Il tempo dell’inganno

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di Vincenzo Vinciguerra

È una società marcia, nella quale anche a livello individuale si sono smarriti valori e principi, dove ognuno coltiva i propri interessi esibendo la più totale mancanza di scrupoli perché, oggi, mentire, ingannare e tradire sono i verbi più coniugati non solo dalla classe politica ma anche da comuni cittadini per i quali tutto è lecito purché non venga scoperto e denunciato.
È il tempo dei 640 che non sono moduli dell’Inps o dell’Agenzia delle entrate ma richiamano l’articolo del codice penale che sanziona la truffa (art. 640 c.p., appunto), attività alla quale si dedica con entusiasmo un elevatissimo numero di italiani, senza distinzioni di genere e di età, con la certezza di restare comunque impuniti.
È la truffa lo sport nazionale, non il calcio.
Uno sport praticato con particolare intensità e passione in campo politico e giornalistico.

Un esempio, fra i tanti: in un documentario si afferma che Stefano Delle Chiaie sì è costituito per rientrare in Italia e «regolare i conti con i servizi segreti». Ne è seguita una moria di polli, tutti morti dal ridere.
I truffatori, però, l’hanno fatta franca perché in campo storico si può dire ciò che si vuole, senza incontrare opposizione o smentite.
È il caso dei giornalisti della rivista L’Espresso che hanno avuto la sfrontatezza di ribadire che l’attentato di Peteano di Sagrado è stato compiuto utilizzando un detonatore a strappo proveniente dal Nasco di Gladio di Duino Aurisina.
I due citano Felice Casson e la Corte di appello di Venezia che, l’8 maggio 1991, ha condannato il generale Dino Mingarelli, il tenente colonnello Antonino Chirico e il maresciallo Giuseppe Napoli per i depistaggi compiuti dopo l’attentato del 31 maggio 1972.
Per dare maggiore credibilità alla loro affermazione, i due ricordano che la sentenza è passata in giudicato, fatto che, secondo loro, sanziona in maniera incontrovertibile e definitiva una verità giudiziaria che, sempre a loro avviso, assurge a verità storica.
I «640» di professione, quelli ristretti nelle patrie galere, impallidiscono per la rabbia dinanzi a tanta disinvolta sfrontatezza perché la realtà e la verità si collocano esattamente all’opposto di quanto affermato dai due cronisti dell’Espresso.
Difatti, come abbiamo già avuto modo di segnalare il Felice Casson, il 30 novembre 1990,è costretto a mandare alla procura delle Repubblica di Roma gli atti inerenti alla struttura «Gladio» riconoscendo l’inesistenza di qualsivoglia collegamento fra la struttura e il Nasco di Aurisina e l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.
I giudici della Corte di appello di Venezia, sul cui conto ci siamo già soffermati in un precedente articolo, «scoprono» che dal Nasco di Aurisina manca un detonatore a strappo e che questo è stato da me utilizzato nell’attentato.
Mancano i dati relativi alla «scoperta», ovvero i documenti giudiziari che l’attestano certamente prodotti dopo la data del 30 novembre 1990, quando il Casson è obbligato a riconoscere la propria incompetenza a indagare su «Gladio».
In effetti, il Felice Casson uscito dalla porta dell’indagine ha tentato di rientrarci dalla finestra, ovvero ha proseguito fraudolentemente nelle sue indagini con la speranza di trovare un indizio, un piccolo indizio, sul possibile collegamento fra me e «Gladio».
La sentenza della Corte di appello di Venezia è dell’8 maggio 1991, ma il dato relativo al detonatore proveniente dal Nasco di Aurisina non l’ha fornito il Casson che, a quel punto, sarebbe stato legittimato a riassumere la titolarità dell’inchiesta sulla struttura «Gladio».
Così non avviene, anzi, il 10 ottobre 1991, il Felice Casson è costretto, per la seconda e ultima volta, a trasmettere alla procura della Repubblica di Roma gli atti compiuti a carico dell’ammiraglio Fulvio Martini e del generale Paolo Inzerilli che aveva, strumentalmente, indagati per favoreggiamento nei confronti di Marco Morin, Manlio Portolan, Gianfranco Bertoli, Massimiliano Fachini.
