni Senzani.
Oggi, grazie a pochissimi, molte carte sono state scoperte, altre potranno esserlo in tempi relativamente brevi comprese quelle relative agli accordi stipulati fra forze politiche e istituzionali e i brigatisti rossi del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro.
Sono passati quarant’anni senza verità, ma questa può giungere al quarantunesimo.
Basta volerlo.

Opera, 20 agosto 2018

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