Ancora (purtroppo) su Felice Casson

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di Vincenzo Vinciguerra

Parlare del personaggio in questione, Felice Casson, infastidisce perché sarebbe più giusto farlo dimenticare, lasciarlo nell’anonimato in cui è ripiombato dopo la sua fallimentare esperienza politica, ma, purtroppo, dobbiamo ancora farlo per necessità, per quanto spiacevole essa sia, vista la caratura dell’individuo.
Lo spunto ce lo fornisce lo screditatissimo quotidiano Il Corriere della sera che, dopo la bocciatura delle urne, aveva scritto che l’ex senatore del Pds, passato poi ad «Articolo 1», non sarebbe rientrato in magistratura.
Era una bufala, l’ennesima, rifilata ai suoi sprovveduti lettori da un giornale i cui redattori, con tante bufale, potrebbero dedicarsi con maggiore fortuna alla produzione di mozzarelle.
Difatti, il Casson non si era mai dimesso dalla magistratura, anzi con la complicità dell’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si era proposto di ottenere un incarico internazionale, sempre come magistrato.

Lo riferisce, il 3 settembre, lo stesso Corriere della sera, comunicando che l’attuale ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha bocciato la proposta di affidare al Casson il ruolo di magistrato di collegamento a Parigi.
Insomma, il Casson non aveva avuto la faccia di rientrare nel Tribunale di Venezia, dove è ben conosciuto, ma non ha mai avuto l’intenzione di dimettersi dalla magistratura, anzi aveva rilanciato per ottenere un incarico a Parigi di natura non meglio specificata.
Il mutato quadro politico gli ha fatto venire meno le protezioni politiche di cui ha sempre goduto da parte di un partito (il Pci, poi Ds, poi Pds) di cui ci auguriamo che scompaia dalla scena italiana, una volta per sempre.
Ci potremmo fermare, congratulandoci con l’attuale ministro della Giustizia per la giusta decisione presa nei confronti del Casson, ma non possiamo farlo.
Dobbiamo, difatti, proseguire nell’opera di depurazione delle tante menzogne che il Casson, insieme ai servizi segreti e ai suoi compagni di partito, ha sparso a piene mani da tanti anni sulla vicenda politica e giudiziaria che mi riguarda.
Il Casson, nel corso degli anni, ha «aggiustato» le sue dichiarazioni sulla «scoperta» di Gladio e sul collegamento della struttura con me e con l’attentato di Peteano di Sagrado, senza mai essere contraddetto da giornalisti e storici ai quali la verità interessava poco o punto.
I fatti, però, restano ben documentati e non smentibili.
La favola del detonatore a strappo proveniente dal Nasco di Aurisina che proverebbe il rapporto fra me e uomini di «Gladio», è inventata a posteriori dai giudici, a quanto pare, della Corte di appello di Venezia nel 1991, poi ripresa, fatta propria e propagandata dal Casson negli anni successivi, fino a oggi.
Abbiamo detto che il Felice Casson è riuscito a rovinare Giulio Andreotti rifilandogli la certezza del collegamento fra me e Gladio, menzogna accolta con entusiasmo dall’allora presidente del Consiglio che aveva intravisto la possibilità, tramite la sua conferma, di obbligare Francesco Cossiga a dimettersi da presidente della Repubblica per subentrargli con i voti determinanti dei parlamentari del Pci.
Perché, invece di favorirne l’ascesa al Quirinale, l’operazione di Giulio Andreotti, basata sulla sola parola di Felice Casson, lo ha portato alla rovina?
Per la ragione semplice che il collegamento fra me e Gladio, fra il Nasco di Aurisina e l’attentato del 31 maggio 1972, era solo inventato di sana pianta.
Lo prova la lettera che Giulio Andreotti, il 20 luglio 1990, dopo aver ricevuto Felice Casson su richiesta di quest’ultimo, invia al generale Giuseppe Richero, direttore del Cesis per invitarlo ad assistere il magistrato veneziano nella ricerca di documenti relativi alla sua indagine sull’attentato di Peteano negli archivi del Sismi e del Sisde.
Andreotti non manda il Casson a «scoprire» Gladio, ma solo a reperire documenti interessanti per la sua inchiesta. Lo scrive a chiare lettere:

«Ho visto oggi il giudice Casson facendo seguito al carteggio con lui intercorso e di cui Le allego copia. Il magistrato condivide con noi la necessità di salvaguardare la riservatezza di quanto attiene a una struttura particolare di sicurezza impiantata nel quadro della Nato. Esula pertanto dalle sue richieste l’acquisizione in atti giudiziari delle mappe di dislocazione, degli elenchi degli addetti ecc. D’altra parte, anche a seguito di deposizioni di persone a suo tempo competenti in materia, egli ha necessità di fare alcuni riscontri specifici, potendo verificare la documentazione relativa. È chiaro che chiederà poi “formalmente” quanto strettamente necessario per le esigenze processuali».

Dalla lettera di Giulio Andreotti al generale Giuseppe Richero si evidenzia che il Casson non ha in suo possesso fatti concreti, prove e indizi, ma solo testimonianze, che poi si riducono a una sola: quella resa a lui, spontaneamente, dal generale Pasquale Notarnicola, ex responsabile della I divisione del Sismi, il 6 dicembre 1989, dopo l’uscita nelle librerie del mio libro Ergastolo per la libertà.
È Notarnicola a collegare l’attentato di Peteano a Gladio, chiamando in causa l’ammiraglio Fulvio Martini. Nessuno si è mai chiesto perché un ufficiale superiore, già responsabile del controspionaggio militare, abbia messo in moto l’operazione che, poi, avrebbe portato alla «scoperta» di Gladio, abbia cioè violato un segreto militare, reato per il quale sarà successivamente denunciato.
Dal 6 dicembre 1989, il Casson non svolge alcuna indagine degna di questo nome, prova ne sia che non tenta di interrogarmi in merito benché sia proprio la persona indicata da Notarnicola e sia sempre io ad aver parlato dal 1984 dell’esistenza di «strutture parallele» e ad averne data una convincente descrizione in Ergastolo per la libertà.
Il Casson non fa niente. Si limita a stabilire un rapporto costante con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti fino al giorno in cui, costui, s’induce a mandarlo a Forte Braschi, a precise condizioni, per reperire documenti relativi al mio collegamento con «Gladio».
Sull’esistenza di «Gladio», difatti, c’è il segreto di Stato imposto dal presidente del Consiglio Ciriaco De Mita nell’autunno del 1988, poi mantenuto dallo stesso Giulio Andreotti, per bloccafie l’inchiesta condotta dal giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni, che aveva – lui si – scoperto la struttura segretissima.
Il Casson non ha niente in mano, solo fantasiose illusioni, una in particolare, relativa all’esplosivo utilizzato nell’attentato del 31 maggio 1972.
Non lo dico io, lo dice il Casson per bocca del suo fraterno amico, il giornalista Giorgio Cecchetti.
Il 26 luglio 1990, il giorno prima che il Casson si rechi a Forte Braschi, su La Repubblica, Giorgio Cecchetti difatti, nell’articolo intitolato «Carte segrete da Andreotti al magistrato», scrive:

«Casson è il giudice che ha indagato sulla strage di Peteano del maggio ‘72 e sulle conseguenti deviazioni nelle indagini senza mai riuscire a individuare esattamente la provenienza dell’esplosivo utilizzato dai terroristi neri per imbottire la Fiat 500».