Non nei confronti di chi scrive per assoluta mancanza di indizi.
E il detonatore? Non avrebbe dovuta essere questa la prova principe sul collegamento fra me e Gladio? L’indizio, almeno, per consentire al Casson di fare la sua inchiesta sulla struttura segreta e concluderla rinviando a giudizio i vertici del Sid del 1972 e per favoreggiamento proprio Martini e Inzerilli?
Non accade nulla di tutto questo, per la semplice ragione che il collegamento fra me e Gladio, rappresentato dall’uso di un detonatore a strappo da me prelevato e ricevuto da una dei depositari dell’arsenale di Aurisina, è stato semplicemente inventato dai giudici della Corte di appello di Venezia.
Gli stessi che hanno inventato che i carabinieri avevano depistato le indagini ma non avevano mai inteso calunniare i sette goriziani accusati, sempre da loro, di aver compiuto l’attentato del 31 maggio 1972.
Lo ribadiamo, giusto per intenderci di chi stiamo parlando.
In altre parole, i magistrati della Corte di appello di Venezia hanno espresso un’opinione, necessaria a loro avviso, per dare una motivazione credibile ai depistaggi seguiti all’attentato.
Le opinioni, però, non si trasformano in verità perché una sentenza passa in giudicato. Restano mere opinioni e, in questo caso, neanche rispettabili.
Tanto più che a smentire i giudici della Corte di appello e il Felice Casson che di questa opinione si è fatto portatore indefesso, ci sono le inchieste condotte dalla procura della Repubblica di Roma e da quella militare di Padova sul conto della struttura «Gladio», ben più serie di quelle condotte dal Casson, dalle quali nulla è emerso su collegamenti fra me e la struttura, tantomeno riferiti al detonatore a strappo di Aurisina.
Tre inchieste, quella condotta dal Casson a Venezia, quella di Roma e quella di Padova hanno concluso per l’assoluta inesistenza di rapporti fra me e Gladio.
Sfugge ai creduloni che si sono fatti truffare da Felice Casson e che, a loro volta, sia pure inconsapevolmente o meglio per leggerezza e superficialità, hanno truffato e continuano a farlo i loro lettori, che se fosse stato provato il passaggio del detonatore a strappo da Aurisina al sottoscritto per compiere un attentato mirato, il generale Gerardo Serravalle, qualche suo sottoposto e il responsabile dell’ufficio «R» del Sid del 1972, avrebbero dovuto essere incriminati e giudicati per concorso nell’attentato stesso.
Per quanto riguarda me e l’attentato di Peteano di Sagrado nessuno di costoro è stato mai incriminato, anzi addirittura semplicemente indiziato di reato nonostante che, a favore di questa azione, si siano impegnati in prima persona Giulio Andreotti e i vertici dell’allora Partito comunista, protettori di Felice Casson.
Da un lato, ci sono i fatti presenti negli atti giudiziari di ben tre procure della Repubblica, l’inesistenza di provvedimenti giudiziari a carico degli ufficiali responsabili di «Gladio» e dei vertici del Sid e del Sismi in concorso con il sottoscritto, e, dall’altro, l’opinione di giudici di appello che avrebbero dovuto rispondere, almeno sul piano disciplinare, del loro operato, portata avanti dal Felice Casson per ben 27 anni.
Opinione che non potrà mai essere trasformata in verità giudiziaria e, tantomeno, in verità storica.
Una truffa, insomma, che qualifica chi l’ha fatta e chi l’ha portata avanti contando sulle amicizie politiche e giornalistiche di cui ha potuto godere facendo leva sull’infimo livello morale della società e della politica.
Finiamola di dire che la politica è corrotta. Lo è difatti ma perché espressione di una società corrotta. E ne ho le prove, giorno dopo giorno.

Opera, 21 agosto 2018

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