L’ultima parola

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di Vincenzo Vinciguerra

Si dice che il tempo sia galantuomo ma questo è vero quando si vive nel mondo degli onesti, perché in quello italiano il tempo, viceversa, sembra passare invano vanificando la speranza di affermare la verità e imporre giustizia.
Non è, comunque, questa realtà a scoraggiare quanti cercano di divulgare una verità che è storicamente accertata, ben documentata in atti parlamentari e giudiziari e che continua a restare ignota alla quasi totalità degli italiani per volontà politica e la sistematica disinformazione compiuta dalla stampa del regime.
La menzogna che vede l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, affermata dal solo Felice Casson ma fatta propria dal governo di centrosinistra diretto da Matteo Renzi nel silenzio di quanti, storici e giornalisti, conoscono la verità poggia sulla certezza divulgata sempre dal solo Felice Casson di un presunto collegamento fra me e la struttura segretissima denominata «Gladio».

La prova, si dice e si continua a dire senza aver mai fatto una sola verifica negli atti giudiziari e parlamentari, di questo collegamento sarebbe data dall’utilizzo nell’attentato di un detonatore a strappo proveniente dal Nasco di Aurisina, scoperto nel mese di febbraio del 1972.
Abbiamo già visto come il Felice Casson abbia ingannato Giulio Andreotti garantendo che avrebbe trovato lui il collegamento fra «Gladio» e il sottoscritto nell’attentato, fra gli altri, del 31 maggio 1972, gettando le basi per la rovina politica di quello che era considerato, a torto, il più furbo dei politici italiani.
Perché, il Casson, nonostante i sostegni politici e mediatici, il 30 novembre 1990 è obbligato a trasmettere alla procura della Repubblica di Roma gli atti relativi alla struttura segreta proprio per l’inesistenza di collegamenti fra me, l’attentato di Peteano e «Gladio».
In caso contrario, avesse avuto in mano un solo indizio, il Casson avrebbe potuto mantenere la competenza a indagare su «Gladio», invece non aveva nulla al di fuori della sua malafede.
Non pago della sconfitta e della figura meschina fatta dinanzi ai suoi colleghi romani, il Casson inventa una seconda indagine a carico dell’ammiraglio Fulvio Martini, ex direttore del Sismi, e del generale Paolo Inzerilli, ex responsabile di «Gladio», per favoreggiamento nei confronti di militanti di estrema destra, ma non del sottoscritto.
Il favoreggiamento da parte dell’ammiraglio Martini e del generale Inzerilli a mio carico, il Casson lo può raccontare ai suoi amici politici e ai giornalisti sul libro paga del ministero degli Interni, ma non ha un solo elemento probatorio o indiziario per affermarlo sul piano giudiziario.
Con impressionante puntualità, difatti, il Casson, il 10 ottobre 1991, è costretto a trasmettere alla procura della Repubblica di Roma gli atti compiuti in questa seconda indagine senza fare alcun riferimento al fantomatico detonatore proveniente dal Nasco di Aurisina che avrebbe provato il collegamento fra me e «Gladio».
Non è finita, perché il Casson ha ancora in mano l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado e, quindi, può ancora indagare nella speranza di scoprire un collegamento fra me la struttura Stay-behind.
Ed è in quest’ultima tranche dell’inchiesta, iniziata nel 1982, che si verifica un episodio passato sempre sotto silenzio, ignorato per meglio dire da politici, magistrati, storici e giornalisti.
Lo abbiamo scritto nel documento «Il gioco degli specchi», spiegandone le ragioni, che il Felice Casson nel 1984 non aveva svolto alcuna indagine per trovare il riscontro alle mie dichiarazioni sul reperimento dell’esplosivo in un cantiere di montagna nella zona di Aviano (Pordenone), avvenuto nel luglio del 1970.
L’accertamento in merito, il Casson decide di farlo nel mese di gennaio del 1992, a quasi otto anni di distanza dalle mie dichiarazioni, per una ragione semplice: la disperata e affannosa ricerca di un indizio, se non di una prova, di un collegamento fra me e «Gladio».
Era, difatti, accaduto che fra i nominativi dei «gladiatori» resi noti dal Sismi c’era quello di un iscritto alla federazione del Msi di Pordenone.
Il fatto aveva stimolato il Casson a promuovere l’indagine sul reperimento dell’esplosivo nella zona di Pordenone nella speranza che la Digos di Venezia potesse affermare l’esistenza di un rapporto di amicizia o, almeno, di conoscenza fra me il gladiatore missino di Pordenone.
Questa iniziativa di Casson denuncia chiaramente l’inesistenza di indizi in possesso suo o di altri magistrati dei rapporti fra me e la struttura segretissima, prova cioè, senza ombra di dubbio, che il fantomatico detonatore di Aurisina è una favola per la stampa e per la politica, dimostrando, quindi, che sul piano giudiziario la prova non esiste.
Il 13 febbraio 1992, la Digos di Venezia redige un rapporto sulle indagini svolte che confermano testualmente quando me dichiarato nel 1984, senza fare alcun riferimento a un legame politico e umano fra me ed il «gladiatore» missino di Pordenone.
Il Casson prende atto dell’ennesimo fallimento e blocca le indagini accusando gli uomini della Digos veneziana di «negligenza».
Il 24 febbraio 1993, il Felice Casson è costretto a chiudere definitivamente l’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado, iniziata 11 anni prima, con un nulla di fatto, senza imputazioni e senza imputati.
E il fantomatico detonatore? Una menzogna portata avanti senza alcuno scrupolo fino a oggi.
Questi sono i fatti: il Casson indaga sui rapporti fra me e «Gladio» dal 6 dicembre 1989 al 30 novembre 1990; inventa una seconda indagine che si conclude il 10 ottobre 1991; completa l’inchiesta sull’attentato di Peteano, mantenuta aperta sempre e solo nella speranza di trovare un elemento – uno solo almeno – che mi colleghi a «Gladio» e, genericamente, al servizio segreto militare, il 24 febbraio 1993, conseguendo come risultato lo zero assoluto.
Le inchieste condotte dalla procura della Repubblica di Roma e da quella militare di Padova nelle quali sono ben presente, se non altro perché sono stato io fin dal 1984 a parlare delle «strutture parallele» dello Stato, provano che non ho mai avuto alcun rapporto con gli apparati di sicurezza del regime e, tantomeno, con «Gladio».
Qualcuno è in grado di smentire questa verità?
Se lo è si faccia avanti, esibendo le prove che ritiene di possedere, e non le opinioni magari espresse da magistrati che, in un Paese normale, sarebbero stati espulsi dalla magistratura.
Le opinioni non hanno valore sul piano storico e, nemmeno, su quello giudiziario, tant’è che il fantomatico detonatore di Aurisina non è servito al Casson per istruire un processo a carico dei responsabili di «Gladio» e del Sismi per concorso e/o per favoreggiamento.
Ci fosse stato il detonatore, ci sarebbe stato il processo.
Non c’è mai stato il primo, non poteva esserci il secondo. La verità è semplice, lineare, logica, perché si basa sui fatti, gli stessi che un gran numero di giornalisti, storici e politici hanno semplicemente ignorato dimostrando di essere degni, nella migliore delle ipotesi, di una Repubblica delle banane.
Quando costoro scendono in piazza vantando l’etica e la correttezza dell’informazione nella democratica e antifascista Italia, esprimete civilmente il vostro dissenso accogliendoli a pernacchie, libera espressione – questa sì – del giudizio popolare.
E sia questa l’ultima parola.

Opera, 27 agosto 2018

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