L’intento è evidente: affermare che l’esplosivo proviene da un Nasco, dal solo Nasco ormai scoperto, quello di Aurisina.
Le menzogne però sono due, e plateali: la prima è che Felice Casson non ha mai fatto indagini per riscontrare le mie dichiarazioni, risalenti al giugno del 1984, sul reperimento dell’esplosivo, avvenuto nel luglio del 1970, in un cantiere di montagna nei pressi di Aviano; la seconda, è che l’esplosivo è da cava, come provato da una perizia esplosivistica disposta dallo stesso Casson, e non di natura militare come quello rinvenuto ad Aurisina.
Il contenuto del materiale rinvenuto nel «Nasco» di Aurisina è di dominio pubblico, fra di esso sono citati anche uno o due «accenditori a strappo» che non attirano l’attenzione del Casson tanto è evidente che da quell’arsenale bellico era ridicolo che avessi prelevato, o avuto da terzi, un solo detonatore a strappo, quindi lui punta tutte le sue carte sull’esplosivo.
Il 27 luglio 1990, si reca a Forte Braschi e torna a casa con le pive nel sacco perché nulla ha trovato e niente poteva trovare, ma non demorde e insiste a parlare – e far parlare – dell’esplosivo utilizzato a Peteano e prelevato dal Nasco di Aurisina.
Il 25 novembre 1990, a ricordare, nell’articolo intitolato «Il rebus dell’esplosivo», è Il Giornale che ricorda la perizia esplosivistica che ha confermato le mie dichiarazioni, e conclude:

«Se era di tipo civile, come faceva l’esplosivo ad essere il C4 “militare” interrato nei “Nasco” di Gladio?».

Domanda alla quale il Casson e i suoi amici non riescono a rispondere.
Il 30 novembre 1990, dopo un secondo incontro con Giulio Andreotti, il Felice Casson mette la coda fra le gambe e trasmette gli atti alla procura della Repubblica di Roma competente a indagare su «Gladio».
Le ragioni della sconfitta cassoniana si riducono a una: il collegamento fra l’attentato di Peteano e il Nasco di Aurisina, cioè Gladio, è solo un «sospetto», non avvalorato da alcun elemento indiziario o probatorio.
Dopo quasi un anno di indagini, il Casson Felice deve abbandonare l’inchiesta su «Gladio» senza più poterla riaprire perché l’uso del detonatore a strappo proveniente dal Nasco di Aurisina è un’altra frottola, che fa il paio con quella dell’esplosivo C-4.
L’hanno inventata, questa volta, i giudici della Corte di appello di Venezia, ma il Casson ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia, la «prova» certa del collegamento fra me e Gladio.
Casson ha condotto indagini su «Gladio» dal 6 dicembre 1989 al 29 novembre 1990, per quasi un anno, senza scoprire altro che la possibilità di fare centinaia di interviste presentandosi come il giudice che ha «scoperto» tutto.
Nel corso degli anni, la grancassa propagandistica del Pds e del ministero degli Interni ha fatto del Casson l’esperto di «Gladio», tanto che è riuscito e farsi scrivere perfino libri e a farsi girare un documentario per dire che lui, solo lui, ha scoperto questo e quello, e altro ancora.
Non potevano, quindi, lui e il ministero degli Interni che gli è sempre stato tanto vicino, come la loggia P2, fallire nell’intento di inserire l’attentato di Peteano in quelli tipici della «strategia della tensione», portando come prova l’inesistente detonatore a strappo proveniente dal Nasco di Aurisina.
Spacciare un attentato contro lo Stato in uno fatto per conto dello Stato sul piano propagandistico è facile, meno semplice è provarlo sul piano giudiziario (dove è scritto l’esatto contrario) e su quello storico, come provato da Veronica Bortolussi.
Ancora più difficoltosa è la prova quando il sottoscritto è ancora qui, nel carcere di Opera, dopo 39 anni ininterrotti a dire dello Stato italiano quello che ha sempre detto da quando aveva tredici anni di età.
Una verità che induce i giornalisti del solito Corriere della sera a fingere che io non esista in ben due articoli scritti da Milena Gabanelli, la cui serietà si è liquefatta appena ha iniziate a lavorare per il quotidiano milanese.
Queste sono le armi della democrazia e dell’antifascismo: la menzogna e l’omissione.
Qualcuno mi chiede perché sono fascista. La risposta va cercata nel fatto che vivo da quasi 70 anni nell’Italia antifascista.

Opera, 4 settembre 2018

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